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Il tesoro nascosto: donne afgane, quella fragile speranza silenziosa


(Angelo Perrone) Tra le ragioni del fallimento della missione occidentale in Afghanistan non vi è l’estraneità della democrazia al popolo afghano. La diffusione del sistema democratico presentava ostacoli troppo forti: il fondamentalismo islamico, il terrorismo, le divisioni tribali, la criminalità (l’80% dell’oppio mondiale è coltivato lì), la corruzione.
La circolazione degli istituti democratici è argomento complicato, che rimanda a numerosi quesiti. C’è un modo per favorire lo sviluppo democratico di altri paesi? Possono servire le armi a questo scopo? Ci sono soggetti o Stati che possano/debbano occuparsene e con una responsabilità maggiore? 
Domande che non ammettono risposte semplicistiche, proprio considerando ad esempio la specificità del contesto afghano dominato da fattori contrastanti con l’intento, a prescindere dagli errori commessi, di creare una società democratica e libera.
Basti pensare alla presenza di gruppi terroristici, al fondamentalismo islamico che pervade la società, alla ripartizione tribale ed etnica, all’incidenza della criminalità (l’80% dell’oppio mondiale è prodotto nel paese) e di conseguenza alla corruzione politica. In una parola, all’assenza del senso di “cittadinanza laica” (non condizionata da credi religiosi, e direttive familiari, etniche o criminali, in opposizione al senso dello Stato).
La diffusione della democrazia in Afghanistan presentava ostacoli troppo forti in questi fattori, che impedivano la nascita di istituzioni capaci di reggere all’assalto talebano. Eppure persino in quella terra lontana, così disperata e inerme sotto il terrore, c’è una specie di tesoro nascosto, che forse la presenza occidentale ha contribuito a non disperdere. 
Nonostante la paura e le fatwa, la repressione e gli avvertimenti, piccoli gruppi di donne stanno avendo il coraggio di uscire in strada e reclamare il diritto di lavorare e di essere presenti nella società. Cose impensabili fino a ieri. Altri hanno chiesto di frequentare le scuole rivendicando il diritto all’istruzione. Sono piccoli segnali di cambiamento, persino di audace resistenza, ben più importanti di quella delle armi.
In fondo, in Afghanistan l’età media è intorno ai 18 anni e ciò significa che c’è un’intera generazione nata dopo il 2001 che non conosce la legge talebana, non ha mai vissuto sotto di essa, e avrà difficoltà ad accettare il nuovo corso. Questo mondo ha solo apprezzato la possibilità, proprio grazie ai venti anni di presenza occidentale, di studiare, farsi curare in ospedale, uscire liberamente, rinunciare al burqa, collegarsi ad internet, persino dedicarsi all’arte, confidare in una vita più dignitosa.
Sono facce, voci, corpi, ora terribilmente soli in quell’avamposto sperduto, senza più alcuno scudo, se non la nostra solidarietà: potrebbero essere loro, più che altre armi o munizioni, a dar corpo ad un’impensabile resistenza proprio in nome della democrazia e dei valori umani.

Commenti

  1. Il problema afgano è annoso e sedimentato nella storia. La speranza di soluzione deve restare, forse si nasconde proprio in queste nuove generazioni, magari diverse, forse più consapevoli chissà.
    Certo non si può credere di risolvere i problemi con le armi e la violenza, perché altrimenti si fa lo stesso errore, si agisce come loro.
    Forza ragazzi, forza ragazze soprattutto. Attendiamo da voi grandi cose.

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  2. … ogni popolo ha diritto di “ maturare” secondo i propri tempi, nel rispetto del proprio sentire condizionato da cultura, religione etnie…senza interferenze esterne, neanche quelle “ a fin di bene “, ammesso e non concesso che ve ne siano.

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