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Pecore nere? Quando la diversità è un valore

(ap) Sulla vicenda dei “verbalizzatori”, circa 1000 persone che, raccolte sotto il consorzio Astrea, hanno perso nel 2017 il posto di lavoro nei tribunali, come addetti appunto alla verbalizzazione degli atti di udienza, ci sono stati diversi interventi su PL. Da ultimo: Il disservizio “fisiologico” (PL, 6/12/17), La stenotipia nei tribunali: una storiaccia? (PL, 3/12/17).
L’aggiudicazione della nuova gara di appalto di questo servizio, così essenziale per il funzionamento della giustizia penale in Italia, dopo anni nei quali questi compiti erano stati svolti con diligenza e puntualità da Astrea, ha visto prevalere un altro consorzio, Ciclat, nonostante non avesse alcuna esperienza o competenza nel settore (si è sempre occupato di “rifiuti” e di “pulizie”), fosse privo di strumentazione adeguata, e soprattutto non disponesse di personale esperto e preparato per occuparsi della trascrizione degli atti orali compiuti in udienza. Un risultato di per sé piuttosto singolare ed incomprensibile.
Da qui, non solo le battaglie sindacali e politiche di questo gruppo di lavoratori, ma anche le numerose lamentele degli operatori giudiziari per le modalità lacunose e insufficienti del servizio svolto ora dal nuovo consorzio. Un cammino, in cerca di uno sbocco positivo per il lavoro di tante famiglie, e per lo stesso servizio-giustizia.

di Catia Bianchi
(Commento a Charlot, una vita senza parole, PL, 28/12/17)

Charlot – il mitico Charlie Chaplin - stringeva bulloni, noi, “verbalizzatori” nei Tribunali - “suonavamo” la pianola. Sempre all’infinito e in modo ripetitivo. Esempi di vite lavorative fatte di gesti uguali a se stessi e di tempi stabiliti dagli altri, non da noi.
Però non ce ne lamentavamo, andava bene così. Sentivamo di fare qualcosa di utile. Per noi stessi, le nostre famiglie, e, lo sapete?, anche per la giustizia. Insieme a tanti altri, naturalmente, dai giudici alle forze dell’ordine, a tutti i professionisti, con cui condividevamo il senso dell’onore e del dovere.
Una differenza c’è in ogni caso, ed è enorme tra l’operaio Charlot e noi. Questi era “muto”, la nostra invece era “una vita di parole”. Tante, sentite ogni giorno, pronunciate da magistrati, avvocati, testimoni ed imputati, da mettere su carta con precisione e fedeltà, dopo averle “battute” alla pianola, la chiamavamo così la tastiera che era lo strumento della nostra professione. Come abbiamo imparato a fare in tanti anni di lavoro.
Quelli – gli anni in cui ci siamo formati ed abbiamo lavorato duramente - sono svaniti d’un colpo nell’estate ormai dell’anno scorso, il 2017. Ci è stato detto che non erano più importanti nè la competenza né l’esperienza. E anche i dirigenti, quelli che decidono al Ministero della Giustizia, hanno detto di sì, non serviva più quello che avevamo fatto in decine di anni.
«Tempi moderni» è proprio il mio film preferito. Un’opera d’arte che parrebbe affrontare tematiche anacronistiche, invece è impressionante l’analogia tra i problemi che quel buffo vagabondo andava affrontando e la battaglia che molti di noi stanno portando avanti. Al centro sempre la conquista di un posto di lavoro ma nel rispetto della dignità personale. Il nuovo consorzio, costretto ad una ricerca frettolosa di personale, ci aveva proposto di assumerci. Ma con un contratto di pulizie!
Nel film, l’immagine del “gregge di pecore bianche” è seguita da quella di una fiumana di operai che esce dalla fabbrica: indica la subordinazione di tanti al potere. C’è un’unica pecora nera, coraggiosa, che si distingue e fa a modo suo: quelli siamo noi, i verbalizzatori, noi che non vogliamo rinunciare a sentirci liberi e protagonisti del nostro destino. Vogliamo un lavoro e dei soldi a fine mese, come tutti. Ma non accettiamo scelte sbagliate e degradanti. Ci chiediamo se per caso tutto il paese non sembri, in tanti campi, troppo rassegnato e incapace di reagire.

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