Passa ai contenuti principali

Il tagliacarte


Racconto di 
Vespina Fortuna

Tratto da “Donne maledette”

(ap) Una raccolta di storie (immaginarie) di donne che hanno vissuto sulla loro pelle un orrore, diverso per natura, ma sempre lacerante, affrontato con una forza disperata, alla ricerca di una via di uscita, forse impossibile da trovare.

In quel periodo non navigavamo in buone acque. Mio padre aveva trascorso gli ultimi anni della propria vita a cercare di rimediare agli errori di mio fratello e alla fine si era arreso. Aveva gettato la spugna lasciandoci tutte in un mare di guai. Avevamo i creditori alla porta e i carabinieri dentro casa. A quel tempo ero ancora una ragazzina, ma sentivo già il bisogno di fare qualcosa anche io per riportarci tutte a galla. 

La mamma, ormai alla deriva da un pezzo, navigava sulla zattera della commiserazione e le altre mie sorelle, chi più chi meno si erano rimboccate le maniche e avevano iniziato a remare. Forza di remare, io non l’avevo ancora, ma coraggio e intraprendenza non mi mancavano. Fu così che un giorno decisi di rivolgermi a quello che un tempo era stato un caro amico di mio padre e che adesso era diventato un uomo di affari facoltoso.
Entrai nel suo ufficio con la moquette alta un palmo, le vetrate al posto delle pareti, la scrivania di mogano e le poltrone comode e confortevoli come letti. La filodiffusione col volume al minimo mandava il notturno di Chopin e incorniciava quella stanza profumata e ovattata con un senso di pace ed armonia.
L’uomo mi sorrideva distratto mentre avrebbe voluto che lasciassi da parte i preliminari e mi concentrassi sul problema vero e proprio per poter concludere “quella pratica” nel più breve tempo possibile.
Mi feci coraggio ed esposi il nostro caso, senza cadere nel pietismo e nel compatimento. I fatti erano semplici e chiari: gli errori, le follie e le castronerie di mio fratello ci avevano trascinati in una situazione molto difficile e avevamo bisogno di un aiuto economico che avremmo restituito a rate, nel più breve tempo possibile.
Il suo discorso invece, a differenza di quanto mi aspettassi, fu lungo tortuoso e sviante. Mi parlò del momento critico del Paese, della profonda amicizia che aveva avuto per mio padre, della sventatezza di mio fratello, della fragilità di mia madre... Tutte cose che già sapevo e che avevo deciso di omettere per andare al punto che le sue dita tamburellanti mi avevano richiesto.
Poi parlò del mio futuro, dell’incertezza che la società riservava ai giovani e ai pericoli che avrei dovuto affrontare senza l’appoggio di un padre e con lo sgambetto continuo di un fratello tanto scellerato. Mi disegnò la mia famiglia come una specie di piovra che anziché aiutarmi a crescere mi avrebbe tirato a fondo. Dovevo fuggire a gambe levate e in fretta. La sua voce pacata e suadente mi ricordò il sibilo di una serpe e cominciai a sentirmi prigioniera.
D’un tratto mi si accostò sfiorandomi il viso con la mano rugosa e mi carezzò i capelli. Se avessi voluto restare avrebbe pensato lui a risistemare i problemi finanziari della mia famiglia. Mi stava offrendo una riva tranquilla sulla quale ricominciare a vivere in serenità.
Immaginai lo sguardo di mia madre farsi sereno, pensai alle mie sorelle tornare allegre e spensierate e per un attimo fui tentata di mangiare quella mela avvelenata, poi per fortuna mi risvegliai e compresi che non era quello ciò che ero venuta a chiedergli. Non potevo vendergli l’anima per risollevare le sorti dei miei cari, benché tanto cari, e che nessuno di loro, nemmeno quel debosciato di mio fratello avrebbe mai desiderato che mi concedessi come vittima sacrificale.
“Che cosa mi stai offrendo?” gli chiesi a bruciapelo “E qual è la ricompensa che mi chiedi?” “Ti offro una vita da regina e ti chiedo solo di incontrarci di quando in quando. Non preoccuparti, rimarrà il nostro segreto, solo tu ed io, nessun altro sarà a conoscenza del nostro patto.” “Mi stai comprando, dunque? Stai comprando l’ultima figlia del tuo migliore amico, quella che fino a qualche anno fa, tenevi sulle ginocchia? E dimmi, già allora, mi desideravi?”
“Non ti sto comprando, sciocchina. Ti ho amata da sempre e mi hai attratto già nella culla. Sono anni che aspetto questo momento e oggi, se vorrai, tu potrai esaudire i miei sogni ed io i tuoi.” Mi prese per le spalle e mi avvinghiò con le sue spire viscide. Fu un attimo. Afferrai il tagliacarte e lo colpii senza sapere dove finisse ogni volta la sua punta.
“Eccomi qua, questo è tutto, signor giudice.” “Si dichiara dunque colpevole del ferimento dell’uomo qui presente?” “Sì, l’ho colpito io. No, questo non è un uomo, è un serpente.” “Moderi i termini, signorina e si attenga alla domanda senza commentare.” Poi stette silenzioso, guardò gli incartamenti che aveva fra le mani, ma non sembrava che leggesse.
Pareva piuttosto che ripensasse a qualcosa di privato, un ricordo doloroso che gli faceva stringere gli occhi e ingoiare a fatica la saliva. “Mi riservo di decidere. La seduta è aggiornata a domani, stessa ora.” Prima di uscire dall’aula mi guardò e mi sorrise. In quel momento compresi che sarei stata assolta il giorno dopo. E così fu, libera da ogni colpa.
Eppure dopo tanti anni, ancora oggi, prima di addormentarmi penso che avrei potuto ucciderlo. Quel ricordo mi raccapriccia, ma ogni volta mi chiedo se a farmi più orrore sia l’idea che avrei potuto farlo o la consapevolezza che esistano uomini tanto ripugnanti.

