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Viaggio in treno: il tempo sospeso di una vecchia e di una giovane 🚂

una donna matura ed una giovane sedute sul sedile di un treno vecchi tempi sorseggiano un'aranciata e parlano tra loro con un libro in mano, simile nel titolo
(Introduzione a Daniela Barone). Cosa diremmo a noi stessi se potessimo incontrarci in un vagone sospeso nel tempo? In questo racconto a due voci, una stazione di Genova avvolta dalla nebbia diventa il portale per un incontro impossibile. Tra scompartimenti anni '70 e libri dai titoli quasi identici, una donna matura e una giovane ragazza si specchiano l'una nell'altra. Un dialogo delicato che attraversa i decenni, dove i sogni di ieri diventano i ricordi di oggi e la vita, come un treno, corre veloce tra rimpianti e insperate rinascite.

(Daniela Barone). 

La viaggiatrice vecchia: un ritorno al passato

Stamattina soffia un rigido vento di mare. Rabbrividisco nel piumino pesante e mi affretto in stazione.  Il mio treno è in ritardo ma lo preferisco all’autobus, sempre molto affollato e lento a districarsi nel traffico di Genova. Finalmente sento il fischio che segnala il suo arrivo.
La visione delle vetture di un marrone inconsueto mi ha lasciato a bocca aperta: sembrano proprio i convogli degli anni ‘70 con alti scalini ardui da salire. Anche i vagoni non sono aperti ma suddivisi in scompartimenti chiusi.  Sono sbigottita: Siamo nel 2026 e mi domando perché stia circolando un mezzo così obsoleto.
Mi sono guardata intorno: sono sola. Dove è finita la gente che affollava le pensiline? È tutto molto bizzarro ma mi addentro negli stretti corridoi per trovare posto.
E come mai sono l’unica passeggera?  Ho timore a viaggiare da sola ma deve pur esserci qualcuno, accidenti. Faccio fatica a mettere a fuoco i convogli per via della foschia che è sopraggiunta improvvisamente ad avvolgere ogni cosa. Finalmente vedo una ragazza in uno scompartimento. Entro sollevata e abbozzo un sorriso. Lei sta leggendo un libro in inglese, ‘1984’. 
Ci salutiamo e mi accomodo di fronte a lei. A costo di sembrare troppo curiosa, non le tolgo gli occhi di dosso. Deve avvertire il mio sguardo ma non sembra infastidita. Avrà una ventina d’anni; ha lunghi capelli biondo scuri, occhi azzurri e labbra carnose. La sua pelle è liscia e rosea come la buccia di una pesca matura. 
Indossa pantaloni verdi scampanati e una maglietta beige aderente. Porta il rimmel per allungare le ciglia, un ombretto verde che non dà il giusto risalto ai suoi occhi chiari ma non ha nemmeno un filo di rossetto. È bella ma intuisco che non sa di esserlo. 

Sogni e coincidenze letterarie

Il suono di un campanellino annuncia l’arrivo del carrellino con bibite e spuntini. Entrambe prendiamo un’aranciata. Asciugo in fretta una lacrima di commozione sperando che lei non colga il mio turbamento. Immagino che coltivi tanti sogni: la sua esistenza è come un libro con poche pagine scritte e moltissime bianche. 
Tiro fuori dalla borsa "1Q84" di Murakami che ho appena iniziato ma non ho voglia di leggere. Lei dà un’occhiata incuriosita al tomo e osserva che non conosce questo autore. Scopriamo poi di avere molti gusti in comune: come me non ama le storie allegre e preferisce opere di un certo spessore. Anche al suo ragazzo piace leggere ma non condividono le stesse letture.
Mi racconta che escono insieme da diversi anni e si sposeranno presto. Senza pudore mi parla poi del suo disagio a vivere con una madre problematica.  Ben pochi sanno della sua malattia psichiatrica, nemmeno le sue amiche: non capirebbero. S’iscriverà alla facoltà di Lingue ma ancora non sa che lavoro farà: interprete, traduttrice, insegnante?
Vorrà sicuramente un figlio, anzi magari due o tre, perché non vuole che un figlio unico soffra di solitudine come è successo a lei.  Si affretta poi a raggiungere la porta più vicina e mi saluta sorridendo. Le chiedo il suo nome che ancora non mi ha detto: 
«Daniela», quasi grida mentre scende lesta dal treno.  

