(Introduzione a Daniela Barone). Tra le strade affollate del centro e i ritmi frenetici della quotidianità cittadina si consuma una realtà parallela, tanto evidente quanto ignorata: quella dei senza fissa dimora. Questo racconto nasce da un incontro settimanale, un'osservazione ravvicinata che si trasforma in una riflessione profonda sui paradossi dell'indifferenza sociale, sulla complessità della marginalità e sulla sorprendente, regale dignità che può celarsi anche nei giacigli più poveri di una metropoli.
(Daniela Barone).
Presenze costanti nel salotto cittadino
Tutti i lunedì mattina, quando mi reco in palestra in centro, mi colpisce la visione di una senzatetto bivaccata nella centralissima via XX Settembre, salotto della mia Genova. La donna dall’età indefinibile è poco visibile, seppellita com’è da pile di coperte e piumoni che la riparano dal freddo.
Accanto a lei, quasi sempre addormentata, un carrello per la spesa straripante di cibo, bottigliette d’acqua e altri generi di prima necessità.
Mi domando a volte come facciano queste persone a vivere per strada sopravvivendo al caldo e al freddo, talora senza assistenza.
Per fortuna sono disponibili a Genova 16 strutture d’accoglienza notturna e associazioni di volontariato come la Comunità di Sant’Egidio e i City Angels che offrono ai senzatetto soccorso morale e materiale con l’ascolto e la distribuzione di cibo e vestiario.
I numeri dell'emarginazione e il velo dell'indifferenza
Genova è la quinta città metropolitana con più "senza dimora" e addirittura il 65% di loro dorme per strada, esposto al tempo estremo e alla solitudine. Ma chi di noi ha il coraggio di posare lo sguardo su questa moltitudine di diseredati?
Spesso per sentirci a posto con la coscienza ci mostriamo scettici sul reale bisogno di chi vive per strada; tendiamo a vedere, insomma, la loro condizione come una scelta, anziché la conseguenza di diversi e protratti disagi personali. Le loro vicende sono diverse: storie di chi non ha più un lavoro, degli affetti, una casa stabile e inesorabilmente la perdita di autostima, la disperazione e l’indigenza li distrugge.
Storie di chi è immigrato nel nostro Paese per sfuggire a guerre e povertà, e anche di chi soffre di gravi patologie mentali non curate.
Qualcuno ha scritto che i senzatetto “sono invisibili perché sono troppo visibili” rimarcando il nostro profondo disagio nei loro confronti. Io stessa ho provato questo sentimento di fronte al loro abbrutimento e ho cercato di uscirne semplicemente dando a qualcuno una monetina.
La burocrazia dell'esclusione e l'ombra della violenza
Le situazioni dei senzatetto sono complesse da risolvere, non solo a causa di sfiducia verso le istituzioni, ma anche perché i dormitori ed altre sistemazioni sono talvolta insufficienti o inadeguati alle reali esigenze di questi emarginati.
Il fatto di non avere una residenza rende poi impossibile per loro accedere all’assistenza sanitaria, al rilascio dei documenti d'identità e ai sussidi economici.
Ricordo di aver provato orrore e sdegno anni fa nel leggere gravissimi fatti di cronaca che colpirono dei senzatetto, come quello del clochard pestato a sangue a Nola nel 2015 e al quale venne ucciso il cane e i due ragazzi bruciati vivi mentre dormivano in un casolare abbandonato a Palermo.
Fin dove può spingersi la crudeltà umana? Probabilmente gli aggressori consideravano queste persone dei bersagli senza dignità, sporchi e forse pericolosi, oltre che socialmente inutili. Mi coglie il dubbio che la violenza contro la fetta umana piagata della nostra società sia il frutto della proiezione delle nostre fragilità.
Temiamo tutti la povertà, la perdita delle nostre sicurezze, perciò desideriamo prendere le distanze da loro aggredendoli, o nel migliore dei casi ignorandoli. Come ha scritto Daniela Leonardi nel suo libro “La colpa di non avere un tetto”, gli homeless «non sono altro da noi, bensì prendono forma in relazioni a noi».
