(Introduzione a Marina Zinzani). Quando un cambiamento improvviso travolge le certezze del lavoro o della quotidianità, la prima sensazione è quella di uno smarrimento profondo. Non è solo la novità a spaventare, ma l'idea che l'esperienza accumulata venga etichettata come "fuori tempo". Una riflessione sulla dignità dell'umano contro l'ossessione per il nuovo a tutti i costi.
(Marina Zinzani).
L'irruzione del cambiamento
È capitato a tutti, almeno una volta nella vita. In genere capita sul lavoro: quello che fino ad allora era consolidato, abituale, conosciuto, all’improvviso un giorno cambia. Cambia perché un nuovo personaggio entra, non in punta di piedi, convinto che tutto si debba rivoluzionare, che quello che c’era prima, il modo di lavorare, se non i lavoratori stessi, non va più bene. Il nuovo personaggio ha potere, ed è convinto che ci voglia un rinnovamento profondo, che il vecchio sia solo una pagina da chiudere in fretta. Largo quindi al nuovo, pieno di promesse.
Il peso della parola "obsoleto"
Chi si è trovato in questa situazione conosce il segreto avvilimento di chi ha lavorato fino ad allora in un certo modo, magari con passione, con impegno, perché tutto funzionasse, e da un giorno all’altro si ritrova in una situazione che richiama una parola terribile, “obsoleto”. Parola terribile quando si tratta di persone. Parola terribile perché riporta alla mente quei vecchi computer che sono un peso da smaltire, assolutamente sorpassati.
Chi si è trovato in questa situazione conosce con il tempo anche la verità più segreta, che non basta rivoluzionare tutto, con un nuovo metodo di lavoro, con un nuovo grande software, per far funzionare le cose. Anzi, tutta questa modernità avrebbe i requisiti per ottenere il massimo risultato con costi assolutamente minori, ma spesso le cose non funzionano.
Il bagaglio umano oltre il software
C’è qualcosa che non gira come dovrebbe. Perché l’esperienza, le capacità, la passione, l’impegno delle persone sono cose a sé, fanno parte del bagaglio umano che non si può escludere da un giorno all’altro o da sottovalutare con noncuranza. E sono cose che una macchina o un nuovo sistema di lavoro non bastano a compensare.
L’inquietudine delle nuove regole
Il rimescolare le carte si vede anche nella vita di tutti i giorni: una nuova disposizione che obbliga ad operare in un modo al posto di un altro, una nuova prassi che ci riguarda e a cui guardiamo con insofferenza.
Il rimescolare le carte rende inquieti, perché qualcuno dall’alto ha deciso dei cambiamenti inerenti il lavoro, la salute, la gestione della vita familiare, gli aspetti quotidiani anche più elementari e leggeri. Cambiamenti che non tengono spesso conto della vita delle persone.
La resistenza del mondo interiore
Si accetta, alla fine, si accetta tutto, con un senso di faticoso adattamento. Alla fine la nostra arma è la capacità di non farci travolgere, richiamando forze interiori che aiutino a guardare oltre.

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