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Lettera a Elisabetta, la figlia nata due volte 🤱

Puzzle in vari tasselli che ricordano fatti, frasi, momenti di vita diversi del rapporto madre - figlia
(Introduzione a Daniela Barone). I legami superano le distanze, le incomprensioni e persino le separazioni forzate. In questa lettera, una madre ripercorre la storia di sua figlia Elisabetta: un viaggio fatto di ribellioni necessarie, rinascite dolorose e una ricerca incessante della propria libertà. Dalla sofferenza di un "secondo parto" emotivo alla conquista di una vita autentica, questo racconto è un inno all'amore indissolubile e alla forza di ricominciare.

(Daniela Barone).

Il debutto di "Pentolina" e i primi anni

Eri nata una mattina soleggiata di dicembre, alla stessa ora in cui avevo dato alla luce Francesco, il tuo fratello maggiore. Quando ti avevano messa fra le mie braccia ero rimasta un po’ delusa dalle tue fattezze: mi aspettavo una bimba dai capelli biondi e radi come quelli di Francesco ma tu stranamente avevi una capigliatura castana lunga e folta che ti faceva assomigliare ad una scimmietta. 
Il tuo visino era così largo che tuo padre ti aveva soprannominato ‘Pentolina’ quando ti aveva visto la prima volta. Ad aumentare la mia delusione, c’era il fatto che preferivi dormire pacificamente al momento della poppata. Una volta a casa, accolta entusiasticamente da tuo fratello, non avevi dimostrato la sua stessa voracità: ti accontentavi di svuotare solo una mammella e ti riaddormentavi tutta soddisfatta.
Crescendo ti eri rivelata una bimba allegra, meno umorale di Francesco. Ti svegliavi cantando tutte le mattine e consumavi rapidamente la colazione con i tuoi biscotti preferiti a forma di cuoricino. Andavi d’accordo con tutti e conquistavi le maestre e i compagni con la tua personalità dolce e solare. 
una mamma tiene in braccio una bimba appena nata

Lo spirito libero e il rifiuto della disciplina

A sei anni prediligevi le comode tute agli abitini leziosi che ti proponevo. Avevi mantenuto lo stile casual anche da adolescente, quando avevi adottato un taglio di capelli quasi maschile e, a mia insaputa, ti eri fatta fare un piercing all’ombelico. Quello non era stato l’unico segno di ribellione di teenager: un giorno eri arrivata a casa con una ciocca di capelli annodati.
Ti avevo subito tagliato quei rasta, incurante delle tue proteste. Pochi giorni dopo avevi iniziato a disertare le lezioni del corso di danza classica a cui ti avevo iscritta a soli quattro anni. Non avevi osato rivelarmi quanto ti pesassero quei plié e jeté imposti rigorosamente dall’insegnante segaligna e gli alluci sanguinanti dopo i passi sulle punte.
Per quanto mi piacesse ammirarti nei saggi finali al teatro Fraschini, quando volteggiavi flessuosa in splendidi tutù colorati, avevo capito che le rigide norme della danza classica non si adattavano al tuo spirito libero, così lontano da quella ferrea disciplina, così ti avevo permesso di lasciare la scuola.

L'ombra del distacco: la battaglia per riaverti

Quando mi ero risposata con un uomo autoritario, tuo fratello Francesco aveva lasciato in fretta casa nostra per stabilirsi da papà perché non sopportava più il pesante clima famigliare. Tu e Fabrizio, pur patendo come lui, eravate troppo piccoli per pensare di imitarlo.
Durante le vacanze estive in montagna, avevi però confidato il tuo disagio a papà che si era rivolto ad un avvocato per ottenere il tuo affidamento. Alla fine dell’estate non eri più tornata a casa: dalla lettera di un legale avevo appreso che saresti rimasta a vivere da tuo padre. 
Instupidita per l’accaduto che mai avrei potuto immaginare, mi aggiravo per casa seguita dallo sguardo smarrito di Fabrizio, addolorato come e più di me per la tua lontananza. Incurante dell’indifferenza di mio marito, avevo intrapreso da sola la battaglia più dura della mia vita, la riconquista di te, figlia forse persa per sempre. 
una ragazza con la corona di lauro sulla testa

Il "secondo parto": quel ritorno a casa

Ricordo ancora oggi quella settimana rovente di Ferragosto, le telefonate accorate al mio avvocato, la corsa in Questura dove una poliziotta, madre come me, mi aveva suggerito l’iter da seguire per riaverti rapidamente. 
Come una pazza avevo raggiunto l’abitazione di tuo padre per reclamare il tuo ritorno a casa ma avevo ottenuto per risposta il suo diniego fermo. Quel rifiuto inaccettabile aveva scatenato la parte peggiore di me stessa: avevo urlato a papà tutto il mio risentimento, coprendolo degli insulti più infamanti che mai avrei pensato potessero uscire dalla mia bocca.
Imprecavo come una donnaccia ma ero disposta a tutto pur di riaverti. Agitandomi come una Erinni ti avevo chiesta e pretesa invano. L’ultimo tentativo che mi era rimasto a quel punto era richiedere il pronto intervento del maresciallo di zona.
Fortunatamente il suo arrivo quasi immediato aveva risolto la situazione incresciosa: dopo un lungo colloquio fra di voi, ti avevo visto uscire titubante dalla casa di tuo padre nei tuoi delicati tredici anni: indossavi una maglietta scolorita e un paio di short sfilacciati e ti guardavi intorno con circospezione.
Ti avevo presa per un braccio, quasi temendo di perderti nuovamente, e ti avevo spinta in macchina. Poi, con la stessa delicatezza con cui si tocca un cristallo prezioso facile a infrangersi, ti avevo accarezzato e tu ti era gettata fra le mie braccia.
Non so come avevo ritrovato la strada di casa, guidando accecata dalle lacrime. Piangevamo entrambe senza dire una sola parola. Quel viaggio di ritorno è stato come quello dopo la tua nascita, quando ti avevamo portata a casa nel porte enfant: ti avevo partorito una seconda volta, con una sofferenza molto più acuta della prima.
Ti avevo poi promesso di lasciare presto mio marito ma mi era invece servito parecchio tempo per realizzare la mia intenzione; nel frattempo avevamo attuato una comunicazione a gesti e sguardi che capivamo solo noi, una sorta di filo tenace che ci legava. 
una mamma abbraccia la figlia felice con il vestito di nozze

