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Odore di arance e rimpianti: l’estate a Tindari che decise il destino 🍊

Una ragazza con gli occhiali siede su una panchina di marmo guardando un panorama di scogli e mare aperto
(Introduzione a Daniela Barone – Commento a.p.). L'estate del 1972 è stata il palcoscenico di un bivio esistenziale, non solo una vacanza. Tra i profumi di una Sicilia mitica e l’azzurro di Tindari, la protagonista Mara sperimenta per la prima volta l'ebbrezza di un amore che sa di imprevisto. Eppure, al ritorno, la sicurezza di un fidanzamento solido e il conflitto mai risolto con una madre critica la spingono verso una scelta conservativa. Un racconto spietato su come la paura della solitudine e il desiderio di ribellione possano tracciare il destino di una vita intera.

(Daniela Barone).

Verso la Sicilia: una profezia materna

L’estate del ‘72 fu un periodo esaltante per me. La partenza tradizionale con i miei per il campeggio in qualche luogo marino incantevole si stava avvicinando. Papà aveva scelto la Sicilia, desideroso com’era di mostrare a me e alla mamma il suo paese natio, il borgo di Novara al confine fra i Nebrodi e i Peloritani. «Conoscerete mia zia e i miei cugini. Non li vedo dal funerale di mio padre» aveva detto tutto esaltato. 
Ero entusiasta di andare al mare, trascorrere la vacanza in tenda ma sinceramente mi preoccupava dovermi allontanare dal mio fidanzato Alessio per quindici giorni. Lo confessai a mio padre che come sempre trovò una soluzione. «Perché non fai venire anche lui? La tenda è grande» suggerì con calore. 
Fui felice della sua proposta. Oramai uscivamo insieme da quasi due anni e non volevo stare lontana da lui. «No, lo sai che ad agosto vado sempre con i miei nella casa in montagna in Piemonte. Poi ritrovo anche la mia compagnia di amici. Mi diverto là» così mi aveva risposto Alessio quando gli avevo proposto di venire con me in Sicilia.
Oltre alla mia delusione, dovetti anche sopportare la rabbia della mamma che proprio non capiva come un ragazzo potesse preferire passare le vacanze con i genitori anziché con la fidanzata. Quando lo vide lo aggredì come una furia: «Lei vada pure con i suoi, carissimo ma sappia che lo fa a suo rischio e pericolo perché di sicuro non farò la guardia a mia figlia. Se qualcuno la adocchierà non interverrò, ne stia certo». Alessio non si scompose e ribatté che si fidava ciecamente di me.
Una pianta di fichi d'india maturati in estate

Il fascino di Tindari: dove il cuore si china

Il viaggio fu lungo ma io dormii come un ghiro sul sedile posteriore della vecchia 1100 blu di papà che teneva come un gioiellino. Come avveniva regolarmente ogni estate, mio padre si dimenticava come montare la grande tenda a casetta.
Ci vollero ore perché finalmente potessimo stendere nelle camere i nostri comodi materassini. Mamma prese subito a lamentarsi del gran caldo ma per fortuna la stanchezza la vinse e i suoi mugugni cessarono presto. 
Il campeggio si chiamava Marinello e si trovava nella ridente località di Oliveri, paesino poco distante dalla magnifica Tindari. «Sapete, lì c’è il santuario della Madonna Nera. La popolazione la fece costruire perché la Vergine aveva salvato la vita ad una bambina che era precipitata giù dall’alta scogliera» spiegava papà con enfasi.
In realtà non era andata proprio così: pare che la Madonna avesse fatto in modo che una nave non potesse ripartire per sfuggire ad una tempesta imminente; per gratitudine i marinai superstiti fecero erigere la chiesetta.
Ci andammo davvero a Tindari una volta e restammo affascinati dal promontorio a picco sul mare e dai laghetti secchi in lontananza. Il santuario era proprio a strapiombo sul mare di un blu brillante. Mi vennero in mente alcuni versi della poesia di Quasimodo che proprio qui trascorse la sua infanzia: «Tindari, mite ti so/fra larghi colli pensile sull’acque/delle isole dolci del dio/oggi m’assali/ e ti chini in cuore».
Credo proprio che fu in quel momento che m’innamorai della Sicilia, della Trinacria, come la chiamava spesso papà, e negli anni volli visitarla tutta, ogni volta incantata dalle sue spiagge, da Palermo e altre città, dai templi, dalla sua gente, dai suoi profumi e dai sapori del cibo, in particolare delle granite al pistacchio.

