Passa ai contenuti principali

L'illusione della normalità: cosa ci ha insegnato lo "sconquasso" dell’ignoto ⏳

(Introduzione ad a.p.). Rileggere queste righe provoca un misto di tenerezza e brivido. Eravamo convinti che fosse una "parentesi", una psicosi passeggera da combattere con l'amuchina e un po' di lentezza. Non sapevamo ancora che il mondo non sarebbe più tornato quello di prima.
Pubblichiamo questo testo del marzo 2020 come documento psicologico: il ritratto di una società interconnessa colta di sorpresa dalla propria intrinseca fragilità. Un'analisi che, al di là dell'emergenza sanitaria, parla della nostra eterna incapacità di gestire l'ignoto.

(a.p.). 

Lo spavento e le domande difficili

Ci vuole tempo per rispondere a domande difficili. Quelle che affiorano con il passare dei giorni, appena riavuti dal primo spavento. Sulla normalità della vita, sullo stravolgimento del tran tran quotidiano, sul modo di lavorare, di divertirsi.
Prima ancora sulla maniera di affrontare un problema collettivo, serio ed importante. È avvenuto in questi giorni. Sono i momenti, così attuali e drammatici, del virus che viene dalla Cina e ha un nome tanto strano, “corona”, che non sembrerebbe proprio quello di una malattia terribile.

Com'era bello prima: la normalità perduta

Come era bello prima. Andavamo al supermercato a fare la spesa una volta a settimana, le cose necessarie, senza frenesie, qualcosa la dimenticavamo pure, ma non importava, sarà per la prossima volta. Prendevamo il bus o il treno per lavoro, tutti i giorni, insieme a tanta gente sconosciuta, sempre diversa.
Quell’anziano, accanto a noi, tossiva di continuo, ma non ci impressionava, al più ci chiedevamo: perché non si prende una pasticca? Il fine settimana, qualche svago, ci piaceva stare in mezzo alla gente. Il teatro, il cinema, una cena con gli amici di sempre. Oppure all’aperto, il freddo non si sente quasi più, sembra persino arrivata la primavera.
I milanesi: una passeggiata sui Navigli; i veronesi, un caffè a ridosso dell’Arena; i romani, due passi in piazza Campo de’ Fiori. Viaggiare. Qualcosa di straordinario, la Cina per esempio, di cui tutti parlano, chissà com’è? Oppure, una gita “fuori porta”: quella mostra a Torino, quell’altra ad Urbino, l’evento in un paesino della Liguria.

Le abitudini a soqquadro e l'efficienza messa a nudo

Le nostre abitudini a soqquadro. Si cambia tutto. La spesa al supermercato diventa una corsa all’accaparramento, che neanche se avessimo dichiarato guerra, contemporaneamente, agli Usa e alla Russia. Manca in giro persino l’acqua, oltre la pasta e il pomodoro, per noi beni di prima necessità. Ma dove li mettiamo tutti quei prodotti? E le cose fresche, come conservarle, senza che vadano a male in poco tempo? 
Per non parlare dei prodotti più specifici nella battaglia al virus, come l’amuchina, le mascherine. Non ce n’è più una in giro, di quelle diaboliche mascherine. E l’amuchina va sostituita con qualche detergente comune. Tutti chiusi i negozi, gli uffici, le scuole, specie nelle regioni contagiate, nel Nord d’Italia. A causa di quanto avvenuto nell’ospedale di Codogno, dove non si sono accorti subito di un infettato, e questi ha contagiato tanti altri pazienti, persone fragili, già malate.
Ma perché non se ne sono accorti? E poi dicono che al Nord sono organizzati ed efficienti, mica vero, ecco gli italiani sempre approssimativi e faciloni. Perciò, servono massime misure drastiche. Se occorre anche l’esercito, oltre a polizia e carabinieri.

Il fai da te e la comunità via chat

E poi, il fai da te. Inesauribile risorsa italica, che talvolta salva e talvolta danneggia. Ognuno in ordine sparso, con modi diversi, ma uniti dal fine, debellare il virus o almeno difendersi. Ciascuno a modo suo. Scuole chiuse, tribunali vuoti, non se ne parla di teatri, stadi, esercizi commerciali. 
Tutti a casa. Persino la messa celebrata al riparo delle infezioni, praticamente solo il prete e il pane da consacrare: tutta la comunità, si fa per dire, lontana, collegata via chat, assiste davanti allo schermo dello smartphone. 
Non dovevamo aprirci alle nuove tecnologie? E poi immancabili i lodevoli esempi personali: il governatore della Lombardia con la mascherina h24, per mostrare alla gente (meglio, ai suoi elettori) cos’è la virtù. E poi tanto altro, il narcisismo degli esperti, le beghe tra i governanti di ogni livello.

