(a.p.) ▪️ C’è una forma di bellezza che non ha bisogno di ornamenti: è la bellezza della responsabilità. In una recente intervista rilasciata a Vogue, Laura Mattarella ha restituito al Paese un’immagine di rara levatura, parlando del suo ruolo accanto al Presidente della Repubblica non come di un privilegio da esibire, ma come di "un onore e un dovere".
In un’epoca dominata dal narcisismo digitale e da una politica che sembra una gara a chi urla più forte, le sue parole risuonano come un’anomalia luminosa. Raccontano la scelta di una professionista e di una madre che ha saputo mettere in pausa il proprio "io" per servire il "noi", adempiendo a quel dovere di cittadina che la vita, in una situazione eccezionale, le ha chiamato a svolgere.
L'umiltà come forza politica
C’è un passaggio dell’intervista che colpisce per la sua disarmante sincerità: "Mia madre l'avrebbe fatto meglio".
Questa non è semplice modestia. È la levatura morale di chi riconosce il valore di chi l'ha preceduta e abita il proprio incarico con il timore reverenziale di chi sa quanto pesi la storia. È la negazione del dileggio, è l'esatto opposto della pretesa di chi oggi vorrebbe riformare lo Stato con la scure, ignorandone la sacralità e gli equilibri.
La sobrietà come trincea
Questa testimonianza arriva in un momento cruciale per la nostra democrazia. Oggi le istituzioni sono sotto attacco costante: la Magistratura viene descritta come un ostacolo al potere, gli organi indipendenti come la Corte dei Conti vengono guardati con insofferenza, quasi fossero "intralci".
Mentre assistiamo a riforme che rischiano di scardinare l'assetto costituzionale — dalla magistratura, prossima la voto, al premierato, all'autonomia differenziata — l’esempio di Laura Mattarella ci ricorda che le istituzioni non sono involucri vuoti da occupare. Sono il presidio della nostra convivenza civile. Rispettarle, nella forma e nella sostanza, significa rispettare noi stessi.
✒️ Un filo rosso tra dignità e memoria
L’esempio di Laura Mattarella non è un episodio isolato, ma un richiamo a quel DNA civile che ancora resiste nel nostro Paese. È lo stesso spirito che ha animato le vite di chi ha servito lo Stato fino al sacrificio estremo: figure come Antonino Caponnetto, di cui abbiamo ripercorso la storia proprio nei giorni scorsi in “Caponnetto, il nonno del pool”, o come Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, le cui testimonianze torneremo a onorare su queste pagine rispettivamente il 3 e il 4 gennaio.
Tutto sta insieme. Il coraggio di chi sfida le mafie e la sobrietà di chi serve lo Stato con discrezione sono le due facce della stessa medaglia: la difesa di una democrazia che non può ridursi a una mera conta dei voti o a una prova di forza.
In un momento in cui il confronto pubblico appare svuotato e la partecipazione sembra quasi soffocata — come analizzato in “Democrazia non è solo votare: se il silenzio della riforma soffoca il diritto al dissenso” — la lezione di questa "figlia delle istituzioni" ci indica l'unica strada possibile.
Non permettiamo che il rumore del dileggio e la pretesa delle riforme azzardate oscurino la nobiltà del dovere. Perché una democrazia senza esempi e senza memoria è una casa senza fondamenta, destinata a non reggere l’urto dei tempi difficili che stiamo vivendo.
Foto: Repubblica

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