(Introduzione ad a.p.). L’intelligenza artificiale in tribunale non è solo una sfida tecnologica, ma il sintomo di una pericolosa stanchezza democratica. Dietro il mito della "giustizia pronta all'uso" si cela la rinuncia al giudizio umano e la rimozione del concetto di Legge come limite invalicabile. Un’analisi critica su come la tecnocrazia stia tracimando nelle riforme moderne, trasformando il diritto in un algoritmo al servizio del potere.
(a.p.)
Il miraggio della Giustizia digitale
Negli ultimi anni l’idea che l’intelligenza artificiale possa contribuire in modo decisivo all’amministrazione della giustizia ha progressivamente abbandonato l’ambito della fantascienza per entrare nel discorso pubblico. Non parliamo più di scenari futuribili, ma di una realtà che si estende a macchia d'olio: sistemi di AI sono già utilizzati per il calcolo del rischio di recidiva, per l’allocazione delle risorse giudiziarie e per il supporto alle decisioni amministrative.
Con l’avvento dei Large Language Models (LLM), questa ambizione si è ulteriormente ampliata. Siamo andati oltre l’automazione procedurale per puntare al cuore del sistema: l’interpretazione del diritto. Avvocati e magistrati sperimentano strumenti come ChatGPT per sintetizzare orientamenti o verificare la coerenza di un’argomentazione.
Il linguaggio fluido di queste macchine alimenta l’illusione collettiva di una “giustizia computazionale” già pronta per l’uso; l’illusione suggerisce che la macchina "capisca" le norme, quando in realtà ne sta solo calcolando la probabilità statistica di apparizione testuale.
Dall’efficienza tecnica al vuoto di senso
Il paradosso è servito: l'idea di un'efficienza burocratica spinta al limite potrebbe culminare nella suggestione di sostituire il ministro, il custode dei sigilli, con un algoritmo. Ma i recenti studi tecnici, come quelli riportati da Cybersecurity360*, sono spietati: i modelli di linguaggio falliscono sistematicamente proprio nel compito più delicato, ovvero attribuire significato alle norme in modo coerente e condivisibile.
Il rischio non è solo l’errore tecnico, ma la “smobilitazione” del pensiero giuridico. Se guardiamo all’IA come al nuovo Guardasigilli, non stiamo solo cercando di smaltire l’arretrato; stiamo delegando la custodia dei nostri valori a un calcolo probabilistico, riducendo la Giustizia a una mera questione di "efficienza dei flussi".
Lo scacco all’umanità: la rinuncia al giudicare
Emerge qui un sospetto molto più cupo: che l'algoritmo sia la punta dell'iceberg di uno "scacco all'umanità". Giorgio Gaber, già nel 1972 (si pensi a brani come L'impotenza), intravedeva i segnali di una massificazione in cui l’uomo rinuncia al giudizio per affidarsi alla procedura.
Giudicare non è mai stato applicare un'equazione; è un atto di interpretazione, di dubbio, di mediazione tra la norma astratta e la carne viva della persona. Affidarsi all’IA è la forma suprema di rinuncia alla responsabilità: è il desiderio di un mondo dove la decisione non è più frutto del tormento di un uomo, ma della fredda precisione di una macchina.
Stiamo scambiando la nostra preziosa libertà di sbagliare – e di emendarci – con la rassicurante oggettività di un sistema senza anima. Questa analisi coglie il punto di rottura decisivo: l'automatismo non è solo un supporto tecnico, ma la risposta a un'insofferenza culturale verso il limite che la Legge impone.
Dalla tecnica alla riforma: l’illusione della scorciatoia
Questo passaggio ci porta direttamente al cuore del dibattito politico attuale. Perché siamo così affascinati dall’IA in tribunale? La risposta risiede nel mito della “giustizia pronta all’uso”, un pacchetto preconfezionato che promette di eliminare l’attrito tra il desiderio e la norma.
L’automatismo è ricercato perché veicola un messaggio implicito quanto seducente: che sia possibile ottenere una soluzione facile, rapida e priva di mediazione umana. In questo scenario, la Legge smette di essere la “regola nobile della vita” per essere percepita come un mero ostacolo burocratico.
L’avversione alla Legge, intesa come esercizio umano del giudizio, spinge verso la scorciatoia dell’algoritmo. Per l’individuo, il giudizio è visto come un inciampo al proprio interesse immediato; per il soggetto politico, è un fastidioso freno all’azione repressiva o amministrativa.
Se la Legge è vissuta solo come ciò che mi impedisce di fare ciò che voglio, o che rallenta l’esecuzione di un "pacchetto sicurezza" emotivo, allora l’algoritmo diventa lo strumento perfetto per scavalcare la complessità. Automatizzare la Giustizia significa, di fatto, neutralizzare la sua capacità di opporsi all’arbitrio attraverso il dubbio e l'interpretazione.
La Legge come limite e la democrazia liberale
La rimozione del concetto di legge come limite — che è la via della responsabilità, del giudizio, dell'adeguamento tra desiderio e norma nella ricerca costante del senso — è una postura intellettuale ed emotiva che sta alla base non solo del ricorso fiducioso alla tecnocrazia (che ci solleva da ogni responsabilità), ma anche delle posizioni politiche intolleranti verso il giudizio esterno della legge.
È questa la posizione che contrasta l'assetto dei pesi e contrappesi della democrazia liberale e che, alla fine, si riflette nella riforma della magistratura in Italia, dove l'aderenza ai desiderata del potere politico rischia di diventare la nuova norma regolatrice della vita sociale.
Oltre l’iceberg della tecnocrazia
L’IA che scrive sentenze è solo la punta di un iceberg molto più profondo e pericoloso. Sotto la superficie non c’è solo la ricerca di efficienza, ma una stanchezza esistenziale verso la democrazia stessa. Abbiamo smesso di sognare una giustizia "giusta" – che richiede tempo, ascolto e responsabilità – per accontentarci di una giustizia "veloce", consegnata con la freddezza di un servizio on-demand.
Ma il paradosso è tragico: cercando la velocità attraverso l’automa, finiamo per delegittimare l’unico baluardo che protegge il cittadino dal potere. Una società che rinuncia al giudizio umano perché lo considera troppo lento o troppo complicato ha già smesso di essere una società libera.
Se il diritto perde la sua natura di arte nobile e diventa una procedura di calcolo, non abbiamo solo velocizzato i processi: abbiamo rimosso l’uomo dal centro della civiltà giuridica per entrare definitivamente nell'era di una tecnocrazia che ormai tracima nel campo della politica e delle riforme.
Nelle società moderne, questa postura finisce per trasformare le istituzioni in meccanismi al servizio della volontà immediata, svuotando di senso quei contrappesi che sono l'unica vera garanzia di libertà.
✒️ Postilla
- La riflessione sull’avversione della politica verso la legge

La domanda è d’obbligo:
RispondiEliminaa chi giova veramente, tutto questo?