(Introduzione a Marina Zinzani). Il silenzio non è mai assenza di suono, ma una forma densa di linguaggio. Marina Zinzani ci conduce in un viaggio tra le pieghe di questa dimensione così sfuggente: dal silenzio sospeso delle sale d’attesa, carico di fragilità e attesa, a quello oscuro dei rimpianti e delle 'cose perdute'.
Ma il silenzio ha due volti: può essere l’arma di chi si chiude al dialogo, o la 'fiammella' che illumina i nostri vicoli interiori più oscuri. Attraverso una scrittura che si fa immagine, l'autrice riflette sulla sottile linea che separa l'isolamento dalla pienezza, ricordandoci che la parola è come l'arte del kintsugi: capace di riparare le ferite e renderle preziose, purché si trovi il coraggio di rompere il silenzio benefico solo per fare spazio alla sintonia con l'altro.
(Marina Zinzani) ▪️
L’attesa e la precarietà del vivere
Il silenzio nelle sale d’attesa. Sensazione di precarietà, tutto può cambiare in un attimo. Persone che guardano i cellulari per rendere meno difficile l’attesa, gli sguardi che si incrociano, storie di vita, di problemi, di malattie diventate compagne di percorso. Ogni tanto si alza lo sguardo alla finestra, la giornata là fuori è una rappresentazione vitale, qualcosa a cui si tornerà fra poco a partecipare, una volta che il medico avrà detto che tutto va bene.
Il mondo interiore e la luce della bellezza
Il silenzio che accompagna quella sottile ansia del vivere, quell’equilibrio mai raggiunto, quella precarietà con cui si convive. Il silenzio di chi si sente trasparente, ai margini, incompreso. Probabilmente sbagliato e non certo vincente. Un mondo interiore taciuto, per non apparire fuori moda o ridicoli. Ma quel silenzio che si porta dentro permette anche di apprezzare quella infinita bellezza che a volte avvolge, in cui basta poco per sentirsi di nuovo vivi, pronti a fare cose, ad amare cose, ad amare i nostri giorni.
La fiammella nei vicoli oscuri
E così pure, il silenzio compagno di vita diventa un essere senza nome che con una candela ci porta in vicoli oscuri, illuminando con una fiammella anfratti, angoli, stanze misteriose. Incontro con sé stessi e con il nostro passato, luci ed ombre, aspirazioni, sogni.
Il silenzio delle cose perdute
Quelle su cui non si può tornare indietro, grande capitolo i sensi di colpa, la legge crudele che il tempismo risolve molte cose, e quelle cose fatte in ritardo o mai fatte portano con sé il senso dell’impotenza e dell’amarezza, anche della malinconia, perché tutto si è trasformato in negativo, senza rimedio.
La parola come riparazione: Kintsugi dell'anima
Il silenzio di chi non vuole o riesce ad usare la parola. La parola è esplorazione, coraggio, manifestazione di sé, una mano che si offre per cercare di capire l’altro, è il mettersi in gioco mostrando i nostri lati più fragili, è l’apertura al confronto, compreso come necessario. La parola è una strada in cui i fili attorcigliati si dipanano, in cui una microfrattura si risolve, come in un meraviglioso kintsugi, una ciotola di porcellana riparata con i fili d’oro, diventata preziosa con la sua imperfezione. Chi usa il silenzio come arma al posto del dialogo avvolge gli altri nella sua oscurità.
Sentirsi a casa
Il silenzio al posto della parola, quando si sta bene con una persona. Il silenzio come espressione di sé, e la persona accanto rispetta questo silenzio, lo comprende, lo vive in sintonia. L’anima si placa guardando un paesaggio, un tramonto, o leggendo un libro, con l’altro accanto. La sensazione di essere a casa, dopo tante peripezie, si svela in un silenzio benefico, in cui i pensieri fluttuano nell’aria, leggeri.
(Quadro: Stanze sul mare di Edward Hopper)

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