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📱 Dipendenza da notifiche e paura di restare fuori: perdersi qualcosa è una gioia

Gruppo di persone al mare intorno ad un tavolo; tutte intente a scrollare il loro telefonino, non si parlano.
(Introduzione ad a.p.). L’iperconnessione asseconda il bisogno di controllo sulle cose e alimenta l’illusione che tutto, sentimenti e informazioni utili, sia davvero a portata di mano. Ma genera ansia e dipendenza. Questo ciclo vizioso è alimentato dalla chimica del nostro stesso cervello. Perché non pensare ad una "disconnessione felice" scoprendo il gusto di una maggiore libertà e della gioia di perdersi qualcosa?

• Abitudini e trappole 

(a.p.) ▪️ Ci svegliamo e come prima cosa controlliamo messaggi, mail, notifiche. Perché non siamo nemmeno andati a letto senza di lui, lo smartphone, lasciato con cura sul comodino accanto alle altre cose personali.
Durante la giornata, secondo le statistiche, almeno 150-200 volte lo prendiamo in mano. Spesso senza ragione, nessuno ci ha chiamato, non abbiamo bisogno di nulla.
Sempre per lo stesso motivo: controllare chi ci ha scritto, rispondere ai messaggi, interagire sui social, oppure – come se non bastasse, anche se sfiniti da questo martellamento - semplicemente vagare senza meta, alla ricerca di qualcosa, stimolando la nostra ricompensa di dopamina, la mente smarrita.
Quando la sera il viaggio finisce, il rischio è di non ricordare nulla di ciò che ci ha incuriosito. Ma siamo pronti per un altro giorno.

• Abbuffate digitali e benessere violato

Intanto proprio loro, i grandi network, i gestori dei social più diffusi, responsabili di tante abbuffate tecnologiche ed ubriacature on line, sembrano oggi preoccuparsi delle dimensioni di questo fenomeno.
I dati dicono che in Italia gli over 35 rimangono connessi ben 7 ore al giorno durante le giornate lavorative e persino nei week end il tempo è sempre elevato, sino a 6 ore al giorno.
È forse paradossale che lo stesso gigante Google abbia deciso di recente di introdurre nel sistema operativo Android dei meccanismi per monitorare quanto si usino telefoni, tablet o computer, prevedendo dei sistemi di allarme quando si è passato troppo tempo a compulsare la tastiera (per esempio su You Tube) (oggi rientrano nel concetto di "cura del proprio rapporto con la tecnologia").
Diverse applicazioni del resto (da Moment a Timecamp, a Instant) permettono di limitare il tempo della connessione su internet.
Facebook sottolinea che, secondo ricerche recenti, «lo stato d’animo delle persone peggiora quando si sta troppo tempo connessi», perché l’atteggiamento è passivo e si avverte la mancanza di contatti reali con altri soggetti. L'importante è che il dibattito è finalmente uscito dal privato ed entrato nelle policy aziendali.
Intanto facciamo i conti con una vera e propria ossessione, la connessione perpetua, che ci sottopone a stress sottraendo tempo ai rapporti diretti, e spesso anche al lavoro o alle incombenze personali.
Una tentazione che ci assale non soltanto quando siamo soli, e può essere un passatempo, ma anche in compagnia di amici, parenti, colleghi.
L’immagine che spesso caratterizza lo stare insieme è quella in cui ciascuno, anziché dialogare con l’amico o la fidanzata, con cui prende un caffè o fa una passeggiata, è chino sul proprio cellulare, immerso nei suoi pensieri, praticando l'atto di ignorare le persone vicine per lo smartphone, isolato dal mondo che pure gli è così vicino.

