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Fame d'amore

Incontrarsi lungo le rive del Mekong. Di nascosto, con avidità


di Laura Maria Di Forti

Durante una cena offerta in casa dell’amica, Alice conobbe Joseph. Aveva un aspetto molto gradevole e lei lo trovò bellissimo. Aveva il fisico slanciato, era alto, longilineo, aveva un portamento aristocratico perché il padre era un conte inglese molto ricco. Aveva studiato a Oxford ed era elegantissimo anche in un paese caldo dodici mesi l’anno. Il volto, invece, tradiva la discendenza vietnamita da parte di madre. Gli occhi leggermente allungati lo rendevano molto attraente e i modi estremamente gentili, quasi ossequiosi, tipici della cultura materna, gli donavano un’attrattiva misteriosa.
Un’avventura romantica, sì. Forse era veramente ciò che ci voleva per uccidere la noia, per ritornare a vivere, risorgere dalle macerie. E allora perché sognarla solo ad occhi aperti? Joseph era uno straniero bellissimo che univa la raffinatezza europea al fascino orientale e poi la guardava con occhi dolcissimi, le sorrideva e si rivolgeva a lei con un leggero inchino del capo. 
Il corteggiamento. Sofia si sentiva circondata dallo sguardo di quell’uomo, avvinghiata alla speranza, sì, ma anche al desiderio di trovarsi tra le sue braccia che immaginava forti e calde, confortevole nido dove rimanere in silenzio e piangere di gioia. Sentì dei brividi, un eccitamento improvviso, la lusinga di un amore forte, travolgente, una passione intensa, addirittura smodata.
Che male c’era a desiderare di essere baciata da quelle sue labbra vogliose? Quella notte immaginò di essere abbracciata da lui, avvinghiata al suo corpo, coperta solo dei suoi sguardi silenziosi mentre lui le sussurra dolci, tenere parole intrise d’amore e di desiderio in un delirio di eros e di carnalità. 
L’indomani seppe da Mariolina che Joseph era un uomo sposato e che la moglie era una giovane ragazza inglese di sangue nobile. 
Sofia soffocò a stento il pianto cercando di non farsi vedere da Mariolina che non sospettò di nulla. Ma due giorni dopo Sofia incontrò di nuovo Josep ad un aperitivo sopra la terrazza del Caravelle Hotel. 
“Ma la moglie non segue mai il marito a questi inviti?” chiese Sofia all’amica, indicando Joseph che sorseggiava un aperitivo conversando con alcuni uomini.
“Chi, l’inglesina scialba? Dicono sia una giovane anoressica e triste che rimane sempre nel castello in Cornovaglia e non segue mai il marito in Vietnam. Pare non sopporti i vietnamiti, il Vietnam e il modo di mangiare e di vivere di questo paese. Sai, è molto british!” rispose Mariolina sorseggiando un aperitivo a base di vodka ghiacciata.
Sofia si guardò attorno. Non c’erano altri uomini belli su quella terrazza che dava sulla piazza dell’Opera House. C’erano dei francesi con la puzza sotto il naso che brindavano con champagne Dom Pérignon, degli inglesi che fumavano il sigaro con alcuni americani grassi e alcuni vietnamiti ricchi e ossequiosi. Ma solamente Joseph possedeva carisma, la grazia di chi guarda tutti con occhi gentili ma è superiore per bellezza, classe e fascino.
Essere l’amante di quell’uomo attraente sarebbe stato meraviglioso e lei lo desiderava oltre ogni cosa. Si sentiva fremere di desiderio, come se ne andasse della propria vita, essendo, questa, l’unica possibilità che le rimaneva per non morire di noia.
La noia. Era una nemica temibile, una sfrontata tentatrice e una insidiosa suggeritrice peccaminosa. La noia, sì. Non sarebbe stata tanto forte da resistere, non avrebbe voltato le spalle alla tentazione e alla lusinga di dolci passionali notti. Era debole, non era difendibile. Era esposta come una vergine che odia la propria castità, aveva nella testa il tarlo della trasgressione.
Joseph. In definitiva, Sofia lo voleva a tutti i costi. Gli si avvicinò con l’aperitivo in mano mentre lui era seduto ad uno dei tavolini e conversava con alcuni americani. Il tema della chiacchierata era la nuova metropolitana, i lavori iniziati anni prima e poi sospesi. Appena vide Sofia, Joseph si alzò per baciarle la mano e farla accomodare. Oh, certo, sapeva trattare molto bene le donne, il conte inglese bello come un dio e affascinante come un divo del cinema! Sofia si sentì lusingata e finì per credersi veramente bellissima giacché per tutta la serata lui non fece altro che starle a fianco e parlarle.
