(Introduzione a Daniela Barone – Commento a.p.) Il trittico di lettere (un padre e due figli) che qui presentiamo si apre con il resoconto di un testimone silenzioso: un vicino di casa che, tra le pagine di un libro di Kafka, ritrova le tracce di un'intera vita familiare. Al termine, il nostro commento critico.
(Daniela Barone).
Il testimone della solitudine
Sono il vicino di casa di Mirko da diversi anni. Lui si è trasferito in questo paesino montano da quando ha lasciato la sua compagna perché è il paese d’origine dei suoi genitori, dove ha sempre trascorso le vacanze estive. Mi hanno telefonato dall’ospedale di Saluzzo dov’era ricoverato per dirmi che è mancato stamattina. Non mi sembrava così malato, sinceramente.
Spetta a me il compito di svuotare la stanza da tutte le sue cose, dato che i suoi tre figli vivono lontano. La sua camera contiene i suoi abiti e nient’altro, a parte un libro, Lettera al padre di Kafka. M’accorgo che fra le pagine ci sono tre lettere. Non resisto alla tentazione di leggerle, anche se so che non dovrei. La prima è di Mirko, le altre due in ordine di Michele e Giulia, due dei suoi figli.
1. Il tempo del bilancio: Lettera di Mirko ai figli
Cari ragazzi,
se leggerete questa lettera sarà perché me ne sarò andato. Ultimamente la mia salute è peggiorata ma non ve l’ho detto per non allarmarvi. Vi ricordate quando vi dicevo che sarei campato fino a 90 anni? Non penso che sarà così, sapete?
Il mio stile di vita non era dei migliori: due pacchetti di sigarette al giorno, una vita sedentaria passata a leggere o a guardare la TV e un’alimentazione non proprio equilibrata. Forse anche la solitudine ha avuto il suo peso.
Era bello l’estate quando venivate a trovarmi con i bambini, anche se sinceramente non mi prendevo veramente cura di loro. Direi però di essere stato migliore come nonno che come padre. Ci pensavo in questi giorni quando, per passare il tempo, leggevo il libro di Kafka, Lettera al padre.
Una lettura che mi ha turbato alquanto, lo ammetto. Scritta nel 1919, l’anno in cui è nato mio padre, non è stata curiosamente mai spedita. Un libro intenso, questo, in cui lo scrittore accusa il genitore di avergli trasmesso un profondo senso d’inferiorità.
È difficile il mestiere di padre. Io stesso non sono stato un buon genitore dopo la separazione da vostra madre. So di aver sbagliato ma perdere lei mi fece sentire alienato da voi figli: vi percepivo purtroppo solo come una sua propaggine.
Anche i rapporti con Lara, la mia seconda compagna, non hanno aiutato. Lei, con il suo caratteraccio, vi ha allontanato ancora di più da me e ora me ne dispiaccio. Sbagliai con voi e anche con il vostro fratello maggiore, Tony.
Ora che sono vecchio e malato ho cercato di rimediare e mi pare di esserci riuscito. Conservo ancora le lettere che due di voi mi scriveste tanti anni fa. Fanno ancora male ma so che ora le cose fra noi si sono spianate.
Ora ripongo queste lettere nel cassetto del comodino, accanto a Kafka. Che ci crediate o no, vi voglio bene e, a mio modo, ve ne ho sempre voluto. Papà
2. La linea spezzata: Lettera di Michele
Papà,
scusami se non inizio questa lettera con ‘caro papà’ ma proprio non me la sento. Sono secoli che sei lontano da me, che non t’interessi a quello che faccio e penso. Sapessi come mi feristi quando, in occasione del mio ventunesimo compleanno, sbagliasti i miei anni!
Furono i numerini sulla torta a ricordarti la mia età. Era un dolce a forma di cuore con fragole e panna, la mia preferita, ma tu non ti degnasti neanche di assaggiarla. «A te piace la panna come a tua madre, eh» avevi precisato senza tatto.
Odiavo le riunioni familiari con la tua nuova compagna, arcigna e per niente attraente. Che razza di donna ti eri trovato, papà? Avevi anche avuto la sfacciataggine di commentare che ero il figlio che conoscevi di meno.
Certo, quando tu e la mamma vi siete separati, avevo solo sei anni e avrei voluto passare più tempo con te. Tu invece ti limitavi ad invitarci a pranzo da te ogni due domeniche. Per non parlare di quando, al primo anno di liceo, non venisti mai a prendermi da scuola.
L’anno dopo il nonno mi aveva regalato il mio primo motorino che si guastava spesso. Sapessi come invidiavo il mio amico Ezio che poteva contare sull’aiuto del padre per riparare la sua moto. Era troppo sperare nel tuo interessamento. Del resto non conoscevi nemmeno i miei insegnanti, dato che delegavi la mamma per i colloqui con loro.
Non eri al mio fianco neanche quando presi la patente, tanto meno il giorno del mio colloquio alla maturità. Alla mia laurea che discussi a Parma arrivasti con la tua compagna e ti congratulasti con me come avrebbe fatto un semplice conoscente.
Filaste via dopo il pranzo e le foto di rito. Oggi lavoro e ho una ragazza che presto ti presenterò. L’amo tanto e la vedo come la mamma dei figli che verranno. So che padre voglio essere: quello che tu non fosti mai. Papà, saprai almeno essere un buon nonno? Michele
3. Il baricentro mancato: Lettera di Giulia
Caro papà,
ti ricordi come ti schierasti dalla mia parte quando a quattro anni non volli indossare quella ridicola pelliccetta verde che la mamma mi aveva comprato? Non eravate ancora separati voi due ma già si capiva quanto eravate diversi: asciuttissimo tu, tenerissima lei.
