Passa ai contenuti principali

🎵 Suite Française: l'opera incompiuta e la sinfonia della Némirovsky

Ritratto di Irène Némirovsky, scrittrice ebrea autrice di Suite Française, morta ad Auschwitz.

(a.p.) ▪️ Un’impresa ambiziosa, Suite française, che Irène Némirovsky non riuscirà a portare a termine. Scrittrice ebrea francese, arrestata nel luglio del ’42, deportata ad Auschwitz, moriva di tifo nell’agosto di quell’anno. Riuscì a scrivere soltanto i primi due volumi, intitolati La tempesta di giugno e Dolce. Sognava un libro di mille pagine, suddiviso in cinque parti, costruito come una sinfonia, sul modello della Quinta sinfonia di Beethoven. Per raccontare il tracollo della Francia dopo i bombardamenti, la fuga della popolazione parigina verso il sud, lo smarrimento di individui, gruppi familiari, provenienti da diverse classi sociali, e tutti coinvolti in mille peripezie. Un dramma corale che scosse dalle fondamenta tutto il paese.

🖋️ L'ispirazione musicale e la Quinta Sinfonia di Beethoven

Irène sentì il richiamo della musica nella scrittura. Il ritmo, la tonalità, i tempi erano essenziali per cogliere la varietà e l’armonia delle vicende, per distinguere le parti dell’opera e ritrovarne alla fine il senso complessivo e misterioso. Lamentava che, se avesse conosciuto meglio la musica, questo le sarebbe stato d’aiuto. Trasferì nelle parole il senso del ritmo immaginando le suddivisioni dell’opera come altrettante partiture musicali, ciascuna con la sua tonalità, esaltata dal nome. Appunto come Tempesta, Dolcezza, i primi titoli scritti; Prigionia, Battaglie e Pace, quelli solo immaginati e mai realizzati.

Percepiva la trasposizione del tempo nelle vicende raccontate: “Il libro deve dare l’impressione di un episodio, come ogni epoca è infine un episodio. Come lo sono tutte le epoche”. Esaltò l’essenzialità della forma per raccogliere gli elementi più eterogenei e dispersi. Sottolineò l’importanza del ritmo per collegare le varie parti, secondo una precisa unità determinata dal tono, dallo stile.

🖋️ La struttura ritmica e l'adattamento cinematografico

Non a caso, la struttura ritmica avrebbe favorito l’adattamento cinematografico dell’opera nel film dal titolo omonimo (uscito nel 2014) di Saul Dibb, che conservava anche un richiamo musicale nella storia (l’incontro, con una cittadina francese, di un soldato tedesco che nella vita civile era un compositore).

🖋️ Lo stile romantico contro il risentimento della guerra

Ne derivò in Irène una scrittura romantica e armoniosa, come contrappasso al risentimento nutrito contro coloro che avevano distrutto la vita sociale del suo paese d’adozione trasformandola in una giungla dove regnava la paura, raccontata come causa della guerra e della sconfitta e forse della futura, ma ancora lontana, pace.

🖋️ L'ultima lettera come spartito incompiuto

Nella tragedia che a breve l’avrebbe travolta, somigliavano a “movimenti” di un poema sinfonico gli unici due volumi che riuscì a terminare, ed era scritta a mano, come note di uno spartito, l’ultima lettera ai sui cari, quel giovedì mattina del luglio ’42: "Mio amato, mie piccole adorate, credo che partiamo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti. Che Dio ci aiuti tutti".

Foto. Ritratto di Irène Némirovsky









(ap) Un’impresa ambiziosa, Suite française, che  Irène Némirovsky non riuscirà a portare a termine. Scrittrice ebrea francese, arrestata nel luglio del ’42, deportata ad Auschwitz, moriva di tifo nell’agosto di quell’anno. Riuscì a scrivere soltanto i primi due volumi, intitolati La tempesta di giugno e Dolce. Sognava un libro di mille pagine, suddiviso in cinque parti, costruito come una sinfonia, sul modello della Quinta sinfonia di Beethoven. Per raccontare il tracollo della Francia dopo i bombardamenti, la fuga della popolazione parigina verso il sud, lo smarrimento di individui, gruppi familiari, provenienti da diverse classi sociali, e tutti coinvolti in mille peripezie. Un dramma corale, la tragedia che scosse dalle fondamenta tutto il paese.

