(Introduzione a Marina Zinzani). Vi sono storie che non cercano di rassicurarci, ma ci scuotono attraverso il gelo del disincanto. L’autrice ci accompagna nell'analisi de "Lo straniero", l'ultima opera di François Ozon tratta dal capolavoro di Camus. Tra le sfumature di un bianco e nero magistrale, emerge la figura di Mersault: un uomo che abita il mondo come un ospite estraneo, privo di passioni, lacrime o rimorsi. Un viaggio estetico e filosofico che ci interroga su cosa rimanga dell'uomo quando si spoglia di ogni emozione.
(Marina Zinzani).
Un protagonista oltre la comprensione
Essere nella vita ma non farne parte, stare a guardare, osservare ma non sentire. Non evolversi, non cambiare, non partecipare, non amare. Avvicinarsi al nulla, ad un mondo in cui le emozioni sono cosa estranea. Forse sono queste le sensazioni che lascia “Lo straniero” del regista francese François Ozon, uscito da poco nelle sale.
Tratto dal romanzo di Albert Camus, il film non offre una facile interpretazione del protagonista, l’impiegato Mersault, che vive ad Algeri ai tempi del colonialismo francese. Siamo negli anni 30. Mersault va al funerale della madre ma non piange, sembra non provare nulla.
Si accompagna ad una deliziosa ragazza, Marie, che lo ama e sogna un futuro assieme, ma lui non crede nell’amore. Il suo capo gli propone di andare a Parigi, e sarebbe l’inizio di una nuova carriera in una splendida città, ma lui non accetta.
Il peso dell'apatia nel giudizio umano
L’amicizia per un individuo losco, minacciato da ragazzi arabi, lo porterà ad uccidere uno di loro, e per questo sarà incarcerato, e giudicato in un processo. I suoi tratti di totale estraneità ai più normali sentimenti, come il dolore per la morte della madre, avranno un peso predominante nella sua condanna.
Girato in uno splendido bianco e nero, il film sembra portare lo spettatore a quel tempo, in quei luoghi, sembra di essere dentro la storia, accanto al protagonista in tutto il suo percorso, sembra di sentire il caldo asfissiante di Algeri, la freschezza di un bagno nel mare, sembra di vivere la vita dietro le sbarre, e di toccare i muri scalcinati di una prigione, in attesa di una sentenza.
L'interpretazione magistrale di Benjamin Voisin
L’interpretazione magistrale da Benjamin Voisin, che si era già fatto notare in altri film, come “Noi e loro” con Vincent Lindon, contribuisce a creare un’opera di grande raffinatezza ed anche di disagio, che non lascia indifferenti. L’attore sembra avere creato un senso di sottrazione al suo personaggio, per essere contenuto su ogni cosa, fino a togliere possibili germogli di vita.
Questo mentre tutto attorno a lui sembra vibrare, vivere, soffrire, urlare: l’anziano fidanzato della madre che è disperato al funerale, la sensuale Marie che è innamorata e felice. Mersault sembra vivere invece su un altro pianeta, dove prima di essere estraneo al mondo è straniero a sé stesso.
Eliminati degli aspetti che accompagnano gli uomini, come il giudizio della propria coscienza, il confronto con il proprio passato, l’interrogarsi, lo sperare, il credere, il creare, il lasciarsi andare, l’innamorarsi, si arriva in una terra di nessuno, dove tutto è indifferenza, disincanto. Forse noia e forse anche morte.
Un vuoto che parla al presente
Mersault non teme neanche il giudizio di Dio, come emergerà in un drammatico dialogo finale con un sacerdote. È un uomo senza consolazione, e apparentemente senza nulla.
La sua storia lascia una sensazione di sottile disagio, un senso di angoscia, di solitudine estrema, con il sottofondo di una violenza inutile, inspiegabile, evitabile, come quella che lui ha commesso uccidendo un ragazzo con cinque colpi di pistola.
Chissà se la sensazione di vuoto, quasi di essere in un paesaggio lunare, si avvicina a certi spaccati di cronaca di oggi, di ragazzini che uccidono senza un motivo, per noia, senza comprendere quello che fanno, in un quadro di totale alienazione.
Su tutto, l’uomo spogliato, reale nel suo essere senza maschere, ma che spaventa. Come se la perdita delle emozioni e di uno sguardo verso il futuro sia, in fondo, la perdita di tutto.

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