“All’Opera House è in programma uno spettacolo molto particolare che racconta la storia del Vietnam, uno spettacolo bellissimo, balletti e coreografia speciali” disse Joseph guardando teneramente Sofia.
“Ho visto i cartelloni – disse Sofia di rimando, guardando verso la piazza dove il Teatro si affacciava con tutto il suo candore – e ho intenzione di chiedere alla mia amica di andare a vedere lo spettacolo insieme.”
“Andiamoci noi due – fece Joseph sottovoce, per poi aggiungere – soli.”
Sofia lo guardò negli occhi, neri e dolci. Ora erano intriganti però, occhi che tramano e ordiscono storie sordide che sanno di talami coniugali violati e di piaceri libidinosi. Joseph attendeva una sua risposta. Sofia gli sorrise. Quella era una risposta, la promessa di stare al suo gioco, di acconsentire all’offerta di quell’incontro, certo, ma anche di altri molto più intimi.
Joseph sorrise di rimando. Continuarono a guardarsi con occhi famelici facendo finta di chiacchierare ora con uno ora con l’altro degli invitati in un crescendo di ipocrisia e di conformismo, ma in cuor loro sapevano che stavano scivolando nel peccato.
L’indomani mattina Sofia ricevette l’invito allo spettacolo per quella sera stessa sapendo che poi, qualche ora dopo, sarebbe divenuta l’amante di quell’uomo bello e spavaldo. 
Era una notte di fine dicembre, una forte pioggia bagnava senza ritegno l’intera città e loro senza ritegno si amarono. Sofia pensò di essere tornata a vivere, di stare riaffiorando come un naufrago quando raggiunge finalmente terra. Una sensazione così piacevolmente intensa di liberazione dalla cupa e tetra percezione di noia e di sgomento che aveva caratterizzato gli ultimi anni si impadronì di lei donandole serenità e gioia, insieme alla consapevolezza di essere viva e di respirare a pieni polmoni, un’impressione tanto diversa da quel senso di disfatta e di lenta ma inesorabile morte psicologica a cui ormai era avvezza.
Tornò a casa di Mariolina molto tardi, dopo aver faticato a lasciare il letto dove aveva amato e si era fatta amare da Joseph, in una girandola di baci e carezze, di sospiri e di fremiti. Sarebbe rimasta ancora in quel letto, certo, ma non voleva destare sospetti nell’amica.
L’indomani mattina Mariolina le chiese se le era piaciuto lo spettacolo.
“Molto, per le splendide coreografie e i ballerini bravissimi. Spettacolo originale, intenso, travolgente direi, molto particolare. Dovresti andare a vederlo.”
“Ci sono stata l’anno scorso. Certo, le coreografie forse sono cambiate, ma più o meno lo spettacolo lo conosco. Noi siamo andati a letto presto, ieri, perché Giulio oggi ha una riunione importante e voleva essere in forma e riposato. Non ti ho sentita tornare.”
Certo, l’amica quindi non immaginava nemmeno che la serata di Sofia si era protratta in casa di Joseph fino a tarda ora.  E tutto era avvenuto in maniera così naturale, senza la minima titubanza da parte sua, senza alcun timore di stare facendo qualcosa di sbagliato. Sofia chiuse gli occhi un attimo, ricordando che c’era, invece, un impedimento che non aveva calcolato minimamente la sera prima. Joseph era sposato.  
Improvvisamente in balia del senso di colpa giurò a se stessa che non ci sarebbe stata una seconda volta, che l’avventura con quell’uomo straordinariamente bello sarebbe terminata in via definitiva. In cuor suo, però, sapeva di mentire. Forse sarebbe dovuta partire subito, tornare a Roma. Voleva mettere tutta l’Europa e l’Asia tra lei e Joseph, voleva fuggire dalla tentazione di ritornare tra le sue braccia ma, pensando questo, si rese perfettamente conto che stava mentendo. Due giorni dopo lei e Joseph si incontrarono di nuovo e di nuovo si amarono. Con cupidigia, come due assetati o due poveri affamati ma, nel momento di andare via, in un impeto di pentimento, Sofia si voltò.