Piccoli gesti e sguardi di carità
E allora ammiro l’iniziativa di Don Giorgio, parroco della mia chiesa che ogni martedì sera fa portare dai giovani i panini preparati dalle loro caritatevoli madri per i senzatetto. L’attenzione verso queste persone è tale che si ha cura di fare panini anche senza salumi adatti a chi di loro professa la fede musulmana.
Oggi, lunedì uggioso di metà maggio, mi ritrovo a passare davanti al solito cumulo di coperte in via Venti Settembre. Con sorpresa colgo la figura della senzatetto seduta fieramente su un piumone rosa per bambini decorato da ridicoli pupazzetti e farfalline.
Osservo il suo viso: ha larghe sopracciglia scure tatuate, un turbante bordeaux a pois bianchi sul capo e sta fumando altera una sigaretta. Ha la pelle olivastra, le gote arrossate dal sole e dal vento, labbra carnose e occhi grigi socchiusi come quelli di un gatto che si sente al sicuro.
Il suo sguardo fissa un punto indefinito nello spazio. Darei chissà cosa per conoscere il suo pensiero; forse sta sognando ad occhi aperti o semplicemente manifesta un completo distacco dall’ambiente intorno a lei. Che soffra invece di un senso di disorientamento causato da ebbrezza o malattie mentali?
Non chiede l’elemosina come la stragrande maggioranza dei suoi simili, anche se dei passanti le buttano qualche soldino accanto al suo giaciglio.
Ritratto di una Semiramide moderna
Percepisco stranamente in lei una notevole forza interiore che le consente di sopravvivere ostinatamente c in situazioni di estrema marginalità come pochi. Le riconosco una profonda dignità, un’inspiegabile fierezza, anzi un atteggiamento regale che mi intriga e mi turba nel contempo.
Questa Semiramide moderna, come l’antica regina assira porta un turbante, simbolo della forza femminile. Non le serve niente, non si sente inferiore a nessuno, almeno questa è la sensazione che lascia in chi la guarda con occhi diversi.
Non una vinta, ultima degli ultimi, ma una figura enigmatica, autonoma e resiliente che accetta comunque l’aiuto che non chiede.
A volte il suo giaciglio è vuoto. La immagino in qualche struttura dove provvisoriamente è accolta per lavarsi, consumare un pasto caldo e magari avere assistenza sanitaria. Parlerà la nostra lingua? Quanti anni avrà? Come sarà diventata una ‘senza fissa dimora’?
Una sorta di timore per lei non mi permetterà mai di porle direttamente queste domande. Sarei anche delusa e dispiaciuta se dovessi scoprire che la sua regalità è in realtà l’effetto della dissociazione di una mente persa in oscuri meandri.
Il cambio delle stagioni e l'indifferenza estiva
Le giornate stanno diventando più miti e l’estate non sembra lontana. La regina Semiramide dovrà presto difendersi dall’arsura estiva. Forse indosserà al posto del turbante un cappellaccio recuperato chissà dove o una fascia a fiori che la faranno assomigliare alla fiera Frida Kahlo.
O forse si riparerà dal sole sotto ad un ombrello nero un po’ sgangherato e sorseggerà una bibita intiepidita dal caldo rovente. Ma quasi tutti noi, in vacanza al mare o in montagna, non la vedremo.
Wainer Molteni: una luce di riscatto
Eppure, una luce di speranza ci viene dal brianzolo Wainer Molteni che nel suo libro “Io sono nessuno” racconta di come a 30 anni, da manager di un’azienda fallita, sia finito per strada a Milano a vivere fra i barboni.
Dopo ben otto anni reagirà però fondando “Clochard alla Riscossa”, il sindacato dei senzacasa. La sua iniziativa ci riempie di speranza: all’indifferenza dei più si contrappone l’impegno di persone come lui che concretamente si attivano per ritrovare dignità e restituirla a vecchi e nuovi compagni di strada. «Ti salvi solo quando non hai più niente da perdere», scrive.
Grazie, Wainer per la tua vicenda esemplare di solidarietà. Grazie infinite per i percorsi solidali attuati per i tuoi “barbafratelli” e la speranza in un futuro migliore che incarni mirabilmente.



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