(a.p. – Introduzione). Cesare Terranova non è stato solo un martire della lotta alla mafia; è stato il "metodo" fatto uomo. In un’epoca in cui la criminalità organizzata era un’entità sfuggente e spesso negata, Terranova (1921-1979) ne decifrò i codici grazie a una prospettiva unica: quella di un magistrato che aveva abitato ogni angolo del processo. Riscoprire oggi la sua figura non è solo un atto di memoria, ma un monito necessario: la sua capacità di indagine nacque dall'unità della sua cultura giuridica, la stessa che oggi si vorrebbe frammentare con la separazione delle carriere.
Il profilo e il percorso: la competenza come integrazione
Cesare Terranova incarna l'essenza del magistrato "completo". La sua carriera è un mosaico di esperienze che si alimentano a vicenda: è stato Pretore a Messina, Giudice Istruttore a Palermo e poi Procuratore a Marsala. Questa versatilità non fu un semplice dato anagrafico, ma la chiave di volta del suo successo investigativo. Solo chi ha dovuto scrivere una sentenza (giudice) sa cosa serva davvero in una fase di indagine (PM) affinché le prove reggano l'urto del dibattimento. Terranova non era un "accusatore di mestiere", ma un giurista integrale.
La visione strategica: capire la mafia prima degli altri
Fu il primo a intuire la struttura unitaria di Cosa Nostra e l'ascesa dei Corleonesi di Liggio. La sua forza risiedeva nella capacità di leggere i fenomeni criminali con una visione "totale", non divisa in compartimenti stagni. Mentre molti si perdevano nei singoli reati, lui univa i puntini, trasformando intuizioni investigative in solidi impianti processuali. La sua cultura non era quella di una parte contro l'altra, ma quella della legge applicata con la profondità di chi conosce perfettamente le regole del gioco da entrambi i lati del tavolo.
"La mafia non è una questione di ordine pubblico, ma un sistema di potere che si combatte solo con la padronanza assoluta degli strumenti del diritto." — Cesare Terranova, riflessioni sulle Commissioni Antimafia.
L'unità della giurisdizione come baluardo
L’esperienza di Terranova è la prova storica di quanto sia pericoloso il progetto di scissione della magistratura. Se Terranova fosse stato confinato in un ruolo di solo "pubblico ministero", isolato culturalmente dal mondo del giudicante, avrebbe perso quella sensibilità che gli permise di istruire i primi veri processi alla mafia. La riforma che oggi punta alla separazione delle carriere ignora questa lezione: un magistrato che non ha "l’abito mentale" del giudice finisce per diventare un poliziotto d'élite, smarrendo quella cultura del dubbio e dell'imparzialità che solo l'unità della giurisdizione garantisce.
Eredità e monito: il NO alla separazione e al referendum
Oggi si parla di separare le carriere come se fosse una garanzia di efficienza. La storia di Terranova ci dice l'esatto opposto. Creare due binari morti significa amputare alla magistratura quella risorsa di competenze integrate che permise a giganti come lui e Falcone di sconfiggere l'invincibilità dei clan. Difendere l’unità della giurisdizione significa difendere il diritto del cittadino a essere giudicato (o indagato) da un magistrato che possiede una visione d'insieme, capace di valutare le prove con il rigore del giudice anche quando indossa la toga del PM.
Il senso di una lotta attuale
Onorare Cesare Terranova oggi significa schierarsi contro ogni deriva che miri a subordinare la magistratura alla politica o a trasformarla in un corpo burocratico specializzato nell'accusa. La sua vita ci insegna che la sicurezza e la giustizia non si ottengono dividendo, ma integrando. Separare le carriere non è una modernizzazione, è un passo indietro di decenni rispetto alla lungimiranza di chi la mafia l'ha combattuta e vinta sul campo.
🖋️ Postilla: L’unità come difesa della libertà
Cesare Terranova ci ha lasciato il testimone di una giustizia che è presidio di libertà perché fondata sulla conoscenza, non sulla parzialità. La sua figura è il simbolo di un magistrato europeo che non si lascia chiudere in un recinto, ma che osserva la società con la lente di una giurisdizione unica e indivisibile.
Nella sezione del Viaggio nella Giustizia dedicata a "L'anima della legge: Storie e volti", continuiamo a esplorare i sentieri di chi ha fatto del diritto una ragione di vita.
Francesca Morvillo ci insegna che l'unità della giurisdizione è il presidio della persona contro l'astrazione del potere.

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