“Addio” disse guardandolo con occhi velati.
“A domani pomeriggio” le disse lui baciandola.
“Non dovremo più rivederci” fece Sofia, in un inutile tentativo di moderare la propria cupidigia per il senso di colpa.
“Non lo dire neanche” le disse Joseph sorridendole, mentre lei entrava in ascensore.
Si vedevano quasi tutti i giorni, la scusa per Mariolina era un corso di cucina vietnamita a cui si era iscritta e di cui aveva anche pagato la retta. Sofia usciva dopo pranzo per recarsi all’appuntamento, usciva da casa con aria imbarazzata, come se quella bugia detta all’amica la imbrattasse tutta svelando la menzogna e l’immoralità dell’appuntamento. Certo per lei, che era stata educata a rigide regole morali, quella condotta era spiacevole e scabrosa e la mortificava, colmandola di sensi di colpa e di vergogna. Nonostante questo, il pomeriggio si truccava, si profumava, indossava un bel vestito e usciva per recarsi a casa di Joseph.
Si comportava come una bambina disobbediente che non deve toccare la torta e invece la mangia di nascosto e con avidità. La situazione era insostenibile, certo, ma anche inevitabile. Non poteva fare a meno di andare da Joseph e non poteva pretendere da sé stessa di rinunciare a quella che sembrava essere una scappatoia all’infelicità.
Perché, e di questo ora si rendeva conto, da tempo era andata scivolando sempre più verso la rassegnazione, verso la noia e la depressione, presa com’era dal lavoro, la carriera, gli impegni con gli altri avvocati, i giudici, i criminali, i colpevoli e gli innocenti, con tutti ma non con se stessa. La Sofia donna aveva bisogno di essere amata, abbracciata e desiderata e questo Joseph sapeva farlo molto bene, anche a dispetto della moglie costretta a trasformarsi in un ricordo lontano.
E Sofia, da tempo senza un uomo pronto ad abbracciarla, senza figli e con un lavoro ormai divenuto abitudine, difficilmente poteva rimanere tenacemente attaccata ad una morale che la costringeva a rinunciare sempre. Più facilmente, invece, sarebbe rimasta preda della propria insoddisfazione trovando in un uomo piacente, anche se sposato, quell’appagamento di cui aveva perso il ricordo.
L’appartamento di Joseph era situato al trentesimo piano di un grattacielo con vista sul fiume Mekong e quando Sofia, dopo un pomeriggio trascorso a letto a giocare agli amanti segreti, guardò dalla finestra e vide le luci accese della città, da quell’altezza ogni cosa le sembrò più affascinante, incontaminata e pura. Anche il loro desiderio sembrava mondo da ogni peccato e Sofia credette di essere nel giusto a ignorare la moglie inglese di Joseph, come d’altronde lui sembrava riuscisse a fare molto bene.
In fondo, quella donna era lontana, in un altro continente e lasciava il marito solo in una terra che per metà gli apparteneva e di cui aveva evidentemente nostalgia. E forse quella donna non aveva desiderio di lui, non lo cercava, non le importava, non aveva bisogno nemmeno della sua lealtà. 
Lei, invece, aveva bisogno di amore, aveva necessità di essere desiderata, di leggere negli occhi dell’altro la sua sete per lei e di vedere il fremito delle labbra, avide solo dei suoi baci. Quella moglie lontana e negligente doveva essere punita, doveva pagare il conto per la sua indifferenza.
Così, cacciando la vergogna di essere un’amante e di non aver diritto a quell’amore, Sofia correva ogni pomeriggio verso la felicità convincendosi che nessuno mai avrebbe potuto condannarla.  Entrava nell’ascensore tremando, forse fremendo di piacere e di paura insieme e, quando Joseph apriva la porta, allora nulla aveva più importanza, non i sensi di colpa, non la vergogna, le titubanze e nemmeno i centomila motivi che era solita addurre per incolparsi.
L’unica cosa che importava era invece annullarsi in quell’abbraccio, purché Mariolina e le persone che incontrava durante i vari ricevimenti a cui era invitata non sapessero. Tutto doveva rimanere sepolto nelle bugie, nelle frasi non dette, nelle cose taciute. Amando ci si annulla un poco e Sofia, amando Joseph, diveniva invisibile, diveniva fantasma. E un fantasma non può tradire perché, semplicemente, non vive.

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