Passa ai contenuti principali

La strana conversione di Silvia Romano all'Islam


Scalpore per la conversione di Silvia Romano all’Islam nella prigionia. Il mistero del rapporto tra vittima e carceriere, che spinge la prima ad abbracciare l’ideologia del carnefice

(ap*) Solo il tempo farà chiarezza, ci dirà qualcosa in più sulla “conversione” all’islamismo di Silvia Romano, la cooperante italiana liberata dietro il pagamento di un forte riscatto alla banda criminale jihadista di al-Shabaab che l’ha tenuta segregata per 18 mesi dal novembre 2018.
E forse nemmeno quello, il tempo, lo renderà possibile a lei stessa prima che a noi, cioè al pubblico. Una conversione reale, oppure indotta? E quale la dinamica, durante l’abbrutimento della prigionia in mani tanto ostili?
Appena scesa dall’aereo dei Servizi segreti che la riportava in Italia, prima ancora dell’abbraccio dei parenti, mentre filtravano le prime notizie, è apparso subito evidente il cambiamento radicale. Così diversa l’immagine che conoscevamo, qualche anno fa, che la ritraeva dopo la laurea, un tailleur, capelli raccolti, piccoli orecchini, una posa tranquilla piuttosto tradizionale. La ragazza che scendeva dalle scale dell’aereo era un’altra.
Una distanza abissale, nonostante il sorriso abbozzato, il cenno della mano. Era un altro sguardo. E poi quella veste ampia, fin troppo, lunga sino ai piedi, e il velo a coprire i capelli, appena impreziosito da un piccolo ricamo, un abito di cui non si sa l’origine (la divisa da carcerato?). Una conferma di quanto si andava dicendo, l’avvenuta conversione all’Islam durante la prigionia. Avvenuta spontaneamente, ha detto, nessuno l’ha costretta.
Non l’unico cambiamento in verità, la veste lunga era solo il più appariscente, su cui inevitabilmente si è soffermato lo sguardo di tanti, sorpresi dall’accaduto. Ma forse era anche il segno di un diverso diaframma, stavolta invisibile, ma non meno consistente, che separava Silvia da noi. Tra le tante pronunciate sulla conversione e i carcerieri, è mancata da parte di questa ragazza una parola sull’affetto con cui gli italiani hanno sempre seguito il dramma e sull’impegno profuso dallo Stato per la sua liberazione. Può darsi che anche questi elementi possano essere messi in conto, per dare conforto, a lei e alla famiglia, e aiutare a ricominciare. Noi, a cui quella parola è mancata, non ce ne crucciamo: a differenza dei suoi carcerieri, non ci aspettavamo uno scambio.
E’ stata lei a chiedere una copia del Corano, dopo i primi tempi in cui era stata molto male e aveva temuto di morire, poi aveva deciso di resistere, di farcela, ed è andata avanti. Nonostante tutto, il cambio delle prigioni, le giornate trascorse all’interno di stanze sempre chiuse, i lunghi trasferimento, persino otto ore a piedi da un luogo all’altro. Del resto, ha voluto ripetere, è stata «trattata bene», non ha «subìto violenze», né è stata indotta a «sposare qualcuno dei carcerieri o ad avere rapporti», un’illazione diffusasi non si sa su quali basi, e infine, al di là di ogni dubbio, non è «incinta».
Un argomento, quello dell’improvvisa conversione religiosa, in condizioni tanto precarie e difficili diventato subito dominante. Sfruttato dalla politica come pretesto per la ripresa della propaganda anti-immigrati (in quanto islamici anche loro); cavalcato nei social con disprezzo, sino ai più pesanti insulti: un vomito inqualificabile sulla ragazza, la sua giovane vita, la sua vicenda così straniante. Per tanti aspetti ingiudicabile.
Cosa sia accaduto durante il periodo di prigionia potremo forse scoprirlo, a fatica, perché tutto dipenderà dalle sue parole, mentre pochi saranno gli elementi che gli investigatori raccoglieranno dall’esterno. A parte, si intende, le notizie ben note sulle bande di criminali che infestano quella zona tra Kenia e Somalia, autori di sequestri, atti di terrorismo, stragi di innocenti, perché ci si sono messi in tanti. Informazioni che la dicono lunga sulla crudeltà dei rapitori.
La suddivisione dei compiti, la vita umana come merce di scambio, priva di valore. Quelli che hanno individuato la preda, gli altri che hanno realizzato il sequestro, poi gli intermediari, i carcerieri e infine i committenti. E poi tutti quelli delle trattative, chi ha mantenuto i contatti, chi ha trasportato Silvia di qua e di là, fino al luogo dello scambio a 30 km da Mogadiscio, quando infine l’hanno presa in consegna gli uomini dei Servizi. La vita di questa giovanissima ragazza in cambio di qualche milione di euro (dai due ai quattro, si dice), fondi riservati, di cui non rimarrà traccia, se non negli acquisti di nuove armi, nei rifornimenti di esplosivo e materiali di sostentamento, da utilizzare in altre imprese terroristiche.
Molto più complicato sarà capire cosa sia accaduto nella mente di Silvia prima di diventare Aisha. Prima che tutto crollasse e che si aggrappasse al Corano, che forse non aveva mai preso in mano prima, unico spiraglio in quella situazione opprimente. Non basteranno le indagini a svelarcelo e nemmeno le scelte che la ragazza potrà fare in futuro, come confermare la conversione o rinnegarla.
Sembrerebbe questa la via di uscita più chiara e fattibile: ora che è libera, e non ci sono condizionamenti, potrà dire come sono andate le cose. Troppo semplice. Sarebbe persino liberatorio rispetto ai dubbi che comprensibilmente si affacciano alla mente di ciascuno. Asfa Mahmoud, l’imam di Milano, ha osservato: «Nelle mani di gente assetata di sangue, difficile credere ad una conversione sincera».
Ma non sappiamo se accadrà, se sarà così immediato scavare dentro le proprie scelte, provare a mettere una distanza da tutto per rivedersi più da vicino. Quale rapporto si crea tra l’individuo e l’angoscia, tra la vittima ed il carceriere? Soprattutto qual è il passaggio mentale, emozionale che spinge la vittima ad abbracciare proprio l’ideologia distruttiva del suo carnefice?
La mente può rimanere imbrigliata a lungo, anche per sempre. Accadde la stessa cosa a Amanda Lindhout, la reporter australiana sequestrata da una cellula islamica, insieme a Nigel Brennan nell’agosto 2008, e liberata solo nel novembre 2009 dopo una prigionia brutale, in cui fu sottoposta a sevizie, stupri, vessazioni. Dovettero passare molti anni prima di dichiarare che si era «convertita per sopravvivere», dopo che aveva pensato al suicidio per uscire dall’agonia, e aveva cercato qualsiasi mezzo per farla finita, senza riuscirci. Chissà se Silvia, ora che ha più tempo, avrà voglia di leggerne la storia.