Irène sentì il richiamo della musica nella scrittura. Il ritmo, la tonalità, i tempi erano essenziali per cogliere la varietà e l’armonia delle vicende, per distinguere le parti dell’opera e ritrovarne alla fine il senso complessivo e misterioso. Lamentava che, se avesse conosciuto meglio la musica, questo le sarebbe stato d’aiuto. Trasferì nelle parole il senso del ritmo immaginando le suddivisioni dell’opera come altrettante partiture musicali, ciascuna con la sua tonalità, esaltata dal nome. Appunto come Tempesta, Dolcezza, i primi titoli scritti; Prigionia, Battaglie e Pace, quelli solo immaginati e mai realizzati.


Percepiva la trasposizione del tempo nelle vicende raccontate: “Il libro deve dare l’impressione di un episodio, come ogni epoca è infine un episodio. Come lo sono tutte le epoche”. Esaltò l’essenzialità della forma per raccogliere gli elementi più eterogenei e dispersi. Sottolineò l’importanza del ritmo per collegare le varie parti, secondo una precisa unità determinata dal tono, dallo stile.
Non a caso, la struttura ritmica avrebbe favorito l’adattamento cinematografico dell’opera nel film dal titolo omonimo (uscito nel 2014) di Saul Dibb, che conservava anche un richiamo musicale nella storia (l’incontro, con una cittadina francese, di un soldato tedesco che nella vita civile era un compositore).
Ne derivò in Irène una scrittura romantica, e armoniosa, come contrappasso al risentimento nutrito contro coloro che avevano distrutto la vita sociale del suo paese d’adozione trasformandola in una giungla dove regnava la paura, raccontata come causa della guerra e della sconfitta e forse della futura, ma ancora lontana, pace.
Nella tragedia che a breve l’avrebbe travolta, somigliavano a “movimenti” di un poema sinfonico gli unici due volumi che riuscì a terminare, ed era scritta a mano, come note di uno spartito, l’ultima lettera ai sui cari: quel giovedì mattina del luglio ’42: "Mio amato, mie piccole adorate, credo che partiamo oggi. Coraggio e speranza. Siete nel mio cuore, miei diletti. Che Dio ci aiuti tutti" .

Commenti

Post popolari in questo blog

Lettera a Davide Cavallo, il ragazzo che sa perdonare 👨

(Introduzione a Daniela Barone – Commento a.p.). La cronaca nera ci ha abituati alla narrazione della brutalità, del conflitto e del legittimo sdegno. Raramente, però, ci costringe a fermarci davanti a un gesto che scuote le nostre categorie interpretative. La vicenda di Davide Cavallo, il ragazzo di 22 anni rimasto gravemente invalido dopo un’aggressione in Corso Como a Milano, ha preso in aula di tribunale una piega inaspettata: quella di un abbraccio e di un dialogo sul perdono con i suoi assalitori. Riceviamo e pubblichiamo questa toccante lettera aperta scritta da una nostra collaboratrice, che ha scelto di rivolgersi direttamente a Davide, stabilendo con lui un ponte intimo tra generazioni, storie ed esperienze di vita diverse. (Daniela Barone). Una ferita nel cuore della movida Caro Davide, quando ho letto la tua storia mi sono commossa. Sai, ai settantenni le lacrime sgorgano facilmente; forse succederà anche a tua nonna. Quello che ti è capitato mi ha indignato: a soli 22 anni...

