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Genova, l'eskimo e i liceali: una ragazza degli anni Settanta 👩

Una ragazza su una terrazza a Genova negli anni '70
(Introduzione a Daniela Barone). Il racconto di una giovinezza vissuta a Genova a cavallo tra due decenni formidabili. Dalle prime trasgressioni pomeridiane in discoteca alle canzoni di De André, fino alla cattedra di un liceo, l’autrice ci regala il ritratto nitido e nostalgico di una generazione che ha scoperto la libertà alzando il pollice in autostop e l'ha difesa nelle assemblee, lasciando un'eredità che ancora oggi sa contagiare i giovani.

(Daniela Barone).

Tra zeppe e De André: i contrasti di una famiglia degli anni '70

A 14 anni, nel pieno delle grandi rivendicazioni giovanili degli anni '70, a Genova indossavo come le mie coetanee minigonne vertiginose, pantaloni a zampa d' elefante e casacche a stampe floreali. Completavano il tutto occhiali da sole enormi e zatteroni con altissime zeppe.
Papà aggrottava le sopracciglia di fronte a quell’abbigliamento vistoso ma la mamma insorgeva sempre in mia difesa: «Non fare il padre meridionale antiquato, Nino. Dopotutto è la moda. Che male fa ad indossare le gonne corte?». Papà si arrendeva all’indulgenza di mia madre ed interveniva solo se mi truccavo in modo troppo pesante.
La colonna sonora di quel periodo spensierato furono le canzoni di Fabrizio de André dai testi di forte impegno sociale, come l’album Non al denaro non all’amore né al cielo ma anche la musica leggera dei cosiddetti Complessi, come l' Equipe 84,  i Camaleonti, i Rokes. 
Una ragazza bionda anni '70 in minigonna in posa su una terrazza

Il "Venti Ventisei" e i fumi di Cornigliano: la mia Genova operaia

Di nascosto dai miei genitori il sabato pomeriggio avevo cominciato a frequentare la prima discoteca, il Venti Ventisei. Superato il Ponte Monumentale, già sentivo le "mie" canzoni, pur confuse dal rumore del traffico. Entravo nel portone n. 26 della maestosa via XX Settembre, desiderosa di immergermi in quel mitico tempietto musicale.
Fu poi la volta delle discoteche vere e proprie della domenica, come il Maddox e il Caladium, dove esordì il nostro comico Beppe Grillo. Com’era diversa allora la mia Genova: metropoli operaia in bilico tra il boom industriale e gli anni di piombo, era la sesta città d'Italia per abitanti, il porto e le acciaierie, come l'Italsider e i cantieri navali che impiegavano migliaia di operai e dei leggendari "camalli".
Ricordo quando, da studentessa, guardavo dai finestrini dell’autobus i densi fumi color ruggine delle ciminiere di Cornigliano che ammorbavano l’aria ma ai tempi non ci si faceva troppo caso.

L'onda Beat: i capelloni di Piazza Tommaseo e il pollice alzato

Verso la metà degli anni Sessanta, quando ancora frequentavo le elementari, era nata la Beat Generation, in forte contrasto con il miracolo economico che aveva coinvolto anche Genova. Che emozione provai da adolescente a leggere i libri americani tradotti dalla mia concittadina Fernanda Pivano! 
Non solo lei aveva intervistato Jack Kerouac ma ci aveva anche fatto conoscere i versi dell’antologia di Spoon River messi in musica da De Andrè. «Che strazio queste canzoni, Daniela. Sono così tristi, non trovi?» commentava mia madre che prediligeva le strofette briose di Orietta Berti o gli acuti di Claudio Villa. 
Io invece amavo quei brani che dipingevano un’umanità variegata: il chimico incapace di amare, il giudice vendicativo, il malato di cuore che vince sull’egoismo, l’ottico creatore di immagini speciali.
Nel 1969, da ragazzina trasognata, rimasi molto colpita nel vedere i "capelloni" stravaccati nella scalinata di Piazza Tommaseo. Con i loro capelli lunghi e fluenti sulle spalle, scandalizzavano i benpensanti che non comprendevano il netto rifiuto del conformismo borghese e del consumismo. 
«Visti da dietro non capisci più se sono uomini o donne, vero, Nino?» sbottava inorridita la mamma. Io ero invece affascinata da questi giovani fasciati in jeans "scampanati" e giacconi eskimo verde militare. L’anno dopo conobbi Sergio che diventò il mio primo ragazzo. Avrei tanto voluto che fosse come loro ma lui si ostinava a portare i capelli corti e a vestire in modo antiquato, anche se aveva ceduto alla moda dei basettoni e dell’eskimo
E poi, come non ricordare l’autostop? La trasgressione, l’esperienza del viaggio senza una meta precisa e l’irrequietezza giovanile coincisero con l’alzare il pollice per avere un passaggio da chiunque. 
«Che non ti venga in mente di fare l’autostop, eh? Per carità. Non sai mai chi puoi incrociare» ammoniva mia madre. Io non tenevo conto delle sue raccomandazioni e volentieri cedevo all’emozione di un viaggio a scrocco in auto con degli sconosciuti, peraltro innocui, di cui mi fidavo ciecamente come i miei coetanei.
Una signora adulta e un uomo più giovane si abbracciano come amici

Dalla contestazione alla cattedra

Gli anni Sessanta aprirono la porta ai mitici, impagabili anni Settanta. Quante volte li avevo decantati ai miei alunni liceali come una meravigliosa epoca di rivoluzione sessuale, contestazione, innovazione musicale.
Loro ascoltavano rapiti i miei racconti delle prime lotte studentesche, delle vibranti assemblee scolastiche, dei cineforum e dell’impegno politico. Parlavo anche con nostalgia delle poesie di Jacques Prévert, come Cet amour che tante volte avevo letto con il mio fidanzato: un vero e proprio manifesto del sentimento amoroso che sopravvive al tempo, pilastro della vita ed energia irrinunciabile.  
Per farli immergere nell’atmosfera di quegli anni leggemmo i versi dell’Urlo di Allen Ginsberg: «Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche».
Quanti miei alunni furono incantati dalla ballata di Ginsberg che alcune mie colleghe mai avrebbero proposto alle classi quinte per le tante espressioni spinte.
Ricordo ancora l’esame orale di maturità di uno di loro che si mise a declamare i versi di quei giovani disperati che caddero in ginocchio in cattedrali senza speranza pregando l’uno per la salvezza, la luce e il seno dell’altro, finché l’anima non illuminò i suoi capelli per un secondo.
Cristian aveva imparato a memoria tutto il poema; me l’aveva confessato di fronte al tabellone finale dove spiccava il suo meritatissimo 100. La foga entusiastica del candidato aveva prevalso su tutto, anche sulla perplessità di certi esaminatori. Era giusto così.

L'incanto svanito e la valigia sempre pronta

Da allora tutto è cambiato per me, pensionata che continua i suoi viaggi e li vive come un’esperienza profonda e continuo divenire. E la mia valigia è sempre a portata di mano per accompagnarmi in terre lontane fra scatti memorabili, deviazioni, soste improvvise, incontri inaspettati da rievocare di tanto in tanto, anche se l’incanto di quegli anni ribelli è svanito per sempre con la mia giovinezza.

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