sabato 4 aprile 2020

L'Italia ai tempi del Covid-19

Abbiamo sempre dovuto affrontare pesanti problemi, rimasti insoluti purtroppo, ora siamo alle prese con il Covid-19. Attenzione al linguaggio: “guerra, battaglia, nemici” è uno stravolgimento della realtà; “andrà tutto bene”, retorico e consolatorio

di Bianca Mannu
(Introduzione di Angelo Perrone)

(ap) E’ davvero così? Non si parla d’altro che di una malattia? Grave senza dubbio, ma ogni epoca ha avuto le sue difficoltà, ha dovuto lottare contro qualcosa, e nel frattempo ogni stagione ha avuto i suoi problemi, che spesso, nel passaggio da una generazione all’altra, sono rimasti irrisolti.
Il nuovo è l’eterna ripetizione del già visto? Altri problemi, però non più gravi di quelli del passato, perché a ciascuno il suo. Si rischia, mettendo il nuovo al posto del vecchio, occupandoci di ciò che al momento ci coinvolge di più di dimenticare le cose di ieri, ovvero di mistificare la realtà? Come accettare una conclusione amara: tutto cambia, tutto rimane com’era.
Qualunque confronto, specie tra passato e presente, tra crisi di un tipo e di un altro, nasconde delle insidie. Il pericolo di semplificazioni. Non può esserci, per situazioni diverse, uno stesso metro di giudizio. Il nuovo non ci proietta in una dimensione alienante se siamo vigili. Se non lo vogliamo.
Certo è che la storia non si ripete uguale, e non è (crocianamente) priva di senso: le difficoltà della vita civile e sociale hanno attraversato ogni epoca, ma si sono presentate in forme diverse. E allora differenti devono essere anche le risposte.
Possiamo agire oggi, senza dimenticare nessuna delle cose rimaste incompiute, ma cercando di apprezzare gli spunti che il presente ci suggerisce. In questo caso, la lezione di tenacia, solidarietà, impegno civile, che stiamo manifestando nel contrasto al virus. Ce lo riconosciamo serenamente. Perché rinunciarci?

Che cosa c’è oggi in gioco di così imprescindibile e lampante? La vita. Solo la vita. Anche ieri. Si, anche ieri, ma in un modo che è parso staccato, come se avessimo creduto che, qualunque fosse la condizione personale, si potesse giocare a rimpiattino col caso, col destino finale, magari dando forfait al dunque. Ma non è affatto come io la sto raccontando, perché c’era chi giorno per giorno sentiva sul collo il fiato gelido dell’impatto possibile d’un evento in caduta dal cielo turbato della propria condizione di lavoro, di salute, di relazioni e protezioni sociali o della loro inaffidabilità e della condizione di impotenza che gliene sarebbe derivata.

Ma allora, in qualche modo, anche dopo aver messo quell’eventualità nel conto del suo dare, colui poteva fare a non pensarci, oppure considerarla in solitudine, oscillando tra la convinzione che quel pensiero fosse un fatto privato pressoché incomunicabile, da mettere vicino alle proprie disabilità (magari alle colpe, incapacità, fallimenti, debolezze e superficialità personali) come una sorta di giusta punizione a sorpresa, ma spinta in là in una eventualità remota dal pensiero basculante. Dopo tutto l’umano in esame poteva sfangarla per tempi lunghi e persino sfiorare la fiducia che in fondo il suo mondo circostante, se non migliorato per sorte, potesse rimanere tale e quale come se contemplasse il suo ritorno per interposta persona o per incolmabilità del suo vuoto postumo.

Che fa il covid19? D’improvviso acchiappa l’inferno e quasi senza tregua te lo porta nell’animo e dentro casa, o nel tugurio o nel buio dell’ipogeo metropolitano in cui ti rifugi, ti sbarra le vie di fuga, ti libera dalle uscite scoccianti per lavoro, da quelle per la ricerca se il lavoro non l’hai, ti chiude il bar, ti scippa i bicchierini con gli amici, ti leva la partita e i processi successivi, ti costringe a spupazzare i piccoli che sono più della madre che tuoi, ti chiude i rubinetti dei soldi, ti costringe a mendicare il denaro dai parenti o il cibo per il tuo unico pasto quotidiano, ti toglie i parenti in età – addio alle calende epifaniche! - e li porta morire come cani, a dieci, a cento, a mille! E tu stesso, in attesa del tuo turno, non sai dove ficcarti. E la vita così, da cretini - ma quanto durerà ?- manco vale più niente. Il mondo si disfa come cera calda.

