(a.p). L'idea che l’autogoverno della magistratura sia un "privilegio di casta" è un equivoco ricorrente, figlio di una confusione di fondo tra la gestione del potere e la protezione della funzione.
In realtà, il fatto che i magistrati dispongano di un organo indipendente (il CSM) per gestire assunzioni, trasferimenti e provvedimenti disciplinari non è un omaggio alla categoria, ma una barriera di sicurezza posta a tutela di ogni singolo cittadino.
Non si tratta di "farsi giustizia da sé", ma di garantire che chi giudica sia impermeabile a ogni forma di pressione esterna.
La libertà dalla scure della carriera
Il primo e più concreto beneficio di questo sistema è l’eliminazione del "ricatto" sulle prospettive professionali del magistrato. Se un ministro o un governo avessero il potere di decidere chi promuovere, dove trasferire un giudice o come sanzionarlo, l’imparzialità diventerebbe un miraggio.
In un sistema privo di autogoverno, un magistrato che si trovasse a indagare su un esponente del potere politico correrebbe il rischio concreto di essere trasferito "per punizione" o di vedersi sbarrata la strada della carriera.
Grazie all'indipendenza gestita internamente, invece, il giudice sa che il suo percorso professionale risponde a criteri oggettivi e non al gradimento di chi governa. Questa certezza lo rende libero di applicare la legge a chiunque, senza il timore di ritorsioni silenziose ma letali.
L'imparzialità come garanzia di equità
Questa architettura istituzionale si traduce direttamente in una garanzia di equità per il cittadino comune. L’autogoverno assicura che il giudice chiamato a decidere su una causa non debba alcun "debito di gratitudine" verso il potere politico.
Se la politica controllasse le carriere, la giustizia diventerebbe prevedibile per i potenti e incerta per tutti gli altri.
L’autonomia del CSM garantisce invece che il processo resti un terreno neutro, un luogo dove il magistrato risponde esclusivamente alla legge e non alle direttive di un ufficio distaccato del governo. In questo senso, l'indipendenza del giudice è la precondizione necessaria perché ogni cittadino possa sentirsi realmente uguale davanti alla legge.
Distinguere la patologia dalla necessità
Sarebbe ingenuo negare che l’autogoverno abbia mostrato nel tempo derive critiche, come il "correntismo" o certe logiche spartitorie. Tuttavia, è fondamentale comprendere che queste sono patologie del sistema, non la sua essenza.
Affrontare queste deviazioni è un dovere civile, ma pensare di abolire l’autogoverno per consegnarlo nelle mani della politica sarebbe come tentare di curare un raffreddore con una ghigliottina: si eliminerebbe forse il problema delle correnti, ma al prezzo di uccidere l’indipendenza stessa dello Stato di diritto.
La sfida non è dunque smantellare l'autonomia, ma rigenerarla, affinché continui a svolgere la sua funzione vitale di presidio democratico.


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