Non giocavi mai con me ma una volta ti impegnasti a montare la casetta di Barbie, dono di Babbo Natale. Ero contenta di vederti seduto accanto a me, intento a montare i vari pezzi perché era raro che tu giocassi con me e i miei fratelli.
Di te ricordo il grande puzzle in camera vostra che ti occupava il tempo libero, il tuo lungo corpo disteso sul letto a leggere fra nuvole di fumo e poco altro. La domenica preferivi dedicarti alla lettura e lasciare alla mamma il compito di portarci a giocare al parco. Nelle settimane estive in montagna eri più presente ma una volta a casa ritornavi il padre assente di sempre.
Chissà se i miei amori sbagliati sono stati il frutto di quelle attenzioni tanto desiderate e mai avute da te. Cosa dovevo fare perché tu ti accorgessi di me? A me pareva che tu ti dedicassi di più alla figlia della tua compagna e ne soffrivo.
Fosti pronto ad accogliermi quando la mamma si risposò con un uomo autoritario ma nemmeno a casa tua ebbi quell’affetto di cui ero assetata. Meglio ritornare da mia madre che mi capiva più di te.
Poi, un giorno trovai il coraggio di aprire il mio cuore e rivelarti la mia sofferenza per il tuo distacco. «Sono fatto così. Non so esternare le emozioni ma ti voglio bene, anzi. Non dovrei dirlo ma credo di avere un debole per te non solo perché mi assomigli fisicamente ma anche perché sei buona» replicasti.
Papà, forse ti ricordo la mamma, insegnante come me. Però dalla tua confidenza impacciata qualcosa è cambiato fra noi. So che tieni a me, sì. E da allora ho smesso di compiacere i ragazzi che ho avuto e di elemosinare il loro amore.
Forse per questo ho finalmente conosciuto l’uomo giusto. Presto te lo presenterò, papà. Ti piacerà, vedrai. La tua Giulia
***
a.p. – Commento
Il filo di Arianna: note su tre reperti affettivi
La presenza sul comodino d'ospedale della Lettera al padre di Kafka (1919) non è un elemento decorativo: è l’innesco psicologico dell'intero trittico. Mirko, giunto al termine della vita, usa il libro come uno specchio per decodificare il risentimento dei suoi figli, riaprendo il cassetto in cui giacciono tre personalità distinte, colpite in modo diverso dallo stesso trauma.
Mirko: l’alienazione da "propaggine"
Il profilo di Mirko rivela una profonda analfabetizzazione emotiva, difesa dal fatalismo del «sono fatto così». Il nodo centrale è il suo vissuto post-separazione: ammettere di aver percepito i figli solo come «una propaggine» della ex moglie dimostra come la rottura coniugale abbia reciso anche l'investimento affettivo.
I figli, per anni, smettono di essere individui e diventano estensioni del genitore perduto. La sua passività si riflette anche nella delega delle colpe alla seconda compagna. Solo la vicinanza della morte gli permette, infine, di rompere lo schermo del fumo e dell'isolamento per pronunciare un definitivo, seppur tardivo, «vi voglio bene».
Michele: la dialettica del rifiuto
Michele reagisce all'assenza paterna con la rabbia e il rinfaccio del dettaglio materiale. Se il padre generalizza, il figlio verbalizza i traumi attraverso i riti di passaggio mancati: la torta dei 21 anni (in cui il padre sbaglia l'età e critica il dolce perché «piace a tua madre»), il motorino rotto da riparare da solo, l'assenza ai colloqui scolastici, la freddezza da «semplice conoscente» al pranzo di laurea.
Psicologicamente, Michele si cura attraverso il contro-modellamento: decide di essere l'esatto opposto del padre («So che padre voglio essere: quello che tu non fosti mai»), proiettando nel futuro un riscatto educativo che inizia dal rifiuto del modello ricevuto.
Giulia: la sindrome del compiacimento
Laddove Michele esprime rabbia, Giulia esprime svalutazione di sé. Il suo ricordo è fatto di frammenti di un padre disteso a leggere o concentrato su un puzzle infinito – metafora perfetta di un'attività solitaria e autistica.
La latitanza emotiva di Mirko si traduce per Giulia in una ferita relazionale adulta: «Chissà se i miei amori sbagliati sono stati il frutto di quelle attenzioni tanto desiderate».
È lo schema della dipendenza affettiva, il bisogno di "elemosinare amore" per compiacere partner distanti, replicando il legame primario.
A salvarla è però l'unica confidenza impacciata del padre («ho un debole per te»): sentirsi finalmente "vista" e validata le permette di spezzare la catena e trovare l'uomo giusto.
Catarsi temporale
La forza del materiale sta nella stratificazione del tempo. Grazie alla cornice del vicino, il lettore scopre che quelle lettere feroci appartengono al passato. I timori dei figli si sono sciolti: i partner sono stati presentati e quei bambini nati nel frattempo hanno trasformato il padre assente in un nonno amato.
La tragedia non è la mancata riconciliazione, ma l'incomunicabilità orale: una famiglia che ha avuto bisogno della mediazione della carta – e dell'ombra di Kafka – per dirsi finalmente la verità.


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