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Il sogno di uscire dall'incubo


di Marina Zinzani

Quando si vedevano i camion con i morti, una scena che mai dimenticheremo; quando di fronte ad una persona risultata positiva ci si interrogava di quanti centimetri ci si era avvicinati, dieci, trenta, per poi vivere nell'ansia nei giorni a venire (con la paura di avere contagiato un genitore di novant'anni a casa, con quello che una cosa del genere comportava, probabilmente la morte), si attendeva il vaccino come una liberazione dall'incubo.
Il riprendere la vita di prima, che poi non sembrava così male. Appariva sotto un altro significato la parola viaggio, abbraccio, chiacchierata fra amici, convivialità. Ci si chiedeva se saremmo tornati quelli di prima. La libertà era il ritorno alla vita, ma anche il non ritenersi un domani di togliere la libertà all'altro, facendolo ammalare, forse morire.
E invece sono sorte voci contrarie al vaccino. È lecito ascoltare, condividere i dubbi, anche avere paura. Ma l'alternativa sarebbe stata continuare a morire. 500 morti al giorno al posto di 50 di oggi. E poi vengono in mente persone vicine che non ce l'hanno fatta. 
E allora cambia la percezione dell'altro che non accetta il vaccino, non per paura, non per una eventuale reazione allergica o per una complicazione della propria malattia cronica, ma in nome della propria libertà. La propria libertà. Come se la libertà dell'altro di non ammalarsi sia cosa di poco conto, come se la vita dell'altro e dei suoi cari venga dopo, molto dopo. Anzi, non venga per niente.

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