(a.p.) ▪️ Alcune figure attraversano la storia come meteore, lasciando una scia di luce così intensa da illuminare anche le tenebre dei decenni successivi. Piero Gobetti fu una di queste. Cent’anni fa, il 16 febbraio 1926, si spegneva a soli venticinque anni, consumato dalle ferite inferte dalle squadracce fasciste e da un esilio forzato che non riuscì mai a piegarne lo spirito.
Il volto del pensiero
A restituirci la sua immagine più viva è Carlo Levi, che lo descrive come un giovane lontano dai fasti del potere e dalle pose del regime:
«Era un giovane alto e sottile, disdegnava l'eleganza della persona, portava occhiali a stanghetta, da modesto studioso: i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi gli ombreggiavano la fronte».
In quegli occhiali da studioso e in quei capelli arruffati non c’era sciatteria, ma l’urgenza del pensiero. Gobetti non aveva tempo per l’estetica della forma perché era tutto sostanza, tutto fuoco, tutto impegno. In un’epoca che esaltava il muscolo e la forza bruta, lui opponeva la forza dell’intelletto e l'intransigenza morale.
Un monito per l'oggi: l'orgoglio di essere europei
Gobetti non era solo un antifascista; era un visionario che aveva compreso, prima di molti altri, che la salvezza dell’Italia non poteva passare attraverso l’isolamento o il nazionalismo becero. Le sue parole risuonano oggi come un monito necessario contro i nuovi sovranismi e le chiusure del nostro tempo:
“Bisogna amare l’Italia con orgoglio di europei e con l’austera passione dell’esule in patria”.
Cosa ci insegna questa "austera passione" nel 2026? Ci insegna che amare il proprio Paese significa volerlo all’altezza dei valori universali di libertà e democrazia, non chiuderlo in un recinto di paure. Essere "esuli in patria" significa avere il coraggio di sentirsi estranei alle derive autoritarie, alle ingiustizie sociali e alla mediocrità del dibattito pubblico, senza però mai smettere di lottare per il bene comune.
Contro le minacce del nostro tempo
Oggi le minacce sono più sottili delle spranghe fasciste, ma altrettanto insidiose: l’indifferenza, la post-verità, l’erosione lenta dei diritti civili, l’attacco alle istituzioni indipendenti come la magistratura. Gobetti ci ricorda che la libertà non è una conquista definitiva, ma un esercizio quotidiano di "rivoluzione liberale".
Il suo ricordo non deve essere solo una commossa celebrazione del passato, ma un impegno solenne. Amare l’Italia oggi significa guardare oltre i confini, rivendicare la nostra identità europea come scudo contro l'oscurantismo e mantenere quella stessa "passione austera" che bruciava negli occhi del giovane studioso di Torino.
La sua eredità è un testimone che scotta: a noi il compito di non lasciarlo cadere.
✒️ Postilla
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