Era appena ieri che si giocava a ping pong sulle piazze e in rete facendo il verso ai politici, ieri che si credeva che i mali arrivassero da fuori con gli stracci e la fame dei più poveri del mondo, che si era convinti di avere l’esclusiva della vera religione, di essere una bella famiglia del Nord, e ricchi anche, i Padani, quasi come i tedeschi del Sud. E dai, insegniamo ai beoti del Sud come si fabbrica l’orgoglio! Bum bum bum! Cento contagi, mille contagi, un paesino intero? Tre paesi, una provincia? Chiudi, chiudi, chiudiii! … Eh, eh eh, starai mica esagerando? Ops! Mamma mia! Ma, sì, chiudi tutto, ma proprio tutto!

In tale clima si torna a fare un uso deprecabile di abusati linguaggi. Le parole, non sono solo emissioni volatili, sono talvolta strumenti di presa intelligibile oppure di stravolgimenti e di veri e propri mancamenti oggettuali, perché sono atteggiamenti e comportamenti sociali che viaggiano e si riproducono a velocità telematiche con beneficio o maleficio conoscitivo e pratico. Sconquassi.

Intanto io metterei sul banco degli imputati la nozione di “guerra contro il virus” nella connotazione specifica del clima di contagio, di difesa sanitaria, di attività terapeutiche ed esiti, ma anche la nozione di guerra e basta. “Guerra” presuppone l’aggressione intenzionale, coperta o dichiarata, con armi proprie e improprie, di gruppi umani fra loro, con lo scopo di giocarsi il primato assicurarsi, in virtù della vittoria supremazia e controllo sui vinti.

L’uso di questa parola è di per se sintomo di spirito aggressivo; è depistante perché è frettolosa e poco analitica, induce a credere indebitamente che lo spirito aggressivo sia l’elemento decisivo e facilitante delle soluzioni, mentre è noto che le soluzioni si danno indipendentemente dall’immediatezza delle situazioni e solo quando la capacità analitica, concettuale e operativa raggiunge il cuore specifico del problema.

Le vie urgenti e indirette disponibili nelle situazioni attualmente incombenti si debbono servire di protocolli sperimentali pregressi, che è ciò che si sta facendo con gli strumenti disponibili, nella scontata incertezza degli esiti, ma puntando sui comportamenti più prossimi alla minima possibilità di contagio. Intanto, però, comincia a emergere lo stato dell’arte: il dimagrimento idiota perpetrato a suo tempo ai danni della sanità pubblica. Le scelte immediatamente lucrose.

- Aiuto, aiuto, governo incapace! Mancano i presidi sanitari essenziali! I letti possiamo inventarli; anche gli ospedali ! Ma occorre tempo. Bisogna fare più in fretta!- gridano in diversi caduti dal cielo dell’innocenza volpina. Non possiamo inventarci i medici sui due piedi, né gli infermieri con uno schiocco delle dita – brontolo io. - Facciamo come nel ’18: in prima linea vanno quelli che abbiamo, come li abbiamo.- suggerisce un innamorato dell’atmosfera bellica.

S’interrogano come i santi luminari. I luminari che nessuno sapeva più dove stessero di casa; santi d’una Ricerca ridotta all’elemosina o a farsi gli affari suoi, perché noi italiani eravamo così belli sani e ignoranti da poterne fare a meno!  E intanto che tutta questa frenesia sale e scende sull’otto volante, la gente comincia a disperare. - Inventiamoci anche un Welfare locale, poiché abbiamo mandato scientemente a monte quello nazionale, - dice più d’una voce sindacale. Ed ecco che prende piede anche un'altra tattica, quella linguistico-espressiva delle genti che non hanno a propria disposizione che le pratiche divinatorie e gli scongiuri, anche perché nel frattempo la popolazione s’è creduta ricca e s’è fatta venire l’uzzolo della moda, del Made in Italy, del “beautiful mind” che non è l’opera del matematico ed economista John Forbes Nash.

