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I volti di Gesù

Nei Vangeli, raffigurazioni diverse della figura del Cristo: il sacrificio che si fa gloria

di Paolo Brondi

Nei vangeli, Gesù è presentato in vesti diverse a seconda della gente cui Matteo, Marco, Luca, Giovanni si rivolgono. Da una parte si accentua la figura di Gesù uomo, predicatore, politico, pauroso: un Gesù che scappa, si rifugia, mosso da sentimenti tutti umani di paura. Dall'altra un Gesù come Cristo: Cristo ha in Gesù il suo essere intramondano, la sua empiricità; Gesù ha in Cristo la sua oltremondanità, la sua eternità.
Il tempo di Cristo-Gesù è storico; il tempo di Gesù-Cristo è metastorico. Ma non ci sono due luoghi distinti per i due tempi. La vicenda è dialettica: lo storico ha nel metastorico il suo superamento e inveramento; il metastorico ha nello storico la sua fissazione e determinazione. Ed è una dialettica che eleva tutta la vicenda di Gesù, tutti i fatti di cui parlano gli evangelisti, ad un unico fatto miracoloso.
E' una dialettica che fa del sacrificio di Gesù sulla croce da un lato il fallimento della sua missione, dall'altro, il trionfo, la gloria dell'eternità. C'è chi intende questo rapporto come una consequenzialità del tutto pratica per cui Gesù muore; i compagni delusi per questo esito, vista l'impossibilità di far trionfare l'aspetto politico del pensiero di Gesù, intendono salvare l'aspetto religioso e trafugano il corpo inventando il miracolo della risurrezione.
E' un'interpretazione contraria ai parametri mentali che ancora esistevano nel Medio Evo: la visione gerarchica; l'attesa quotidiana del miracolo; l'intrusione nel reale dell'ideale, dello spirituale. Con l'avvento della scienza moderna, con il razionalismo, il meccanicismo e tutti quanti gli altri “ismi” si è fatto piazza pulita di questi parametri: si è affermato l'orizzontale sul verticale; si ridotto tutto ad antropologia. Ma non rovina il credo antico oggi che agli “ismi” si accompagni e si sostituisca la relatività del presente e sempre si rendano indispensabile la salvezza e la difesa del senso di quel miracolo.

Commenti

  1. Il mio apprezzamento su questo post e' quasi superiore a quello degli altri per la sottile quanto complessa analisi da lei presentata sulla dualita' / unicita' dei due termini piu' comuni con cui si nomina il Dio cristiano.
    Gesu' e' appellativo piu' familiare e affettuoso, tipico della preghiera dei bambini, delle esclamazioni piu' popolari. Cristo, l' Unto, il Masiakh (Messia), il Salvatore, e tutti gli altri nomi con cui nei secoli e nei vari luoghi si e' definito il Dio in terra, rappresenta la salvezza del mondo con la sua " molteplicita' dialettica".
    Io credo che il termine Gesu' abbia sempre rappresentato il personaggio che i cristiani riconoscono come colui che e' stato inviato da Dio per la realizzazione del Regno dei Cieli mentre Cristo stia ad individuare quella parte della teologia che e' relativa alla definizione della natura di Gesu', concentrandosi in particolare sulla sua relazione con Dio.
    Cristina Podestà

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