*Leggi La Voce di New York:
Silvia Romano e quella conversione all’Islam che ripete altre rapimenti simili
Qual è il passaggio mentale, emozionale che spinge la vittima ad abbracciare proprio l’ideologia distruttiva del suo carnefice?

Commenti

Post popolari in questo blog

Pensioni? Facciamo un bello spot. Il solco tra disagio sociale e politica 📺

(Introduzione a Marina Zinzani – Commento a.p.). Malattie, invalidità e vecchiaia rendono la vita un percorso a ostacoli, fatto di privazioni quotidiane e continui accertamenti. Di fronte a questo scenario, il testo che segue dà voce a due realtà distanti: da un lato il vissuto intimo e sofferto di chi vive con una pensione minima, dall'altro il cinismo calcolatore della politica. Una distanza incolmabile oggetto di riflessione nel commento finale. (Marina Zinzani).  Le voci del disagio: storie di ordinaria rinuncia «Vivo con la pensione di mia madre, e una pensione di invalidità. Ho una malattia che non guarisce, può solo peggiorare. L’Inps mi chiama per le visite, per vedere se sono guarito. No, non sono guarito. Sono peggiorato. La mia piccola pensione non è aumentata. Devo pagarmi delle medicine, oltretutto, e quelle c’entrano con la malattia ma per lo Stato non c’entrano. È una cosa un po’ complicata. Così ho anche questa spesa. Mi hanno amputato una gamba, un incidente, anni ...

