(Introduzione a Maria Cristina Capitoni – Commento di a.p.). Prosegue il dialogo tra una terrorista che scrive dal carcere e sua madre che non vede da tempo. Dopo la lettera (immaginaria) della detenuta (Uccello in gabbia: la follia gelida di Daniela tra sangue e sbarre ⛓️, PL 28.4.26), tratta dalla serie “Donne maledette” di Vespina Fortuna, riportiamo qui la risposta che la nostra collaboratrice Maria Cristina Capitoni ha pensato potesse essere scritta dalla madre.
Emerge la trama di quel rapporto e di un’epoca, mai sopita e metabolizzata completamente. Il passato di sangue, le lacerazioni familiari, il dilemma delle coscienze. Il sangue innocente come prezzo delle scelte.
Segue, infine, il commento a.p. a questo scambio di corrispondenza.
(Maria Cristina Capitoni)
La verità del padre
Daniela cara, tuo padre non è morto di dolore né di vergogna come sostiene tuo fratello, tuo padre ha smesso semplicemente di esistere quella mattina che ti portarono via al grido "Aprite Polizia", restando attonito di giorno e piangendo in silenzio la notte per il resto dei suoi giorni.
Mi fa piacere che tu legga molto, lavori e che scriva anche un libro, sei fortunata, c'è chi non può più farlo.
L’Italia dei figli rimasti soli
Io questi anni, che non ci siamo più viste, li ho condivisi con le mogli di quei mariti che un bel giorno non son più tornati, ho conosciuto figli, senza padri, che son cresciuti senza far troppo rumore; questa Italia l'ho vista nascere e crescere prima, durante e dopo di te, dopo di voi e ti garantisco che il vostro contributo si esaurisce nei contenuti dei tanti articoli di cronaca nera che riempivano i quotidiani di quegli anni.
Non credere: non siete così scomodi, non più di quanto non lo siano gli assassini comuni, forse questi anni là dentro ti hanno fatto perdere il contatto con la realtà, quella vera, fatta di tante persone che la mattina si alzano presto per andare a lavoro.
Il sogno tradito e il pezzo di carta
Non ti crucciare, vedrai che tra non molto sarai fuori e potrai finalmente pubblicare il tuo libro.
La sera prima dell'arresto ti chiesi a che punto eri con gli esami, quando avremmo potuto festeggiare questa laurea, il nostro sogno che credevamo fosse anche il tuo, mi dicesti «mamma, ci sono cose più importanti di un pezzo di carta». Adesso io ti domando: cosa era più importante? Un libro sulle Brigate Rosse? Ti abbraccio forte. Mamma.
❇️
(a.p.).
Il buio della memoria e i conti con la storia
Gli anni passano dunque, ma non troppo. Rimangono le ferite, i ricordi. Tanto altro che riesce doloroso raccontare, far riemergere dal buio della memoria. E magari della coscienza. Per chi ne conservi delle tracce nella propria carne, o semplicemente nella mente di semplice cittadino.
Qualche notizia torna sempre a scuoterci per un momento. È scandaloso che anche i terroristi abbiano potuto beneficiare del reddito di cittadinanza? È giusto che mafiosi, o, ancora, terroristi, possano ottenere benefici penitenziari che rendano vano l’ergastolo inflitto tornando in circolazione senza aver reciso i legami col passato?
Il peso del sangue innocente
Dilemmi non confinati alle stagioni del passato, ad epoche lontane, o sconosciute; ci coinvolgono tutti nel profondo. Ci mostrano quanto possano essere radicalmente sbagliate certe scelte di vita, quando a prevalere è la lucida e consapevole follia. Ci costringono a fare i conti con il sangue innocente. Lo vediamo scorrere oggi, come in passato: un dramma che sembra parte così integrante e oscura della nostra storia.
Inquietudini e domande che attraversano le grandi vicende, e le singole storie personali. Dei carnefici e delle vittime, o meglio dei loro parenti e amici. Impossibile non sentirsi toccati. Coinvolti nel profondo. E non stare dalla parte dei giusti.
Il corpo a corpo del sangue
La corrispondenza tra Daniela e sua madre non è uno scambio di lettere, ma il corpo a corpo tra due mondi inconciliabili. Un dialogo solo immaginario, eppure così realistico, alterna su queste Pagine le voci di una terrorista in carcere che scrive alla madre a quella di quest’ultima, che qui prova a risponderle.
Il gelido proclama ideologico della figlia tratto dalla serie "Donne maledette" ci restituisce ora la voce di chi è rimasto fuori, a raccogliere le macerie.
In questo secondo atto, la risposta della madre trasforma la cella in un luogo di privilegio rubato, contrapponendo al "granito" dell'ideologia la carne viva di chi è cresciuto senza padri. Una riflessione cruda sul debito che la follia politica ha lasciato sulle spalle degli innocenti, dove il legame di sangue diventa l'ultima, dolente frontiera del rifiuto.

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