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8 marzo, insieme per cambiare

Proclami e tanto da fare. Per le donne. E non solo


di Laura Maria Di Forti

Festa di tutte le donne. Si preparano programmi televisivi, si annunciano proclami a favore dei loro diritti, si comunicano nuove battaglie e nuove iniziative.
E poi ci sono le commemorazioni, le frasi ad effetto, comici che scherzano sulla parità dei sessi, film romantici mandati in onda per appagare il sempre intramontabile romanticismo femminile.
Le cose sono effettivamente molto cambiate negli ultimi decenni, almeno in certe parti del mondo perché, a ben riflettere, non dappertutto è così semplice essere donna.
Ci sono paesi dove la donna cammina dietro l’uomo, non può mangiare con lui ma lo deve servire, si deve coprire per nascondere le sue forme, i tratti del viso, la sua femminilità, insomma. Ci sono paesi dove essere donna significa essere preda, considerata un corpo senza intelligenza, volontà e aspirazioni. Essere donna vuol dire solo doveri.
E questa mentalità oscura, crudele e irrazionale perdura talvolta, purtroppo, anche nei paesi dove la donna ha potuto raggiungere molti traguardi. La donna oggetto, concepita solo in virtù della propria bellezza, o la donna che perde la libertà e spesso la vita perché amata solo come cosa posseduta, la donna che deve faticare a casa e nel lavoro ma si vede sola nei suoi compiti, non appoggiata e non sostenuta in virtù di antiche e ormai desuete regole di comportamento.
Questa donna così fragile, ancorata a vecchi stereotipi di donna del focolare, ligia alla casa e ai figli, prona nel sostenere, assecondare, aiutare e proteggere, questa donna quasi dimenticata eppure presente, figura di contorno e non protagonista, questa donna viene concepita come nemica dall’uomo che si autodefinisce unico artefice della storia del mondo. 
I filosofi e gli uomini di cultura del passato relegavano la donna all’unico compito di “fattrice”. La donna non aveva un cervello adatto agli studi scientifici, doveva limitarsi al canto, alla musica, al ricamo e ai lavori domestici. 
Eppure.
"Oltre alle gambe c’è di più" recitava una canzone di qualche tempo fa. Ebbene sì, forse certi uomini affogati nel proprio egocentrismo o osservanti di norme scritte da un maschilismo annientante non lo sanno, ma le donne hanno un cervello che funziona molto bene.
Le donne, in definitiva, sono uguali agli uomini. Non peggiori o migliori, ma uguali. Corpi diversi, vero, ma per il resto sono identiche. Aspirazioni, desideri, sentimenti, capacità comuni e comune diritto alla dignità. Per quale ragione dubitare di quella che dovrebbe essere una verità inconfutabile, una certezza granitica, una realtà davanti agli occhi di tutti? 
La diversità ha fatto sempre comodo ai potenti per autodefinirsi migliori nei confronti dei più deboli. Ha fatto comodo ai vincitori nei confronti degli sconfitti, agli europei conquistatori nei confronti dei nativi americani, dei bianchi ricchi nei confronti dei popoli poveri e dalla pelle nera, ai popoli quantitativamente superiori nei confronti delle minoranze etniche. Ma la diversità è ricca, feconda di idee e novità, è stimolante, la diversità è interessante, incita a reinventarsi, sprona a migliorarsi.
E allora? Allora se la Festa della Donna serve a tenere sempre viva l’attenzione sugli errori vecchi e nuovi nei confronti di un genere spesso ancora troppo indietro nella considerazione sociale collettiva, allora ben venga.
Altrimenti, cari signori, uomini indaffarati a scegliere la donna solo in base al fisico e a due gambe snelle, sappiate che la donna che pensa non è una nemica da affrontare, ma una compagna da amare per camminare insieme lungo la strada, spesso ahimè assai difficoltosa, della vita. Insieme è meglio. Dandosi un braccio, ancora meglio. Ci si sorregge a vicenda e non si rischia di inciampare.

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