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La Giustizia italiana è scritta nella Costituzione, ministro Nordio

Un uomo legge delle carte vecchie mentre sulla sfondo è raffigurato il palazzo della Consulta a Roma sede della Corte Costituzionale
(a.p.). La provocazione del ministro Carlo Nordio, che definisce il codice penale del 1930 "il libro più importante sulla giustizia" evocando la firma di Benito Mussolini, rappresenta un cortocircuito logico e storico. La dichiarazione, fatta a Roma durante l'evento editoriale "Più libri più liberi", nel mezzo di una polemica politica sull'antifascismo, è una battuta a effetto che svilisce il ruolo delle istituzioni in una Repubblica democratica.

Il codice Rocco e il falso storico della continuità autoritaria

È pur vero che il Codice Rocco è ancora in vigore grazie alla sua rigorosa impalcatura tecnica, scritta dai migliori giuristi dell'epoca. Ma l'idea che quel testo, nato per tutelare lo Stato autoritario a discapito del cittadino, sia il punto di riferimento della giustizia moderna è un falso storico.
Il codice del 1930 è potuto sopravvivere solo perché è stato "costituzionalizzato": per decenni, il legislatore e la Corte Costituzionale ne hanno demolito le norme liberticide e ne hanno risanato i contenuti, adattandoli alla centralità dei diritti umani. 
Il testo che applichiamo oggi non è quello firmato da Mussolini, ma un corpo normativo profondamente depurato dalla dittatura.

Il primato della Carta Costituzionale

Spostando lo sguardo dalla provocazione al diritto, la risposta alla domanda su quale sia il testo fondamentale della nostra società è una sola, netta e indiscutibile: la Costituzione della Repubblica Italiana.
In uno Stato di diritto, la Carta costituzionale è l'unico testo insostituibile sulla giustizia e su ogni altro settore della vita sociale e individuale. Non si tratta solo di una gerarchia delle fonti: la Costituzione è l'atto che ha ribaltato la logica dei regimi totalitari, stabilendo che la giustizia non è uno strumento di potere dello Stato, ma un presidio a tutela della dignità della persona, dell'eguaglianza e delle libertà inviolabili (artt. 2 e 3 Cost.).

L'etica della carica e il dovere di fedeltà alla Repubblica

Per chiunque rivesta una carica pubblica, e a maggior ragione per il ministro della Giustizia, il tributo ai valori repubblicani non è un'opzione intellettuale, ma un dovere costituzionale. Giurare sulla Costituzione significa riconoscerla come l'unico argine all'arbitrio e come la fonte esclusiva di legittimazione del potere. Il resto è propaganda.

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