Come niente riaffiora il baluardo dei popoli alle guerre: la pelle. Nelle guerre la pelle dei soliti predestinati o se la lavora “il nemico” o il “fuoco amico” con aggiunta d’infamia. Dunque meno male che in questa “guerra” ci vanno di mezzo subito i segnati (qualcuno questo pensa in segreto!) e a combatterla, semiarmati, vanno gli “eroi”, quelli che più semplicemente vorrebbero essere dei seri e preparati professionisti, protetti come il nerbo più prezioso della sanità, uniti saldamente con le altre imprescindibili figure di una medicina scientificamente fondata e incardinata nel territorio, riconosciuta e rispettata dai cittadini. Adesso son bravi a lavorare come bruti in mezzo alla carneficina.

Mezzi di interessata diffusione del coro apotropaico sono la rete dei social, le tv, le radio, i pochi giornali letti e commentati dagli specialisti. I messaggi più diffusi sembrano inventati lì sui due piedi da bambini con la nostalgia della scuola. Invece è noto che tutto quello sfarfallio colorato e canterino è il frutto dell’infernale macchina pubblicitaria, la quale t’inocula tutto ciò che torna buono a procurare la goduria onirica delle menti con effetti corali amplificanti e forse ricadute temporaneamente efficaci nel tranquillare le ansie di massa.

Retorico, rincuorante, consolatorio, del tipo “andrà tutto bene”, ogni messaggio compare corredato dei colori e delle forme più conformi all’arcobaleno della felicità. Come non bastasse, avendo dimenticato che le guerre patrie e coloniali (a patrio profitto) non erano molto amate dalle genti italiche, abbiamo rispolverato il patriottismo applicandolo all’obbligata solerzia degli eterni volontari, all’encomiabile disponibilità del personale sanitario e all’inventiva soccorritrice del momento.

Chiaramente le espressioni sopra menzionate, pur auspicando la salvezza totale del gruppo sociale (facendo stridore, peraltro, con le notizie ferali altrettanto gridate, commentate, ripetute e coniugate con rari segnali di bonacce), sono in sé limitative nel concetto profondo e ampio (ma non globale) di pericolo e consentono come “non detto” una quota indefinita di perdite sopportabili, tali da non includere, però, nel senso emotivo e non logico, la “rovina fisica e morale” del gruppo . La possibilità di esito letale esteso attraversa tuttavia lo stesso profondo foro emozionale della popolazione interessata , come spettro di deprecabile e inaccettabile sterminio, non del tutto ricusabile, proprio perché esso viene (cum judicio e periodicità!) squadernato per gli indisciplinati e i riottosi delle regole anticontagio, le sole con qualche vera possibilità di salvezza (parziale).

Tali regole, introdotte, consolidate ed estese oltre i margini iniziali necessitati, possono diventare secondo alcuni il veicolo di un autoritarismo politico pesante e meno perspicuo, perché mascherato da sollecitudine terapeutica e protezione sociale. Ogni schieramento lo paventa dall’altro. Ma se si indaga oltre questa sottile pellicola del detto, desiderato, scongiurato, temuto, si avverte nel mondo vivente un rumore di fondo molto inquietante.

Cioè quel contradditorio sobbollimento, indicatore di conflitti sociali stratificati e complessi di ampiezza mondiale, che il virus non ha per sua virtù creato, ma solo fatto emergere, quasi cartina di tornasole dell’insostenibilità vitale della logica di potere fin qui utilizzata su scala mondiale dalle élites economico-finanziarie e politiche che decidono “i giochi” (nel senso di J. F. Nash), sulla base della ragione vincente o mediata tra gli attori logici, scremati nel gioco dei meccanismi economico-finanziari e socio-ideologici di cui mantengono le chiavi. Queste sono in ultima istanza risorse naturali e umane destituite di vero potere decisionale e contrattuale. Questo è il vero busillis sotteso al Covid-19. Questo il tema del cesarismo: De bello civili.

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