Commenti

Post popolari in questo blog

Viaggio al termine della notte, gli ultimi fantasmi della giornata

Bianca Mannu -  Intemperante e vano gialleggiare di presunta primavera addosso a prode che s’accompagnano - umide  e senza cagione dimesse e gentili -  all’asfalto avverso della statale Piomboso asfalto che guizza convulso piombo che schiocca al succhio sbrigativo - ma pugnace - d’infocati pneumatici lanciati in vortici di danza rettilinea Piombo che si dipana.  Fuso piombo  lucido e selvaggio - sotto il mortale disappunto delle pupille spente e l’abissale tocco della notte che - pur inoltrandosi - non matura Dove sfoci e perché nessuno chiede né perché schizzi via obbediente - come serpe nastriforme di cadmio - agganciata a volubile puleggia che - non percepita - in un’altrove di senso caduco lesta trascina E - in alto - un cielo ammutolito smuore dentro una tenebra di vetro dentata d’intermittenze rosseggianti che l’ingordo orizzonte trangugia e restituisce in pallidi riflessi - del pallore dei moribondi lumi ...

C'è una storia che ho bisogno di raccontare

(a.p.). Una storia, su radici, terra, e il coraggio di cercarne di nuova senza perdere la prima. Non un annuncio, o un bilancio. L'ho scritta per chi, in questi anni, ha reso questo giardino comune. Potete leggerla sul nuovo sito, www.pagineletterarie.it: Migrare. Una storia di radici e di nuova terra .

I miei suoceri: un ritratto di quotidiana e spietata avarizia

(Introduzione a Daniela Barone). Con una prosa spietatamente sincera, il racconto traccia il ritratto di una famiglia di montagna imprigionata nella rigidità e nel culto della privazione. Tra le bizzarre trovate di un’avarizia incallita, i traumi taciuti della guerra e l’incomunicabilità degli affetti, emerge la parabola di un’esistenza vissuta nel segno del risparmio materiale e sentimentale, fino a un inatteso e poetico bagliore finale. (Daniela Barone). L'arrotino di montagna e i fantasmi della guerra Avevo conosciuto i miei suoceri solo un anno prima di sposarmi. Del resto loro erano i tipici montanari, rudi e introversi. A differenza della madre di mio marito, piccola e rotondetta, con una smorfia sul viso che pareva di disgusto o forse di rassegnazione, il padre era magro ma non macilento, alto ma non imponente. Aveva un viso virile, una bocca sottile e un naso diritto e lineare che gli conferiva un’aria signorile. In realtà Antonino, un arrotino ambulante, vestiva sempre abi...

L’empatia verso gli altri nasce dall'ascolto di sé

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni). Imparare ad ascoltare sé stessi è il primo passo per potersi aprire davvero agli altri. Il dolore non ascoltato diventa una barriera che isola e inaridisce l'empatia: un richiamo essenziale a non ignorare le proprie ferite per rimanere umani. Maria Cristina Capitoni Quando ti ignori riduci i canali del cuore, scambiando le parti. Se soffochi il tuo dolore non senti più quello degli altri.

🎭 Totò e l'arte della truffa: il sogno di possedere la Fontana di Trevi

(a.p.) ▪️ L’arte comica di Totò è molto più di una collezione di gag; è un commento sottile e malinconico su un’epoca, uno stile, un’idea. I suoi film non offrono solo risate, ma ritratti complessi di un’Italia in bilico tra furbizia e ingenuità, espedienti e grande cuore. Questa comicità, che ha saputo esprimere e definire un intero periodo storico, ci regala momenti di pura magia, capaci di trasformare persino un reato in una ballata di ilarità. Il ricordo di un’emozione si lega indissolubilmente all'episodio culmine di Totò Truffa '62, l’immagine dell'attore che vende la Fontana di Trevi a un ingenuo italo-americano, ironicamente chiamato Decio Cavallo (e subito storpiato in Caciocavallo). 🕵️‍♂️ La truffa perfetta e il mito dell'ignoranza Nella celebre scena, Totò, affiancato dal fido Nino Taranto, individua la vittima perfetta: uno straniero, ignorante delle cose d’arte e credulone. La truffa si basa sulla sapiente str...