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La perfetta imperfezione: oltre il diktat della bellezza estetica 🌺

fiori ricoperti di rugiada che sembrano perle

(Introduzione a Laura Maria Di Forti). In un mondo dominato da filtri digitali e standard estetici sempre più rigidi, l’imperfezione viene spesso vissuta come un difetto da correggere anziché come un tratto di unicità. Il testo di Laura Maria Di Forti che segue ci invita a invertire la rotta: un viaggio colto e sensibile tra storia e attualità per riscoprire che la vera bellezza non è una formula geometrica, ma il riflesso di un’anima vitale. (Segue a.p. - POSTILLA)

(Laura Maria Di Forti) ▪️

Le radici del bello: tra divinità e salute

Da sempre la ricerca della bellezza, della perfezione delle forme e dei colori ha appassionato l’animo umano, attratto per natura verso tutto ciò che è piacevole a vedersi.
Gli antichi egizi credevano che attraverso la bellezza si potesse entrare in contatto con la divinità e i greci erano convinti che il bello fosse anche buono (καλὸς καὶ ἀγαθός), intendendo per buono chi è valoroso, in guerra come nella vita, o pieno di virtù. 
Anche il cristianesimo ha adottato questa equazione dei due termini, asserendo che la bontà dell’animo si rispecchia nell’aspetto fisico che diviene, per effetto di osmosi, più piacevole. 
I latini coltivavano l’attività fisica perché sapevano bene che anche lo spirito ne avrebbe avuto il suo beneficio, migliorando l’umore e la concentrazione (mens sana in corpore sano). 

Lo specchio e l'artificio attraverso i secoli

Il trucco, sin dall’antichità più remota, è stato utilizzato come stratagemma per apparire migliori, dare enfasi agli occhi e alla bocca ma anche camuffare i difetti del volto e, in Oriente, la cosmesi impiegava creme a base di frutta, come avocado e melone, o di riso, quest’ultimo utilizzato dalle geishe perché donava un aspetto bianco latte alla pelle, ritenuto vero indice di bellezza.
Lo specchio, dapprima di metallo lucido e soltanto a partire dal XVI secolo in vetro grazie ai maestri vetrai che usavano una mistura di mercurio e stagno per la verniciatura posteriore, era lo strumento con cui misurare il proprio aspetto, anche se nel Medioevo cadde in disgrazia perché la bellezza venne vista come arma del diavolo e, pertanto, l’umiltà delle forme fu ritenuta prioritaria.
Ma è nel periodo rinascimentale che la bellezza diventa oggetto di studio e, riprendendo i canoni estetici degli antichi greci, si ricercano forme molto lineari e semplici. Le donne devono apparire virtuose e colme di modestia, ma si sente forte la necessità di esplorare la grazia e la piacevolezza in ogni aspetto della natura ed è così che la pittura e la scultura danno vita a capolavori dove la perfezione delle forme e dei colori appaga totalmente il bisogno di bellezza, intesa come suprema completezza.
La prospettiva ritrovata, la sapienza nel riprodurre le forme del corpo umano grazie anche ai fruttuosi studi anatomici, la sperimentazione nell’uso dei colori e la necessità di raffigurare soggetti sacri, in particolare la Vergine, la Madre di Dio e quindi la donna priva di difetti, porta gli artisti a produrre opere dove la bellezza viene esaltata e diviene la protagonista assoluta. Anche i paesaggi risentono di questa nuova concezione e, spesso, presentano angoli di incanto assoluto.
Nel 1700 bello è sinonimo di opulento, ridondante, fastoso: capigliature, abiti, arredi e perfino giardini rispecchiano questa nuova concezione. D’altronde, la classe imperante è la nobiltà che, poco dopo, viene soppiantata dalla borghesia operosa. Il secolo successivo, pertanto, vede una moda più severa e il concetto di bellezza è più castigato.