Smarrire il senno tra ansie e paure

Nel frattempo, in mezzo allo sconquasso, le domande inquietanti: qual è la reale gravità di questo corona virus? È stato fatto quanto doveroso per contrastarlo? Tra epidemia e pandemia, e altri paroloni, non ci siamo forse smarriti, perdendo il senno? Preferendo così chiuderci in casa, dopo una bella spesa al supermercato. Per stare al sicuro. 
Ognuno si è dato la sua personale risposta, che rileva ansie, paure, prima ancora che mancanza di informazioni scientifiche accurate. E si ritorna all’interrogativo iniziale sul nostro modo di affrontare questioni che percepiamo come devastanti per l’assetto della nostra vita quotidiana.

Il paradosso dei controlli e lo sguardo dell'estero

Non è mancato, a ben vedere, anche il buon senso. A leggere certi discorsi, sembra che solo l’Italia, a parte la Cina, sia infetta. All’estero, pontificano grandi testate e soprattutto cancellerie europee. Forse per tornaconto. Al massimo, ci possono addebitare troppi controlli, fatti anche quando non era strettamente necessario, perché riguardanti persone, come si dice, asintomatiche.
Paradossalmente proprio i controlli così estesi hanno fatto scoprire tanto altro, oltre i casi gravi. E certo tutto questo ha amplificato il problema, destato altro allarme. Altrove, è brutale dirlo: meno allarme, ma anche meno controlli. È una colpa aver controllato tanto?

La ferita di Codogno e il peso delle fake news

La svolta grave è avvenuta quando uno di questi casi è stato riscontrato in ospedale, come si chiama: Codogno? luogo di incubazione ideale della malattia, perché ci sono persone spesso persone anziane e già malate di altro. Certo lì ci voleva più vigilanza, ma c’è stata anche una coincidenza singolare di fattori negativi: e gli effetti si sono moltiplicati. 
Le “quarantene”, poi, non impediscono di per sé la diffusione del virus, ma non sono inutili: la rallentano, la contrastano. E l’Italia non è, dopo la Cina, la zona più infetta e pericolosa del mondo. Fake news. È comodo dirlo, serve a tranquillizzare, a sentirsi immuni, perché la malattia è confinata altrove. Ma nulla garantisce che, con il tempo, non ci siano altri focolai di malattia altrove.

La stanchezza del Capitano Drogo e il desiderio di ritorno

Sono state di buon senso le risposte della gente? Abbiamo letto e malamente digerito paginate di giornale sul tema. Dopo le paure, si riprende però la vita di tutti i giorni. Con calma, certo. Un passo alla volta. Ma riapriamo i negozi, torniamo a vederci in piazza e pazienza se qualcuno tossisce o è raffreddato, sono malanni di stagione. 
Non si può stare sempre in casa, nel timore di un nemico che non vediamo arrivare alla nostra porta. Anche il capitano Drogo, pur se Dino Buzzati non lo racconta, si sarà stancato di aspettare il nemico all’interno della fortezza Bastiani. Più che per un rigurgito di senno, è la stanchezza a prevalere. Non possiamo alterare più di tanto la nostra vita, il corso dei giorni.
Riprendiamo a fare le cose di sempre e che ci davano qualche sollievo. Con cautela e lentezza, ci mancherebbe, perché il pericolo rimane, ma la strada è questa. Torniamo alle nostre abitudini. È l’invito da tante parti, anche autorevoli.

La cultura come motore per ripartire

Non basta, a chiarire tutto, il lento ritorno alla normalità. L’esortazione a non farsi prendere dal panico. L’invito a guardare le cose nella loro concretezza. Possiamo farcela a contrastare il virus. In tutti i modi l’economia deve riprendere, dobbiamo riprendere i commerci con l'estero, a cominciare proprio dalla Cina, non possiamo farne a meno. 
E può darsi, come ha segnalato il sindaco di Milano Sala, che proprio la cultura ci faccia fare un passo in avanti per uscire dallo stallo. La cultura, nel senso di tornare a vedere mostre, ascoltare concerti, frequentare cinema. Motore della vita sociale. Ma anche nel senso più profondo di esortazione a comprendere meglio quello che ci è capitato.

