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L'etica del giudice

Privato e professione: il conflitto tra sentimento e dovere nella serie tv Your Honor


di Marina Zinzani

In questi giorni Sky sta trasmettendo una serie che ha avuto molto successo negli Stati Uniti, “Your Honor”. È la storia di un giudice, Michael Desiato, che per proteggere suo figlio infrange tutte le regole morali che lo avevano fino ad allora contraddistinto.
Suo figlio ha ucciso in un incidente stradale un ragazzo, non lo ha soccorso, è fuggito. Il padre all’inizio lo convince a costituirsi, ma poi, appurato chi è la vittima, il figlio di un boss della malavita, lo obbligherà a non presentarsi alla Polizia. Sa a quale destino il ragazzo andrà incontro in carcere, probabilmente la morte, e fa di tutto per salvarlo. Mentendo, alterando prove, chiedendo aiuto a un personaggio losco. La colpa cadrà su un altro ragazzo. 
E’ il dramma di un padre di poche parole, chiuso nel suo dolore silenzioso. La moglie è morta da un anno e il figlio non ha ancora superato il trauma della sua perdita. L’incidente e l’occultamento della verità, in un incastro crudele di eventi a catena, porterà in superficie il conflitto fra il padre e il figlio. Il padre vuole proteggerlo, sistemare ogni cosa, salvargli il futuro. È terribile e struggente questo suo pensiero di salvargli il futuro. Il ragazzo invece non riesce a metabolizzare cosa è successo, e il fatto che un altro abbia pagato al suo posto. Non riesce ad andare avanti.
Il senso della tragedia si compie su più fronti, primo fra tutti l’abbattimento di ogni etica e morale del padre, un giudice che rappresenta la legge, e che deve violare la legge per salvare il figlio. È naturale, si può pensare, è umano. La vita di un figlio, che è la sua vita stessa in fondo, vale di più di qualche prova alterata.  Anche se alla fine viene incolpato un altro.
L’etica può essere considerata un’autoregolamentazione, uno specchio che richiede sempre limpidezza quando si pone di fronte. L’etica si può definire un’eleganza dell’anima, il senso di elevazione di un individuo che viaggia su binari diversi dai bassi valori del denaro, dell’ipocrisia, del tornaconto, della mediocrità.  È una ricchezza interiore. Poco monetizzata, in genere.
Il punto è che i confini dell’individuo sono labili, il bene e il male sono sfumati, quando si tratta di salvare se stessi, e qui, in questo caso, il proprio figlio. Sul figlio la cosa si può comprendere.
Il figlio è ciò di più prezioso si possa avere, ci sono sentimenti viscerali che vanno sopra a tutto, che possono rompere quella autoregolamentazione che ci si è dati. Il punto è che spesso si scambia l’etica con quattro denari, si tradisce un’amicizia, un rapporto umano, in nome di un tornaconto. L’etica diventa sabbia quindi, vuoto, per avvantaggiare sé stessi. 
La perdita dell’innocenza diventa compagna frequente, può sollevare qualche inquietudine, ma difficilmente scalfire la scorza dell’ipocrisia e del menefreghismo. 
La serie vede il protagonista, Bryan Cranston, nei panni del giudice: la sua è una grande recitazione, intensa, fatta di sguardi, silenzi, apparentemente sotto tono. La disperazione è soffocata. Si respira il dramma della responsabilità di avere un figlio, di proteggerlo. Il padre si butta nel mondo uccidendo sé stesso, i suoi principi, ciò in cui crede. Uccide il giudice, colui che è legato alla legge. Fa del male e vorrebbe rimediare. È un uomo perduto, senza la propria identità. 
E il figlio, in conflitto con la sua scelta di far finta di niente, di guardare al futuro, di salvargli il futuro appunto, rappresenta la sua coscienza. 
Non ci sono scorciatoie, l’anima ha i suoi codici. E l’etica non è solo il rispetto delle leggi, ma ciò che contraddistingue un uomo, la sua interiorità, ciò che lo salva dalle tempeste. Non è poco.

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