Il diktat contemporaneo e il mito della giovinezza

E oggi? Oggi la bellezza è un imperativo martellante, un diktat che influenza la nostra vita e ci porta spesso a ricorrere alla chirurgia estetica. Insomma, si affrontano interventi pur di apparire belli, in forma e, soprattutto, giovani, perché, al di là di ogni ragionevole dubbio, la bellezza è legata imprescindibilmente alla giovinezza.
Il tempo, inesorabile, perfido e senza riguardo per nessuno, tutto trascina con sé e lascia il segno del suo passaggio. Si formano rughe dove prima c’era una pelle liscia e turgida ma, in questa era di superuomini e superdonne, questo decadimento è una vera tragedia. E allora diventa categorico ritardare l’invecchiamento o, quantomeno, ridurne i lati negativi spianando rughe, tirando pelli cascanti e rimodellando volti e corpi che non si inquadrano nei canoni estetici ultima moda.
Il ricorso alla chirurgia è la risposta agli incubi odierni e l’unica alternativa alla morte sociale è annaspare tra le innumerevoli e sempre costose tecniche di bellezza e ringiovanimento. La lista dei trucchi chirurgici per fermare il tempo o per dare un naso alla francese a chi dalla natura ne ha avuto uno aquilino, beh, è veramente lunga e, una volta iniziato il giro di valzer, non si vorrebbe finire mai. C’è sempre un ritocchino da rifare, un particolare da rimettere a posto, un lifting da riprogrammare perché, lo sappiamo, la vanità è infinita e non ci si accontenta mai.
In questa nostra società governata dalla pubblicità che presenta sempre e solo donne giovani, magre, alte e bellissime, uomini dal corpo scultoreo, di successo e dal sorriso perfetto, non c’è posto per delle persone normali, un po’ sovrappeso magari, donne con le borse sotto gli occhi e uomini con la pancetta. Eppure queste persone sono gente operosa, hanno famiglie che li aspettano a casa, bambini da amare e amici a cui voler bene. E la bellezza, allora? 

La virtù come vera essenza della bellezza

La vera bellezza è altro, probabilmente. Qualcosa di meno architetturale, di meno schematico, senza formule e senza misurazioni. Qualcosa che la fotografia non possa immortalare e foto shop non debba modificare. Ma cosa, allora?
Io credo che sia la virtù. Quale? vi chiederete. Ma qualsiasi virtù: la dolcezza, innanzitutto, che tutto ottiene, la pazienza che tutto perdona, poi l’umiltà che è apprezzata, quindi il buonumore che dona il sorriso e la speranza, la buona educazione che lascia i cuori contenti, e la carità che conquista ogni cuore. Una persona con almeno qualcuna di queste virtù è un vero tesoro da amare, rispettare e tenere in gran conto. 
E poi c’è la cultura, che veste di una particolare luce la persona curiosa di sapere, di conoscere e spaziare con la mente, la rende interessante e piacevole a sentirsi purché, chiaramente, non ceda all’arroganza.

Il fascino: l'irresistibile magia del movimento

E infine c’è il fascino, quel non so che di indefinito che rende la persona semplicemente irresistibile. Donne e uomini non belli anche, magari perfino sgraziati che, come per un colpo di bacchetta magica, un sortilegio o l’elisir di un potente mago, divengono attraenti, si ricoprono di grazia, attirano le folle, attraggono come calamite. 
Eccola, allora, la perfezione della donna ormai in là con gli anni che ancora seduce col suo sorriso, l’uomo brutto che ammalia con il suo sguardo, donne e uomini che attirano per la grazia del movimento, la voce vellutata e, soprattutto, l’intelligenza delle loro menti. 
Certa gente, se fosse esteticamente perfetta, non sarebbe affascinante. Certa gente, probabilmente, se fosse bellissima, sarebbe meno interessante perché la bellezza è statica, laddove il fascino è in movimento, si trasforma, si ricrea, si rinnova.  La bellezza voluta, ostentata, ricercata ad ogni costo, la bellezza finta, sintetica, quella che si propone ricomponendo i contorni del viso, gonfiando labbra e riducendo profili, è un surrogato di bellezza ma, soprattutto, è indice di una visione narcisistica e limitata della vita. Sono altre le cose importanti.

Il sorriso del cuore

La vera bellezza è l’imperfezione che si trasforma in perfezione per la magia di uno sguardo, di una parola sussurrata, la voce profonda, l’audacia di un gesto spontaneo e la potenza della mente. È molto più seducente una persona normale che ha molto da dire, da partecipare e da condividere, piuttosto di un essere perfetto e senza difetti se non quello di essere un narcisista cronico.
E poi, parliamoci chiaro, il sorriso più bello è quello che viene dal cuore e illumina gli occhi e non certamente quello che mostra solo dei denti bianchissimi e perfetti.
E allora, occupiamoci di più della bellezza del nostro cuore, dell’anima e della nostra mente, prima e più che del nostro corpo e del nostro volto, e auguriamoci di incontrare uomini e donne perfetti nella loro imperfezione, purché siano pieni di quelle virtù che li rendono leggeri come piume, interessanti come un libro, romantici come una melodia.

✒️ (a.p. – POSTILLA) ▪️

La resistenza civile dell'imperfezione

Viviamo l'era della "standardizzazione del volto", dove algoritmi e filtri social spingono verso lineamenti seriali e piallano ogni ruga d'espressione. In questo scenario, la riflessione di Laura Maria Di Forti assume un valore di vera resistenza civile. Rivendicare la propria storia scritta sul volto significa opporsi a una "perfezione sintetica" priva di anima. La sfida di oggi non è apparire impeccabili, ma restare umani: saper invecchiare con grazia e lasciare che sia la luce della cultura e della gentilezza a definirci, oltre ogni pixel.

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