Dalla paura costruttiva all'angoscia paralizzante

Di fronte al virus, non abbiamo avuto semplicemente paura. Questa sensazione riguarda le cose conosciute, contro le quali possiamo costruire difese proprio perché sappiamo qual è il pericolo. È un fattore persino “costruttivo” dell’assetto sociale, la paura, utile all’azione. In questo caso, invece, ci siamo sentiti angosciati, senza forze, smarriti, incapaci di pensare razionalmente. 
Spinti a reazioni incontrollate e senza senso. Privi di certezze. Vedevamo la terra sgretolarsi sotto i piedi. La novità del pericolo spiega tanta parte dell’affanno con cui abbiamo reagito, e in parte giustifica qualche decisione eccessiva. Ma non è tutto qui.

Un nemico ignoto, inafferrabile e vigliacco

Ha rotto tutti gli equilibri questo accidente, venutoci addosso tra capo e collo. E il fattore dirompente è stata la sua incontrollabilità. Tra noi si è intrufolato un nemico che non conoscevamo, e contro il quale non sapevamo come fare, perciò ha destato, oltre che sorpresa, sgomento. Ignoto alla scienza, mai isolato in laboratorio, e perciò mai contrastato prima. Noi a mani nude, senza un vaccino. 
A studiare cosa fosse questa malattia, come difenderci. Inoltre, ad aggravare la situazione, c’era la suggestione malefica della sua provenienza dal lontano Oriente. Il pregiudizio verso il totalmente diverso, appunto l’asiatico. Un aspetto emotivo, ma potente. Destava timore che il virus venisse dalla Cina: un paese grande e lontano, potente e misterioso, autoritario e minaccioso. 
Ancora, appariva come un elemento inafferrabile e insidioso. Aveva la capacità subdola di approfittare di vari canali di contagio, superare ogni confine fisico, diffondersi dappertutto. Infine era anche vigliacco. Perché colpiva anziani e malati, approfittando di loro.

La scoperta di essere sprovveduti

Si è fatta esperienza dell’effetto, sulla nostra vita regolata da consolidate abitudini, di un accidente totalmente sconosciuto e incontrollabile. All’improvviso abbiamo scoperto di essere degli sprovveduti, di non aver gli strumenti per reagire a dovere. 
Non era solo una questione di competenze, di informazioni, di studi scientifici. Anche di questo certamente, perché disporre già di vaccini avrebbe fatto comodo, avremmo saputo cosa fare. Ma non è solo questo, c’è una ragione più profonda nell’inquietudine di questi giorni.

L'eterna verità dell'incertezza

L’ansia è stata così forte da spingerci a reazioni irrazionali e prive di senso, come quella di fare scorte alimentari non necessarie o di rinchiuderci in noi stessi, quasi per non vedere quello che ci capitava, paralizzati nel fare qualsiasi cosa, per il timore di rimanerne danneggiati. 
Il coronavirus alla fine ci ha messo davanti l’eterna verità dell’incertezza della vita, e della nostra irriducibile insicurezza. Ad essere incontrollabile non è solo l’accidente che un giorno attraversa la nostra strada, ma l’esistenza stessa. E anche per questo avvertiamo un senso di fragilità ed insicurezza. Che ci sgomenta, facendoci reagire in modo irrazionale.

Commenti

Post popolari in questo blog

Una vecchia storia d’amore. Dalla passione al disincanto: ritratto di una donna che ha saputo rinascere 📘

(Introduzione a Daniela Barone). Cosa resta di un amore che ha agito come uno tsunami, travolgendo un matrimonio lungo diciotto anni e trasformando l'identità di una donna? In questo racconto, l’autrice ci conduce tra i corridoi di una scuola professionale, dove l'incontro con un collega "pigmalione" diventa la scintilla per una metamorfosi fisica e interiore. Non è solo la cronaca di un'infatuazione, ma un'analisi del ricordo, del disincanto e di quella "linfa vitale dell'anima" che solo i sogni sanno preservare dal tempo che logora i volti e le passioni. (Daniela Barone). La metamorfosi: tra gessetti e desideri Conobbi B. nella scuola professionale in cui ero finalmente diventata insegnante di ruolo. All’epoca avevo i seni gonfi di latte perché allattavo ancora il mio terzogenito; alla fine della mattinata tornavo a casa trafelata perché i dischetti assorbilatte erano così intrisi da macchiarmi gli abiti. Portavo addosso ancora i molti chili in...

