(Introduzione a “Professionista invisibile”). Il dibattito sulla giustizia si arena spesso su grandi riforme sistemiche, dimenticando i "bulloni" che tengono insieme la macchina quotidiana dei tribunali. Anni fa, la scelta di tagliare i servizi di stenotipia professionale in favore di soluzioni precarie e meno qualificate aprì una ferita ancora aperta. A margine di quel dibattito, un lettore ci inviò questa riflessione. Non parla di codici o udienze, ma della medesima deriva: quella di un mondo dove l'esperienza di dieci anni viene barattata con la "flessibilità" di un algoritmo. Pubblichiamo questa storia a firma di "Un Professionista Invisibile", per dare voce a chi, dietro un monitor o un verbale, si rifiuta di diventare un semplice ingranaggio sostituibile.
(Un Professionista Invisibile).
L'illusione del profitto e il "resto" dimenticato
Vi racconto la mia storia. Ogni tanto mi chiedo cosa giri nella testa dei direttori delle grandi aziende multinazionali, soldi a parte. Il mondo del lavoro ormai gira solo intorno al concetto “dobbiamo fare più soldi”, ignorando deliberatamente tutto il resto.
E cos’è questo “resto”?
È la stabilità psicofisica del lavoratore, compresa una piccola dose di felicità (basta poco, anche solo un grazie quando una cosa è stata fatta bene) durante il lavoro. È la tranquillità di non dover rischiare di perdere il posto ogni tre mesi, perché “bisogna essere flessibili” (la flessibilità è un concetto ampio, non solo quello di chinarsi verso il basso).
È il pensiero che il lavoratore è il mezzo con il quale il proprietario diventa ricco, senza il quale anche lui dovrebbe fare un lavoro flessibile e senza certezze. È la professionalità che in una persona dovrebbe essere esaltata e non demonizzata o ignorata; un lavoratore che sa fare bene il proprio mestiere rende molto di più di una persona che ogni 3 mesi cambia completamente mansione.
Dieci anni di carriera in un "call center"
In questo resto mi ci sono trovato in mezzo.
Lavoro in una azienda multinazionale nel settore ICT, gestisco tutta l’infrastruttura della sede italiana con alcuni colleghi e vanto più di 10 anni di lavoro nel settore (non è per tirarmela, ma per far capire il livello a cui sono arrivato). Lunedì è arrivato dalle “stanze alte” il nuovo capo del mio capo che ci ha presentato la nuova struttura organizzativa dell’Ente ICT all’interno del gruppo e della nostra sede italiana. Molte parole e molti sorrisi, questo è il succo:
Voi farete parte del supporto utenti, avrete tutti la stessa formazione e sarete in grado di intervenire anche su utenti di altre sedi del mondo.
Che posso dire a questo punto? Grazie per avermi tagliato le gambe, per aver fermato la mia crescita professionale e per avermi trasformato nel tuo call center aziendale interno, a sentire utenti che si lamentano per cavi di rete staccati o perché Gmail non ha la ricevuta di ritorno. Prendo i 10 anni di attività informatica (rete, server, infrastruttura) e li butto nel cesso. Potevi dirmi che non servo più e assumevi un 18enne appena uscito dalle superiori con 3 neuroni funzionanti ed un account su FB.
La dignità oltre la "flessibilità"
Quando ho cercato di capire meglio cosa non avrei più fatto, al vedere la mia faccia dopo avermi detto che non ci saranno più server per me, mi è stato detto “non vogliamo farti fuori, a noi tu servi per far funzionare l’azienda”. Sì, davvero. Ci credo e ne sono assolutamente convinto. L’azienda la farai funzionare, mentre io crescerò professionalmente andando a lavorare da un’altra parte. Da settembre.
✒️ Postilla
Abbiamo scelto di mantenere l'anonimato originale del commentatore utilizzando lo pseudonimo "Un Professionista Invisibile". Questa scelta non è dettata da intenti di "fiction", ma dalla volontà di rispettare la privacy dell'autore originale, rendendo al contempo la sua storia il simbolo di una condizione collettiva che accomuna tecnici, stenotipisti e professionisti di ogni settore.

Chiunque tu sia, grazie.
RispondiEliminaStiamo provando sulla nostra pelle ciò che purtroppo anche tu hai vissuto in prima persona.