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Una via di fuga, "Enciclopedia di Istanbul"

di Marina Zinzani

Si risolvono le cose fuggendo? Questo è uno dei temi della serie turca trasmessa su Netflix “Enciclopedia di Istanbul”, ambientata in questa città. È la storia di due donne diversissime: la giovane Zehra arriva ad Istanbul per frequentare l’università e si fa ospitare da Nesrin, un’ex amica di sua madre.
È una giovane che rimane affascinata dai bagliori e dalle promesse della metropoli, ha alle spalle una piccola città in cui vive la madre. Nesrin, cardiochirurgo, questa città la detesta e vuole lasciarla definitivamente: la aspetta un lavoro a Parigi, in cui potrà ricominciare una nuova vita.
Istanbul rappresenta qualcosa che va oltre la realtà in cui vivere: per la giovane Zehra è l’approdo, una vita piena di promesse, di amicizie, forse c’è un possibile amore, sembra tutto luccicante e vitale, anche se questo crea dei conflitti in lei e nella sua interiorità. Chi è ora, cosa vuole diventare? Sembra sospesa fra due mondi, in cerca di un’identità.
Nesrin, che appare all’inizio dura e distaccata, con i nervi a pezzi, sembra che ad Istanbul non abbia combinato niente che la appaghi, che non abbia costruito niente che la renda serena. Anche lei vi era approdata piena di aspettative ed ora vuole solo fuggire, verso quella città che potrebbe sembrare piena di promesse come Parigi.
Vuole tagliare i ponti con la sua pesante realtà famigliare: la madre malata di demenza, una sorella che le ha creato solo guai e che le rivela un giorno tutto il suo odio perché lei era la figlia perfetta, quella ha studiato ed ha fatto carriera come medico, mentre lei è rimasta ai margini, come cantante di un pianobar. Rancori sotterranei che scoppiano, veleno che esplode.
Pur apparendo crudele nel lasciare una realtà così difficile, con la madre in quelle condizioni, Nesrin pensa a sé stessa prima di tutto, egoisticamente: non ce la fa più a sopportare questo peso, questa città, questa condizione di fallimento anche sentimentale. Parigi l’attende con un nuovo inizio, se ne andrà finalmente.
Queste due donne si scontreranno, è inevitabile. Sono suscettibili, hanno in realtà un conflitto ed un tormento interiore che invaderà quel fragile rapporto di convivenza. Nesrin aveva una grande amica, la madre di Zehra, ma le loro strade si sono divise molti anni prima, provocandole una ferita mai rimarginata.
Degli eventi imprevisti e la crisi dell’identità professionale di Nesrin, coinvolta in un presunto errore medico, faranno riavvicinare le due donne, come se fuori dai bagliori della città ci fosse un momento di pausa, di confessione. E qui la storia entra maggiormente nella loro interiorità, in una messa a fuoco dei loro sentimenti che ha rimandi ad Ingmar Bergman. È come entrare nelle loro anime: scorgerne le contraddizioni, le aspettative, le illusioni, la fatica di vivere, e il pensare che fuggire, andare altrove, ovunque, lontano dalla propria realtà, possa rappresentare un nuovo inizio. Un preludio alla felicità. 
Ma i pensieri non viaggiano, restano dentro, ancorati, non se ne vanno. Non se ne vanno le ferite, i lutti anche dell’anima, i conflitti, non se ne va la memoria che li vincola a noi. E allora anche la fuga ha i suoi limiti, amari, che si rivelano con il tempo.
Andarsene è da deboli, perché è meglio affrontare i rapporti complicati, cercare una soluzione e un dialogo, oppure andarsene può essere una salvezza o un preludio di salvezza che dobbiamo per amore a noi stessi oppure andarsene è da vigliacchi, è un fuggire dallo specchio che ci ritrae, e non affrontare le nostre zone grigie o confuse. Ci sono tanti aspetti di una fuga, uno così diverso dall’altro, e non si sa cosa sia quello più vicino alla realtà. Non si può sapere, né giudicare. 
Forse la presenza di un vero rapporto umano fa la differenza, e le due donne alla fine sembrano comprenderlo: niente placa dentro come una mano che stringe l’altra, un abbraccio che calma il tormento dell’altra, uno sguardo che comprende, una voce amica.

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