(a.p.) Nella gerarchia delle urgenze nazionali, il Paese sembra procedere a due velocità: da un lato la paralisi materiale, dall’altro l’iperattivismo sulle regole del potere.
Mentre la crisi energetica morde il tessuto produttivo e le infrastrutture civili mostrano segni di un declino anacronistico — si pensi al paradosso della giustizia milanese, eccellenza europea costretta a regredire alla carta per il blocco del sistema digitale — l’agenda politica è monopolizzata dalla riscrittura della legge elettorale. Ma questa non è una mera riforma tecnica: è una sfida al cuore del patto costituzionale.
Il valore del voto come fondamento, non come intralcio
Un nodo cruciale merita di essere rielaborato oltre le contrapposizioni tra sistemi. Il punto focale non è la difesa d'ufficio del proporzionalismo come dogma, quanto la rivendicazione di un principio di civiltà: il rispetto e la valorizzazione dell'opinione popolare come precondizione di ogni legittimità.
In una democrazia matura, la rappresentanza non è un "costo" o un rallentamento, ma il fondamento dell'autorità. Solo partendo da un’architettura che garantisca la dignità di ogni singola espressione di voto si possono, eventualmente, ipotizzare meccanismi premiali volti alla stabilità.
Se però si prescinde da questa base, il premio di maggioranza non è più un correttivo, ma un artificio volto a sostituire la realtà con una finzione parlamentare.
La meccanica del dominio: il Premierato e i suoi satelliti
Il terreno della legge elettorale appare oggi come il cantiere privilegiato per ottenere ciò che l’elettorato ha già respinto: il dominio assoluto della maggioranza sugli equilibri di garanzia. La strategia è chiara:
1. La maggioranza fittizia:
Attraverso un premio abnorme, si punta a una saturazione del Parlamento che non corrisponde al corpo elettorale.
2. L’eclissi dell’arbitro:
Una siffatta maggioranza "fabbricata" avrebbe i numeri per eleggere in solitaria il Presidente della Repubblica, riducendo l’organo di garanzia a una longa manus dell'esecutivo, spezzando definitivamente il sistema di pesi e contrappesi.
3. L’atrofia del legame territoriale:
In questo disegno, la volontà popolare viene sistematicamente bypassata. Lo dimostrano il disinteresse per il voto dei fuorisede, l’ostilità verso le preferenze e la spinta verso collegi nazionali smisurati, pensati per nominare fedeli esecutori anziché eleggere rappresentanti dei territori.
La deriva autoritaria mascherata da efficienza
Il Governo è già dominante sul Parlamento attraverso l'abuso della decretazione d'urgenza; la pretesa di un’ulteriore "stabilizzazione" tramite il Premierato è dunque un falso scopo. La verità è che, dopo la stravittoria del NO nei tentativi di riforma passati, si cerca di aggirare il voto popolare cambiando le regole d’accesso.
Invece di rispondere agli scandali che lambiscono i palazzi o alla crisi del lavoro che svuota le case, la politica si rifugia in una "mania riformatrice" volta a blindare la propria permanenza. È un infantilismo politico che confonde il comando con il governo, l’imposizione con l’efficacia.
Per una resistenza costituzionale
Contrastare questa deriva significa rimettere al centro l'opinione dei cittadini — giovani e adulti — che vedono nella Costituzione non un ferro vecchio, ma lo scudo contro ogni pretesa di dominio.
Se la politica continuerà a essere refrattaria alla legge e al pluralismo, spetterà a questa coscienza civile mandare a casa chi mina le fondamenta della convivenza democratica. La democrazia è discussione e rispetto; senza questi, resta solo l'occupazione delle istituzioni.

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