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Eugenio Montale: la visione oltre la miopia in "Ho sceso dandoti il braccio" ✒️

Ritratto ravvicinato in bianco e nero di Eugenio Montale, uomo anziano e pensoso, con lo sguardo fisso e profondo, appoggiando una mano sul mento. L'immagine trasmette introspezione e gravitas.

(Eugenio Montale - POESIA) ▪️


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, né più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Pagina di manoscritto con la calligrafia originale di Eugenio Montale che presenta la poesia "Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale". Si notano correzioni e appunti marginali, con la data "20 novembre '67" in fondo.
(a.p. - COMMENTO) ▪️ Era molto miope, Drusilla Tanzi, scomparsa nel 1963, alla quale Eugenio Montale dedicò questa poesia che fa parte della raccolta “Satura”, pubblicata nel 1971. Traendo spunto dalla miopia della moglie, il poeta ricorda le numerose volte nelle quali l’aveva aiutata a scendere le scale, e rimane stupito di fronte alle sensazioni che prova ora, al pensiero che la donna non c’è più.

🚶‍♀️ Il vuoto ad ogni gradino: la brevità del lungo viaggio

Una lunga scalinata esterna in pietra, antica e consumata, che sale tra due muri in pietra ricoperti di vegetazione e muschio. Vasi di piante sono disposti lungo i gradini e la prospettiva suggerisce un percorso in salita.
In un dialogo interiore e in un affettuoso colloquio a distanza con la moglie, gli torna alla mente “il lungo viaggio” percorso, immagine simbolica della vita trascorsa insieme, un'esperienza esistenziale lunga e profonda. Ora, con la perdita della moglie, il tempo presente rivela il “vuoto ad ogni gradino” di quelle scale discese mille volte, mostrando il dolore della perdita umana e la sensazione dolente della brevità del viaggio.
Attraverso un linguaggio che tende alla prosa e in cui prevalgono temi personali e intimi, la vita è paragonata a un viaggio percepito antiteticamente: lungo e profondo nel passato; breve e caduco nel tempo presente. Il poeta, sopravvissuto alla moglie, continua ora il cammino da solo.

👁️ Le sole vere pupille: la visione che salva

Molte cose sono cambiate nel poeta. Le esperienze vissute e la stessa mancanza della moglie lo portano a vivere in una condizione psicologica di distacco dagli affanni, dagli inciampi e dalle delusioni della vita: in fondo, nel disincanto di fronte alle “coincidenze”, alle “prenotazioni”, alle “trappole” che pervadono l'esistenza.
Alla vita reale egli non attribuisce più importanza, al contrario di coloro che credono che la realtà sia solamente "quella che si vede".
Il simbolismo pervade gli ultimi versi, dove l'attributo della cecità fisica è rovesciato: gli occhi della donna diventano espressione metaforica del suo sguardo spirituale sulle cose e sulle persone. La donna, che per la sua miopia vedeva le cose a stento e con fatica, sapeva invece scorgere cose profonde, intuire verità essenziali, ed era capace di offrire al poeta una luce interiore che ne illuminava l’esistenza.
Quelle della moglie, pur così offuscate, erano le vere pupille del poeta, le più autentiche, con cui poteva avvertire percezioni nuove e scorgere angolazioni misteriose.

🙏 Echi antichi: la donna come strumento di salvezza

Eugenio Montale, in un ritratto in bianco e nero, è seduto all'aperto, vestito con un abito scuro e occhiali, mentre osserva e odora con delicatezza un piccolo fiore a forma di soffione che tiene tra le mani. L'espressione è contemplativa.
Trova così sublime interpretazione il gesto del poeta di darle il braccio: un'occasione non solo per aiutarla, ma per trarre da lei ispirazione e consolazione, giacché egli sapeva che quelle della moglie erano “le sole vere pupille”.
L’amore per la moglie si nutre di un sentimento di riconoscimento che si espande in una gratitudine verso la figura femminile. Attraverso queste rime, si manifesta il tema lirico della donna vista come strumento di salvezza e come guida verso l’autenticità.
Lo sguardo che il maschile rivolge al femminile si arricchisce nel Novecento, innestandosi nel solco della lirica dei poeti del Dolce Stil Novo e, in particolare, di Dante, che descrisse Beatrice come "cosa venuta / di cielo in terra a miracol mostrare".
In un’epoca, e in una poetica, qual è quella di Montale, che avverte l’inquietudine del “male di vivere” e consiglia la “divina indifferenza”, si scorgono inaspettatamente gli echi di questo tema lirico antichissimo. La donna, creatura realmente esistita e cantata per la sua grazia, diventa sinonimo dell’indefinibile, riflesso dell'ansia di ascesi spirituale e, infine, illuminazione dello spirito.

(Foto 1. Eugenio Montale, il poeta del "male di vivere" e della "divina indifferenza", in un momento di profonda riflessione.
Foto 2. L'intimità della creazione: il manoscritto originale di "Ho sceso, dandoti il braccio", con le annotazioni autografe di Montale.
Foto 3 a.p. Le scale, metafora del "lungo viaggio" della vita e del "vuoto ad ogni gradino" dopo la perdita.
Foto 4. Le scale, metafora del "lungo viaggio" della vita e del "vuoto ad ogni gradino" dopo la perdita.)

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