Tre anni insieme in uno scatolone, quando finisce la magia dell'amore

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono canzoni che non vorremmo mai ascoltare in determinati momenti della nostra vita, perché capaci di trasformarsi nella colonna sonora di un fallimento. Nel racconto che segue, le note dei Los Galos accompagnano Santiago mentre riempie scatoloni alla rinfusa, pronto a lasciare quella che per tre anni è stata la sua casa. Una confessione che scava nelle radici delle incomprensioni di coppia: dalle differenze culturali e generazionali, fino all'incapacità di comunicare, tra silenzi punitivi e sfoghi di rabbia. Una storia sulla fine dell'amore, le ferite dell'infanzia che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo e la difficile accettazione di un game over emotivo. (Daniela Barone). Il peso di tre anni in uno scatolone Sono seduto sulla montagna di scatoloni che ho riempito alla rinfusa dei miei vestiti e di tutte le mie cose. Non è facile farci stare dentro tre anni di matrimonio. Mi serviranno altri borsoni, magari quelli del supermercat...

Insegnavo inglese nella scuola professionale: tra gonne al ginocchio e domande sul sesso

(Introduzione a Daniela Barone). Gli anni Novanta nelle scuole professionali hanno rappresentato un microcosmo di transizioni sociali e generazionali. In questo racconto, una giovane insegnante di inglese condivide l'impatto con l'Istituto Professionale di Vigevano: un ambiente ruvido, dominato da dinamiche maschiliste e presidi grotteschi. Tra provocazioni e sanzioni, sarà l'ascolto empatico e un progetto di educazione affettiva – ispirato alle note dei Litfiba – a trasformare un conflitto di classe in un'autentica occasione di accoglienza e crescita reciproca. (Daniela Barone). L'arrivo all'IPSIA di Vigevano: dalle illusioni alla realtà Quando diventai insegnante di ruolo nel 1991 avevo 35 anni. La scuola che mi venne assegnata era l’Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato di Vigevano. Pur avendo dovuto rinunciare alla cattedra in un liceo per il mio punteggio non altissimo, mi sentivo comunque abbastanza serena. Infatti dieci anni prima a Genov...

Risveglio in cucina: silenzio e rito del caffè ☕

(Marina Zinzani) ▪️ 🧘 Solitudine necessaria: silenzio, aria fresca e la tregua dalle notizie Il risveglio del mattino, silenzio in cucina, guardare fuori, aprire la finestra e respirare l’aria fresca: quei minuti prima che tutto inizi si accompagnano ad una solitudine piacevole, necessaria. Il rituale del caffè. Il preparare la colazione. La televisione spenta. Nessuna notizia è ancora entrata, provocando in qualche modo pensieri, reazioni emotive: un nuovo femminicidio, venti di guerra che non si attenuano. Si è da soli, in quei minuti di silenzio. ☕ Il rito della quiete: caffè, pensieri tenui e l'imminente flusso Il caffè sorseggiato. Pensieri per la giornata. Le cose da fare. Uno spazio dove il silenzio è vita, l’assaporare una quiete che dura pochi minuti, perché poi la casa si anima. È tutto un correre, poco dopo. O un fare delle cose, assorbiti da un flusso continuo, spesso fatto di doveri e incombenze. Ma prima, in cucina, guardando dalla finestra, si riesce a vedere il tet...

Il campanello dello 8: un abbraccio dopo il segreto

(Introduzione a Paolo Brondi). Nella cornice idilliaca di una villa a Fiesole, si consuma il dramma silenzioso di Saverio. Diviso tra l'amore profondo per la sua compagna Laura – un commissario capo assorbito dai doveri della giustizia – e una solitudine pomeridiana che riapre antiche ferite d'abbandono, l'uomo si ritrova a fare i conti con il vuoto e la noia.  Sarà un'interruzione brusca e inaspettata nella routine del suo studio medico, lo squillo insistente di un campanello alle otto del mattino, a squarciare il velo sui segreti del passato. Il racconto ci conduce lungo i sentieri misteriosi degli affetti familiari, dove una verità rimasta a lungo nell'ombra si trasforma nell'occasione per riscoprire il senso profondo dell'amore e della fraternità. (Paolo Brondi). La vita a Fiesole e la solitudine di Saverio Saverio Motta e Laura Baldi, ormai conviventi, vivevano tranquilli in una villa, da lei acquistata per una fortunata occasione, a Fiesole. Vi si acce...