(Introduzione a Daniela Barone). Un viaggio a ritroso tra le nebbie di Pavia e il vento di Genova. In questo racconto, la città lombarda smette di essere solo uno sfondo geografi-co per farsi specchio di un’esistenza: tra scoperte artistiche tardive, ferite storiche come il crollo della Torre Civica e la ricerca di una fede ritrovata nel silenzio delle cripte. Un’analisi intima su cosa significhi lasciare un luogo per ritrovare sé stessi.
(Daniela Barone) ▪️
L'incontro nel Duomo e la bellezza rivelata
Fu nel maggio 2017 che con mia figlia Elisabetta partecipai ad una conferenza di Sgarbi all’interno del Duomo di Pavia, città dove vissi trentacinque anni. Come spesso accadeva, il bizzarro critico si presentò all’evento con una buona mezz’ora di ritardo ma se ne guardò bene dallo scusarsi con il folto pubblico. Iniziò subito a presentare delle slide sui capolavori meno noti della cittadina con un eloquio affascinante che rapì fin da subito gli spettatori.Verso la fine Sgarbi raccontò le sue impressioni su Pavia e da buon padano, si sperticò in lodi sulla sua bellezza. Sì, ammisi a me stessa con riluttanza, c’erano delle chiese mirabili che avevo scoperto molti anni dopo il mio divorzio da Dave, quando avevo preso l’abitudine di inoltrarmi nelle viuzze del centro a me per lo più sconosciute.
Il boato e la cicatrice della memoria
Il 17 marzo 1989 la Torre Civica di Pavia era collassata rovinosamente intorno alle nove del mattino, causando la morte di quattro persone. Il boato aveva infranto il silenzio del centro storico ancora mezzo addormentato. Quel monumento antichissimo che esisteva da secoli e rappresentava l’identità pavese e l’anima della città stessa non esisteva più. Al suo posto solo pochi detriti e una nuvola di fumo.Nemmeno dopo decenni quel ricordo è sbiadito e la cicatrice duole ancora alla vista del moncone di quello che era stata la Torre. Fui molto colpita dalla disgrazia anche perché, solo il giorno prima mi trovavo con la mia figlioletta di quindici mesi in quel luogo. Pensare che Pavia era nota proprio come ‘la città dalle cento torri’. In realtà ne erano rimaste soltanto cinque. Per me i veri tesori della città erano piuttosto le chiese, da San Pietro in Ciel d’Oro a San Michele, oltre che il Carmine, il Duomo e San Teodoro.
Avevo cominciato a conoscerle piuttosto tardivamente ma me ne ero innamorata. Ricordo con piacere le passeggiate in Corso Garibaldi, ricco di poggiolini fioriti e di negozietti fuori dal tempo, come la cremeria dalle piastrelle bianche di Cesare, così simile alle latterie della mia infanzia.
Il cuore della città e la fede ritrovata
Era strano che dopo quasi trent’anni avessi penetrato il cuore di Pavia, le sue librerie antiche e i porticati della secolare Università dove troneggiavano i busti di Cardano, Foscolo, Volta e Golgi che le avevano reso lustro. In quegli anni per me difficili questa città poté diventare veramente un luogo dell’anima, come aveva detto Sgarbi, confortandomi e incantandomi con i suoi tesori d’arte.
Ritrovai persino la fede sbiadita della mia giovinezza nella silenziosa cripta di San Michele durante la funzione di una Quaresima gelida e nebbiosa ma provvida della grazia che cercavo.
L'addio alla città longobarda
Nel congedarsi dal pubblico pavese, Sgarbi aveva quasi invidiato i suoi abitanti perché vivevano in quella che poeticamente aveva definito “la Città dell’Anima e del Silenzio”. Anche lui si era addentrato nelle stradine antiche di Pavia e il silenzio era stato così immenso da fargli cogliere solo il rumore dei ciottoli calpestati e della sua anima.
Forse, come il critico d’arte, avevo colto tardi l’essenza impalpabile e il respiro di questa città mai accettata prima. Al momento di lasciarla per fare ritorno a Genova, mia città natale, non provai però alcun dispiacere. Persino il pensiero di tornarci in visita almeno una volta, non mi colse mai e non volli indagarne il motivo.
Intuisco ora che desideravo lasciare a Pavia i miei fallimenti sentimentali, la rabbia, la solitudine, e il ricordo straziante di papà che proprio lì consumò i suoi ultimi giorni di vita. Eppure fu in questa città dall’anima fieramente longobarda che concepii Elisabetta e Fabrizio, crebbi con gioia loro e il fratello maggiore Francesco e insegnai con passione per oltre vent’anni.
Tra nebbie, risaie e il richiamo del mare
Pavia era stata per me la città delle nebbie che l’avvolgevano precocemente a fine estate e si infittivano desolatamente nella lunga stagione rigida, il luogo delle zanzare nelle estati afose che rifuggivo appena finita la scuola, la landa delle risaie a maggio che mi ricordavano tanto l’agognato mare ligure. Ora, mi dicono, la nebbia è diventata rara e a volte fa capolino un venticello. Solo le zanzare resistono ma i pavesi non ci fanno troppo caso.Un buon risotto innaffiato da un calice di Pinot Nero dell’Oltrepò sono le ultime immagini che ho di Pavia, quando le ex colleghe mi salutarono calorosamente ad una cena in Piazza Duomo con la vaga promessa di rivederci presto. Qualche notte mi capita di sognarla ma, a dire il vero, per ora non desidero tornarci. Mi sento legata alle molte anime di Genova, luogo odoroso di vento e di mare, città che mai si rivela del tutto e serba lo scrigno dei miei ricordi d’infanzia, dei sogni, dei nuovi progetti e del mio continuo, sorprendente divenire.
Foto dell'autrice Daniela Barone
1. Il Ponte Coperto (Copertina)
"La città delle nebbie che l’avvolgevano precocemente a fine estate."
2. Vittorio Sgarbi alla conferenza
"L’inizio di un viaggio nell'essenza impalpabile e nel silenzio della città."
3. San Michele a Pavia
"La ritrovata fede della giovinezza nella silenziosa cripta di San Michele."



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