Oltre i confini: da Tunisi all'Andalusia

Indomita da sempre, a soli ventidue anni eri volata a Tunisi per frequentare un corso di arabo: lì ti eri immersa senza sgomentarti nelle durezze della cultura islamica e nella rutilante atmosfera dei suq con merci di ogni tipo, spezie sconosciute e persino sanguinolente caprette sgozzate.
Eri tornata a casa abbronzatissima come mai era stata; ti eri anche fatta fare un tatuaggio nero sul collo, una scritta in eleganti caratteri arabi che inneggiava alla libertà e all’uguaglianza. Eri così entusiasta di quell’esperienza che non avevo osato rimproverarti. Del resto eri abbastanza grande per decidere cosa fare.

La prova più difficile: l'ombra di Melbourne

L’anno dopo avevi vinto una borsa di studio Erasmus per frequentare l’Università di Arabistica a Granada. Quanti i viaggi intrapresi per raggiungerti in Andalusa assieme ai tuoi fratelli! Per un po’ di tempo avevamo creduto che ti saresti stabilita lì ma ci avevi sorpreso ancora una volta: dopo qualche anno avevi deciso di partire per l’Erasmus Plus a Melbourne con la tua nuova fiamma.
Lui ti aveva convertito alla dieta vegana, ricordi, e ti aveva allontanato da me e dai tuoi fratelli rendendoti debole nella mente e nel fisico. Non sembravi felice ma avevi dimostrato fermezza nello scegliere di portartelo con te in Australia.
Quando vivevi là, però, mi confessavi in messaggi sul cellulare che poi prontamente cancellavi, che non eri più in grado di praticare nessuno sport e ti sentivi limitata dal suo comportamento iper controllante. Maledivo la distanza che ci separava e mi auguravo che terminassi anzitempo il tuo lavoro d’insegnante d’italiano nella scuola australiana.
Tu però avevi voluto concludere la tua esperienza e alla vigilia di Natale eri tornata a casa. Dalle foto inviate non mi ero resa conto di quanto fossi diventata magra e pallida. Assieme ai troppi chili persi avevi perduto anche il tuo sorriso disarmante e la tua autostima.

La rinascita: Milano, l'amore e il sogno dell'insegnamento

Avevo creduto scioccamente che l’esperienza traumatica del mio matrimonio ti avrebbe preservato da amori sbilenchi ma non era stato così. Avevi faticato tanto per liberarti da lui e per ritrovare la vera te stessa, coraggiosa, ottimista e aperta al mondo. Avevi capito cosa non volevi dalla vita: un uomo autoritario e giudicante, un lavoro noioso e ripetitivo, una vita piatta.
Stanca di viaggiare da Pavia a Milano su treni affollati e perennemente in ritardo, avevi poi deciso di trasferirti a Milano. In breve tempo avevi ottenuto un lavoro ben retribuito in una prestigiosa multinazionale e sembravi molto soddisfatta della tua nuova vita.
Ti eri iscritta ad un corso di balli latino americani in cui avevi conosciuto Patrick, il ragazzo che avresti sposato e poi ti eri addirittura licenziata per realizzare un vecchio sogno: diventare un’insegnante come tua madre.
Ricordo ancora la tua telefonata quando, durante una passeggiata sulla spiaggia in una tiepida mattina di ottobre, mi avevi comunicato con voce esitante quella scelta che mi aveva lasciato esterrefatta e preoccupata: temevo che non ce l’avresti fatta a mantenerti ma tu, tenace come sempre, eri riuscita nei mesi seguenti a racimolare abbastanza soldi impartendo lezioni private online.
Ora insegni spagnolo con passione in un liceo e sono certa che ti farai apprezzare dai tuoi alunni, brillante e carismatica come sei.

Un universo d'amore senza confini

Cara, ardita figlia. La vita ha premiato la tua caparbietà regalandoti l’amore vero e il lavoro che tanto desideravi. Sei tenera con i nipotini, affettuosa e sempre presente con la tua famiglia. Sai, oltre ad essere una figlia meravigliosa, tu per me sei anche sorella, amica, madre, un universo d’amore che mi avvolge giorno dopo giorno.
Sei tu, bella nella tua semplicità di giovane donna innamorata della vita, piena di risorse, accudente con chi ami come la più tenera delle madri, sei tu, senza eguali, senza se, senza ma. Con amore infinito. La tua mamma

Commenti

  1. Bellissimo racconto di una mamma che ha fatto di tutto per riavere sua figlia. Quella stessa figlia con uno spirito libero e ribelle, che attraverso momenti difficili è riuscita comunque a superare ogni ostacolo. Mamma e figlia, un legame imprescindibile, più forte di ogni cosa, più forte delle avversità.

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