(Introduzione a Bianca Mannu). Un’ennesima recensione su Pastorale americana, il romanzo più famoso del maggior autore contemporaneo americano? Non proprio. Piuttosto, una riflessione che investe la struttura narrativa dell’opera, la costruzione dei personaggi e le tesi sottese, ma che poi si estende al carattere stesso della società americana del ‘900.
Il lavoro di Philip Roth, osserva Bianca Mannu, non sembra all’altezza dell’ambizione di interpretare le più vistose contraddizioni del suo tempo. Non sarebbe riuscito l’intento di dare voce a tutta la varietà delle componenti sociali: sia a coloro che sono emersi, sia a tutti gli altri, travolti dai mille ingranaggi di un mondo selettivo.
In una parola, per dirla con Primo Levi, “i sommersi”, non solo “i salvati”. Un punto di vista crudo, dissacrante, forse dettato da una prospettiva ideologica assunta come esclusiva chiave di lettura, ma che ha il merito di voler scavare a fondo in un’opera per evidenziarne i limiti oltre il visibile. Segue a.p. – COMMENTO.
(Bianca Mannu) ▪️
L'illusione del ricongiungimento: da Beethoven a Roth
Prima ancora di giungere alla fatidica pagina 435, m’interrogavo sul senso di “pastorale” in quanto sostantivo reggente l’aggettivo “americana”. Durante la lettura si è affacciata alla mia mente La Pastorale di Beethoven, antifona della prima grande lacerazione uomo/natura dovuta alla rivoluzione industriale.
La Pastorale beethoveniana rappresenta l’auspicata ricongiunzione dell’umano con la natura; un ricongiungimento che avviene tramite la mediazione dell’arte e della cultura.
Nella Pastorale di Beethoven resta invisibile l’oscenità infernale del mondo della produzione. Roth, invece, non può farlo con la stessa “facilità”. Con lo sviluppo del grande capitale, le categorie della natura e quelle dell’umano si sono pluralizzate: la meccanica produttiva ha reso la natura indisponibile per la fruizione estetica e il lavoratore collettivo risulta deprivato della sensibilità.
Il produttore stesso, colui che diventa padrone, non si preoccupa delle sorti della natura. Il suo dogma concerne l’incremento dei profitti; nel suo pensiero la natura compare solo come risorsa da sfruttare fino alla devastazione.
I "Salvati" e l'aria di chiuso
Seymour Levov, lo Svedese, appare diviso tra college e duro apprendistato. Da adulto, ricco magnate, appare raffinato, ma la sua soggezione al padre appare come un destino. Roth sembra voler elaborare un affresco della società americana, ma l’impianto narrativo è troppo privato e inadeguato.
I personaggi rientrano in un ambito di eccessiva familiarità; avverti "aria di chiuso". Senti che c’è un "dietro" che né il pensiero né la penna ha sfiorato.
Jerry dice a Skip che per Seymour il lavoro è una “attrazione fatale”. Il lavoro! Ma il lavoro che rende bruti e lascia povere intere popolazioni resta l'eluso, il non significato. Roth è meritocratico, ma non spiega l’eziologia del presunto merito.
Restringe lo sguardo alla sfera elitaria, dove il lavoro sociale alienato resta velato dietro una nobilitante vaghezza. Ecco che i protagonisti di questa storia sono da sempre e per sempre “i salvati”. Dei “sommersi” Roth non ha minima contezza che si tratti di umani.
Merry: il bubbone della Storia
La messa in moto di una tale circolazione sanguigna narrativa non sempre sortisce l’effetto sperato perché manca il vero volano: quello dialettico. Tutto resta nell’ambito del clan studentesco e familiare. Ma Merry, la figlia, fa parte del "bubbone" esploso vicino al cuore di mamma e papà.
Merry sta a significare che un vento di disagio e sofferenze disconosciute raggiunge la parte opposta del globo (il Vietnam) e ritorna come tempesta che non vede muri e se ne infischia delle genealogie dei magnati.
Roth sembra insensibile a questi collegamenti. La sua "pastorale" americana consiste nel momento fugace della festa del Ringraziamento, allorché tutti mangiano lo stesso tacchino e rendono omaggio all’istituzione suprema: il governo federale.
Un’epifania di pace limitata e puntiforme che ignora testardamente la questione razziale e le classi contrapposte alla fame privatistica della borghesia finanziaria.
(a.p. - COMMENTO)
La zattera dei privilegiati
Lo scopo di questa densa analisi di Bianca Mannu è, in ultima istanza, quello di scuotere il lettore dal torpore di una narrazione "comoda".
La Mannu ci aiuta a decodificare il paradosso di Roth: la pretesa di scrivere un'epopea nazionale (una Eneide moderna) restando chiusi nel perimetro del salotto buono. Il concetto chiave che emerge è la fallacia della meritocrazia isolata.
Se celebriamo il successo di Seymour (il "salvato") senza guardare alle fondamenta di quel successo — ovvero il lavoro alienato e il contesto geopolitico di sfruttamento — non stiamo scrivendo una Pastorale, ma un'elegia funebre mascherata da festa.
Oggi questa riflessione è più attuale che mai. Ci ricorda che ogni volta che la politica o l'arte si chiudono in un "clan", ignorando i "sommersi", preparano il terreno all'esplosione del bubbone. Come la zattera che imbarca acqua mentre noi discutiamo dei gradi dell'ammiraglio, la Pastorale di Roth affonda perché non ha voluto vedere il mare in tempesta che la circondava.
Leggere Roth attraverso questa lente significa capire che l'indipendenza (di pensiero, di giustizia, di arte) non può essere un privilegio per pochi, ma deve essere un argine per tutti. Altrimenti, resta solo il silenzio tombale dopo il Ringraziamento.

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