Fulvio, lontano dal porto sicuro

Il campeggio era gestito da Fulvio, un ragazzo di ventitré anni che chiacchierava volentieri con mio padre. Aveva una famiglia numerosa che non mancò di presentarci. Papà era siciliano come lui e avevano quindi tante cose da raccontarsi. Non mi sfiorò il pensiero che fossi io in realtà ad attrarlo. Era alto, magro, avevi vivaci occhi scuri e capelli neri un po’ lunghi.
Tutto l’opposto di Alessio che si ostinava a portare una capigliatura piuttosto corta e antiquata, incurante della moda hippy. Fu la mamma a farmelo notare. «Hai visto come ti fissa?» ridacchiava compiaciuta. A poco a poco cominciai anch’io a guardarlo e a desiderare la sua compagnia. 
Al pomeriggio Fulvio era libero dal suo lavoro in campeggio. Un giorno chiese garbatamente il permesso ai miei di portarmi a passeggiare ai laghetti secchi di Tindari e loro glielo concessero perché lo vedevano di buon occhio. Trascorsi con lui dei bei momenti ma rifiutai più volte i suoi approcci. 
Una sera, dopo aver cenato insieme a Gioiosa Marea, Fulvio mi condusse in spiaggia. «Lo so che sei fidanzata, Mara, ma tu mi piaci veramente tanto. Anzi, devo dirti sinceramente che credo di essermi innamorato di te. Potrei trasferirmi a Torino e continuare l’università lì, che ne pensi?»
Non mi diede il tempo di rispondere. Mi abbracciò con una certa veemenza e cercò di baciarmi. Io tenevo la bocca ben serrata: percepivo odore di alcool e mi stordiva il suo alito caldo. Fulvio cominciò a sussurrarmi delle paroline dolci in dialetto siciliano.
Lo guardai illanguidita senza capire nulla e risposi al suo bacio. Quella sera in tenda ripensai a quei momenti. Non sapevo se avessi realmente gradito quell’intimità con Fulvio ma cominciai a provare per lui un sentimento che assomigliava all’amore. Ad Alessio non pensavo più.
Maritozzo con coppa di gelato di crema

Il ritorno e l'illusione della sicurezza

Nel viaggio di ritorno a casa ero frastornata. Cosa dovevo fare? Per fortuna avevo ancora due settimane di tempo prima del ritorno del mio ragazzo dalla montagna. Continuavo a pensare a Fulvio ma non sapevo come uscire da quel dilemma.
Non me la sentivo di buttare via quei due anni con Alessio, ragazzo affidabile che mi trasmetteva sicurezza: grazie a lui avevo superato il complesso degli occhiali, invisi da mia madre che mi criticava sempre, e mi sentivo finalmente adeguata.
Pochi giorni dopo arrivò a casa un grosso pacco dalla Sicilia. Lo aprii con i miei: conteneva arance, limoni e cedri in quantità, delle pietre dipinte da Fulvio, una sua foto, il disco ‘Il Padrino’ e una sua lettera. Si augurava che decidessi di lasciare Alessio ma non andò così.
Raccontai tutto al mio fidanzato che perdonò la mia scappatella. Dopo tutto era stata solo questione di qualche bacio e nulla più. Inutile dire che la mamma, da sempre avversa ad Alessio, fu molto contrariata per la mia scelta e non mi rivolse la parola per qualche giorno.

L'odore del chiuso

Tutto procedeva come prima, o forse no. Non ero più così certa di essere attratta fisicamente da Alessio ma non avevo il tempo, o piuttosto il coraggio, di trovare una risposta ai miei dubbi. C’erano gli amici del club, la scuola, il carattere solido del mio fidanzato, nonché l’invito a casa dei suoi per un tè dopo diverso tempo che ci frequentavamo. 
Che strano, anche la casa dei suoi genitori aveva lo stesso olezzo di Alessio: di chiuso, di vecchio, insomma un odore che non mi piaceva per niente. Lui, pur essendo appena ventenne, già si occupava degli investimenti paterni e sapeva trattare sapientemente con il direttore della banca.
Io sentivo di far parte del suo mondo preordinato dove spensieratezza ed allegria erano rimpiazzate da abitudini consolidate nel tempo, come l’aperitivo del sabato sera al solito bar e l’intimità domenicale in luoghi tranquilli.
Non lo lasciai più per vigliaccheria: con lui mi sentivo al riparo delle nevrosi di mia madre e lasciandolo temevo anche di rimanere da sola, nonostante la mia giovanissima età. Del resto, chi mai mi aveva corteggiato nel mio entourage?
Non consideravo che i ragazzi del borgo e più tardi, dell’università, mi sapevano fidanzatissima e non osavano farmi il filo. Preferii la solidità di Alessio all’emozione di altre conoscenze, di nuovi amori più appaganti ma soprattutto intrapresi una sfida insensata contro mia madre: sposarmi con questo ragazzo diventò un vero e proprio atto di ribellione a lei. Avrei pagato questa provocazione ma allora non lo sapevo.

❇️

(a.p.)

Il naufragio per ribellione

Mara, protagonista di questo racconto, è spietata verso sé stessa. Non cerca scuse, ammette la "vigliaccheria", riconosce nel suo matrimonio non un coronamento d'amore, ma un'arma impropria usata contro la madre. È una lezione su quanto possano essere pericolose le decisioni prese per contrasto o, come dice lei, “per ribellione”. Eppure Mara aveva percepito qualcosa. Quell'odore di chiuso che sente in casa dei suoceri è più di un dettaglio domestico, è il presagio di un destino. Il resto è cronaca di un naufragio annunciato, travestito da solidità borghese. La vita che Mara sceglie di abitare le avrebbe tolto il respiro. 

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