La faccia nascosta della Luna: da Apollo a Artemis, tra ricordi di famiglia e futuro 🌓

(Introduzione a Daniela Barone). Un filo invisibile lega il bianco e nero sfuocato del 1969 alla nitidezza digitale della missione Artemis II. Attraverso gli occhi di un bambino e i ricordi di una nonna, la Luna smette di essere solo un corpo celeste per diventare lo specchio delle nostre fragilità. Un racconto intimo sul senso di appartenenza a quel "piccolo puntino azzurro" che chiamiamo casa. (Daniela Barone).  Tra generazioni e memorie lunari «Nonna, vieni a vedere la luna.» Così aveva reclamato la mia attenzione Luca, il mio nipotino di due anni e mezzo. Era sul poggiolino della casa dei miei quella sera d’estate del 2019. Indossava un pigiamino corto leggero e si teneva alla ringhiera arrugginita. Mio padre, vedovo da diversi mesi, già dormiva ma lui non ne voleva sapere di andare a letto. Aveva buttato per gioco nel cortile sottostante numerose mollette e si trastullava con le poche rimaste nel cesto. Stringendo la manina di Luca non potei fare a meno di pensare a qua...

Odore di arance e rimpianti: l’estate a Tindari che decise il destino 🍊

(Introduzione a Daniela Barone – Commento a.p.). L'estate del 1972 è stata il palcoscenico di un bivio esistenziale, non solo una vacanza. Tra i profumi di una Sicilia mitica e l’azzurro di Tindari, la protagonista Mara sperimenta per la prima volta l'ebbrezza di un amore che sa di imprevisto. Eppure, al ritorno, la sicurezza di un fidanzamento solido e il conflitto mai risolto con una madre critica la spingono verso una scelta conservativa. Un racconto spietato su come la paura della solitudine e il desiderio di ribellione possano tracciare il destino di una vita intera. (Daniela Barone). Verso la Sicilia: una profezia materna L’estate del ‘72 fu un periodo esaltante per me. La partenza tradizionale con i miei per il campeggio in qualche luogo marino incantevole si stava avvicinando. Papà aveva scelto la Sicilia, desideroso com’era di mostrare a me e alla mamma il suo paese natio, il borgo di Novara al confine fra i Nebrodi e i Peloritani. «Conoscerete mia zia e i miei cugini....

Aspettare di vivere: il Big Bang dell'anima 🕰️

(Introduzione a Giorgia Deidda). Cosa siamo prima di diventare polvere e respiro? L’autrice ci conduce nel cuore pulsante del mistero pre-natale, dove il "grumo di sangue" dialoga con l'infinito. La nascita emerge non come un approdo sereno, ma come una "luce bestiale" che interrompe la quiete assoluta, costringendo l'anima a misurarsi con il fango della terra e l'anelito verso il cobalto del cielo. Una lirica potente, che vibra tra astri, radici e il desiderio prepotente di esistere. (Giorgia Deidda).  Non sai cos’ero io prima di nascere, grumo di sangue imperpetuo che respirava l’infinito e poteva l’infinito perché infinita potenza di grammi di nero. E poi la luce bestiale che ha accecato l’infinita tranquillità, l’assurdo silenzio spazzato via come big bang e l’esplosione che ha soffiato nel mio petto sgualcito Io che mi contorcevo - non sapevo nemmeno cosa volesse dire respirare a stento - quando amori impossibili nascono tra le tue labbra  e aspetti...

Fotografare: un ritratto di vita e la postura di chi guarda 📸

(a.p.) ▪️L’immagine, nei media e nel privato, coglie l’attimo e vorrebbe conservarlo nel tempo per trasmetterne il senso. Molti i contenuti e gli scopi: avvenimenti storici e di costume, episodi di vita quotidiana e mutamenti sociali, semplici suggestioni visive o ricordi personali. La fotografia si configura come uno specchio di vita, catturando l'esistenza e rivelando, in ogni scatto, la postura e l'angolazione unica dell'uomo. Ma è un’illusione il proposito di rivedere con gli stessi occhi la realtà mutevole che un tempo abbiamo osservato, siamo noi a cambiare spesso il punto di vista. E a rimanere sorpresi, guardando le foto di un tempo. ⏳ L'illusione di conservare la traccia Un microcosmo in cui sfumano i confini tra finzione e realtà. Eppure, la fotografia è una buona amica che accompagna alcuni momenti della vita e trasmette l’illusione di conservarne una traccia indelebile. «La nostra memoria, quando i ricordi iniziano a perdersi nel tempo che passa» , si augura...