La viaggiatrice giovane: lo specchio del futuro

Nello scompartimento vuoto apro il libro ‘1984’. Sottolineo le parole inglesi di cui non conosco il significato; a casa le cercherò sul dizionario ma per ora mi godo la lettura e questo viaggio.
Appena il treno lascia la stazione una signora anziana si mette a sedere di fronte a me. Deve avere una settantina d’anni, indossa dei fuseaux neri e una giacca lunga verde. Ai piedi ha strani stivaletti bassi e porta una borsa piuttosto grande. Da giovane deve essere stata molto attraente: lo intuisco dai lineamenti regolari e dai grandi occhi azzurri. 
Ha un viso un po’ rugoso come le sue coetanee e non sfoggia neppure un filo di trucco. Porta un caschetto biondo scuro striato di mèches dorate. Mi sorride quasi con complicità. Tira fuori dal borsone un libro di un certo Murakami dal titolo ‘1Q84’. Che coincidenza! Le due opere hanno titoli simili ma appaiono diverse, non saprei spiegare come.
Anche io e la signora tanto più grande di me ci assomigliamo in qualche modo ma siamo anche profondamente differenti. Tutto sembra avvolto in una nebbiolina strana. Mi stropiccio gli occhi come quando mi sveglio da un sogno ma nulla cambia. 

Incontri preziosi e indecifrabili

All’arrivo del carrellino ordiniamo entrambe un’aranciata. Ha una voce giovane e mi sembra una persona empatica e innamorata della vita.  Una lacrima le scende improvvisa ma è pronta ad asciugarla col dorso della mano: pare commossa ma faccio finta di niente per non metterla in imbarazzo.
La signora racconta con orgoglio di avere tre figli grandi e tre bellissimi nipotini che vivono lontani. Ha amato immensamente il suo lavoro d’insegnante di inglese ma ora non ne sente la mancanza. Mi piacerebbe assomigliarle da vecchia, curata ma semplice, colta e curiosa della vita.  Sono ormai venti anni che non ha una relazione e francamente lo trovo strano. 
Mi confida di aver scelto la solitudine dopo un secondo matrimonio difficile; sono passati vent'anni, dice. Mi sembra un’eternità, quasi inconcepibile alla mia età, eppure nei suoi occhi non vedo vuoto, ma una strana pace. In quanto allo scrivere, beh, le rivelo che da piccola ho composto qualche poesia ma niente di più. La signora ha perso i suoi genitori molti anni fa.  
«E’ come aver perduto un braccio.» sussurra. 
Non so cosa si provi a perdere i genitori. I miei sono due quarantacinquenni giovanili. La loro morte, come del resto la mia, mi sembra un evento lontanissimo, quasi improbabile. Lei adora i suoi figlioli e ringrazia il Cielo di avere avuto una femmina. Si sa, fra donne ci si intende di più. 
L’incontro imprevedibile con la signora dai capelli dorati, timorosa degli acciacchi della vecchiaia ma ancora così vitale, mi ha rallegrato ma mi ha lasciato anche un certo turbamento. L’affinità con lei mi pare inspiegabile ma va bene così. Anzi, dico a me stessa che non ho proprio voglia di indagare. Ora non ho tempo, devo affrettarmi. Mentre scendo, le grido il mio nome: «Daniela!». Lei mi sorride in un modo che mi fa tremare il cuore, come se lo sapesse già.
Adesso che sono scesa benedico il treno, terra di nessuno, scenario ideale di incontri preziosi e indecifrabili.

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