(a.p.). Il Decreto Sicurezza (DL n. 23/2026) si presenta come soluzione al disagio sociale, una risposta decisa a un Paese che chiede ordine. Eppure, dietro la facciata della determinazione, emerge un provvedimento fortemente ideologico, più attento a soddisfare l’urgenza comunicativa che a risolvere i problemi reali.
Le osservazioni del Consiglio Superiore della Magistratura, tecniche e preoccupate, sono state ignorate dal Governo, che ha scelto di procedere senza mediazioni (l’approvazione deve avvenire entro il 25 aprile, pena la decadenza), sollevando dubbi sull’efficacia delle misure e sulla stessa legittimità costituzionale.
Simboli al posto delle soluzioni: una sicurezza di facciata
Il decreto non affronta le radici complesse dell’insicurezza, ma si concentra su temi circoscritti, trasformandoli in simboli di una battaglia politica più che in strumenti di reale cambiamento. L’attenzione del Governo sembra polarizzata su tre aspetti:
• Violenza giovanile e minorile:
invece di investire nel sistema educativo, si punta su ammonimenti del Questore e sanzioni pecuniarie per i genitori, spostando il problema dal campo della prevenzione a quello della repressione amministrativa. Una scelta che rischia di criminalizzare le famiglie senza offrire alternative concrete.
• Armi e oggetti atti a offendere:
il decreto introduce nuovi reati e inasprimenti sanzionatori per il porto di lame e strumenti da taglio, concentrandosi sulla micro-criminalità urbana e sulla movida. Una misura che, seppur apparente, lascia intatte le dinamiche più profonde della violenza.
• Prevenzione amministrativa:
si privilegia un modello basato su strumenti di polizia piuttosto che su una risposta penale equilibrata. Il rischio è quello di creare automatismi sanzionatori che prescindono da un reale accertamento delle responsabilità, trasformando la sicurezza in una questione di controllo sociale più che di giustizia.
Come evidenziato dal CSM, questo approccio è parziale e frammentario: tratta fenomeni complessi come se fossero il cuore unico del problema, trascurando una visione organica e strutturale della sicurezza.
Il "fermo di prevenzione": un attacco alle garanzie costituzionali
Il punto più controverso del decreto è il cosiddetto fermo di prevenzione, una norma che consente alla polizia di trattenere per 12 ore chiunque sia sospettato di poter turbare l’ordine pubblico durante le manifestazioni. Il CSM ha espresso forte preoccupazione per diversi motivi:
• Limitazione della libertà personale:
si tratta di una restrizione arbitraria dei diritti fondamentali di riunione e manifestazione del pensiero, senza adeguate tutele.
• Discrezionalità eccessiva:
il presupposto del "fondato motivo di ritenere" è così vago da lasciare troppo potere discrezionale alle forze dell’ordine, senza una chiara definizione dei rischi reali.
Questa misura, più che tutelare i cittadini, rischia di diventare uno strumento di controllo del dissenso, minando le basi stesse dello Stato di diritto.
Sicurezza come slogan: la demagogia che non risolve
Il vero problema di questo decreto non è solo tecnico, ma culturale. Si preferisce gestire la percezione dell’insicurezza piuttosto che affrontarne le cause profonde. Ignorando le critiche di chi queste leggi dovrà poi applicarle, la politica sceglie la strada della demagogia: si fa credere che basti un inasprimento delle pene o un fermo preventivo per vivere in un Paese più sicuro, ma è solo un’illusione.
È un approccio che preferisce l’applauso immediato alla soluzione reale, lasciando intatti i problemi strutturali. Una vernice fragile che copre, senza risolvere, le crepe di un sistema che ha bisogno di ben altro che di misure simboliche.
Questo decreto non è una risposta alla domanda di sicurezza dei cittadini, ma un esercizio di propaganda che rischia di erodere le garanzie democratiche in nome di una sicurezza apparente. La vera sfida, invece, sarebbe quella di costruire soluzioni condivise, piuttosto che imporre restrizioni che finiscono per dividere più che proteggere.

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