L’orco di Bordighera e l'addio a Beatrice, la bimba di due anni

(Introduzione ad a.p.). La cronaca nera ci consegna una delle sue pagine più dolorose e inconcepibili. A Bordighera, la piccola Beatrice, una bambina di appena due anni, è morta a seguito di mesi di violenze e sevizie atroci subite tra le mura domestiche. La svolta nelle indagini, condotte dalla Procura di Imperia, è arrivata dall'analisi dei telefoni cellulari, che hanno rivelato filmati e immagini di abusi continui e prolungati. Per la madre e il compagno di lei l'accusa è di maltrattamenti aggravati dalla morte. È stata una un'agonia durata trentasei ore senza che nessuno chiamasse i soccorsi. Di seguito, una riflessione su uno strazio che lascia l'anima senza parole. (a.p.). L'innocenza tradita Due anni sono così pochi, Beatrice, per conoscere il peso del mondo. Dovrebbero bastare appena a rincorrere una farfalla, a ridere per un niente, a stringere le dita piccole intorno a una mano che protegge, non che distrugge. Il silenzio e l'agonia Invece il buio è e...

L'altra faccia del kintsugi: quando le ferite non si riparano 🏺

(Introduzione a Marina Zinzani). La filosofia giapponese del kintsugi ci ha affascinati con la sua promessa di bellezza nata dalle macerie, diventando quasi una moda culturale. Ma cosa accade quando l'oro non basta o quando la grazia della ricostruzione non arriva? Qui, una riflessione intima e controcorrente: l'arte di accettare i vasi che restano frantumati, trovando la pace nella comprensione dei nostri limiti e dei nostri fallimenti. (Marina Zinzani). La seduzione dell'oro: l'arte di rinascere dalle macerie La parola kintsugi si incontra facilmente oggi, è quasi di moda. L’arte di riparare un oggetto rotto con l’oro, fino a renderlo emblema dell’imperfezione ma anche della bellezza delle cose vissute, fa parte del pensiero giapponese.  È un concetto affascinante e potente, che trasforma ciò che è frantumato in qualcosa che assume nuova vita e una nuova forma di bellezza. È la storia di persone che vivono con una frammentazione, ma che sono riuscite a dare un signifi...

2 giugno: ottant’anni di Repubblica nella voce dei cittadini 🇮🇹

(a.p.). Il 2 Giugno appartiene ai valori vivi della democrazia liberale. A ottant'anni dalla nascita della Repubblica, l'iniziativa del Quirinale di raccogliere i video dei cittadini ci ricorda che i pilastri dello Stato si cementano ogni giorno. La Repubblica è la memoria di chi ha lottato per l'uguaglianza dei cittadini, abbattendo barriere e privilegi affinché ognuno avesse la stessa dignità. È il volto della giustizia, che non è un concetto astratto ma la garanzia che i diritti di tutti siano difesi allo stesso modo, senza distinzioni o pressioni. La Costituzione cammina sulle gambe delle persone comuni, nella partecipazione popolare che si esprime nel lavoro, nella scuola, nel rispetto reciproco.  Il ricordo personale diventa storia comune e la consapevolezza che questa terra è unita, libera e giusta. La Repubblica siamo noi.

Folate di vento. Come si risvegliano i ricordi? 💨

(Introduzione ad a.p.). Il tempo scorre ininterrotto, stratificando eventi, volti e parole in un angolo profondo della nostra coscienza. Spesso assorbiti dalle scadenze e dalle distrazioni del presente, tendiamo a dimenticare la consistenza di ciò che è stato. Eppure, basta un dettaglio apparentemente insignificante per squarciare il velo dell'oblio. Il testo esplora la natura volatile dei ricordi e la straordinaria forza di quegli istanti fugaci capaci di ridefinire il senso del nostro vissuto. (a.p.). La natura evanescente del passato È mai esistito il passato nel quale abbiamo vissuto? Un impasto di pensieri e percezioni, racchiuso in un perimetro limitato, il tempo, che però l’età e gli anni dilatano sempre più. Ce lo portiamo appresso, compatto e indistinto, a volte ci travolge. Poi in certi momenti si dilata, trasfigura, perde consistenza, non si propone più nell’immaginario con la stessa nettezza. Diventa leggero, evanescente. Il passato, dimenticato, è dunque passato? C’è p...