• Il mondo virtuale prevale sulla realtà

L’abbuffata da internet fa prevalere il mondo virtuale rispetto alla realtà che si vive, con preferenza per il primo, mentre la seconda non arriva nemmeno a rappresentare lo scenario del nostro vivere, e da tempo non ne è più l’essenza.
Sono emblematiche le foto curiose di un gruppo di turisti cinesi in gondola a Venezia tutti riversi sui loro apparecchi. Non guardavano le meraviglie della città in laguna, ma lo schermo luccicante dei loro dispositivi.
La stessa cosa nei musei, per le strade, in negozi ed uffici: è singolare l’abitudine di portare in mano lo smartphone pur avendo posto nelle borse o in tasca, un sintomo del fatto che debba essere sempre pronto all’uso, e che consultare il cellulare sia il primo pensiero.
L’uso del telefono crea anche situazioni di pericolo nel quotidiano, per esempio sulla strada. Nell’ultimo anno, secondo l’Istat, 36 mila incidenti stradali, il 16% del totale, sono avvenuti per distrazione dovuta all’uso dei cellulari mentre si è alla guida.
I riflessi rallentano, i comandi dell’auto non sono impugnati a dovere, lo sguardo è spesso rivolto allo schermo non alla strada. Difficile pretendere di evitare il pedone o semplicemente un’altra auto se l’attenzione è altrove. Questa è la tragica banalità delle conseguenze dell’uso compulsivo degli apparecchi.
Adulti o giovani, sembrerebbe che non siamo più in grado di vivere sconnessi, senza campo. Impossibile resistere alla pressione dei network e alle diavolerie tecnologiche.
Gli sforzi di (alcuni) genitori od insegnanti per limitare l’uso del cellulare in casa, almeno a tavola la sera, o a scuola, nelle ore di lezione, in nome del buon senso, sono vani e inutili. Stiamo sbagliando qualcosa con i nostri figli, ma per tutti è il rapporto stesso con la tecnologia che non trova un punto di equilibrio.

• L'illusione del controllo e la paura di restare esclusi

Siamo convinti che il web sia di grande aiuto nella vita di tutti i giorni, fornendoci le informazioni che ci occorrono (ma al prezzo di trascurare giornali e libri), dandoci consigli di varia importanza ma comunque utili (da come cucinare una appetitosa carbonara a come trovare una strada o una buona trattoria, o scegliere la strada più veloce) e tutto questo è in gran parte vero.
Ma la giustificazione che elaboriamo si traduce in uno stimolo a non staccare mai la spina, convinti che senza quell’aiutino non si riesca a vivere. Possiamo far da soli? Sappiamo cavarcela lo stesso? Siamo terrorizzati al pensiero di rinunciare a quel sostegno, che peraltro fino a qualche anno fa nemmeno potevamo immaginare.
L’immediatezza del contatto virtuale è la moneta con cui è comprata la nostra attenzione, il prezzo che ci convince a rimanere connessi non staccando mai la spina. Tutto è a portata di mano, soluzioni, contatti, occasioni di vita; non ci sono ostacoli insuperabili.
È un’illusione che soddisfa il nostro bisogno di controllo sulle cose che ci circondano. E genera una forma di dipendenza che non dà scampo e crea ansia, moltiplicando la tendenza a rimanere connessi perché nulla ci sfugga (la paura di restare esclusi).
Un atteggiamento che modifica le nostre abitudini, ma che genera anche pretese nei confronti degli altri, coinvolti in questa vertigine di contatti: si misura il modo delle relazioni per mezzo della rapidità con cui l’altro risponde ai messaggi o interagisce alle sollecitazioni sui social. Se tarda a replicare, se omette di postare delle foto, gli è successo qualcosa? Non vuole risponderci? Ce l’ha con noi?

• Disconnessione felice: rivincita della gioia

Le diete, anche nelle comunicazioni on line, sono difficili e complicate: dovrebbero basarsi sul rallentamento dei tempi, sulla rinuncia alla pretesa di risposte immediate, sull’abitudine al rispetto della libertà altrui.
Ce la possiamo fare? Intanto alcuni provano a contrastare la schiavitù tecnologica, rendendosi invisibili, meglio per esempio disattivare le notifiche di ricezione dei messaggi o silenziare le chat. Altri ricorrono a qualcosa di più radicale, disattivando le applicazioni più invadenti.
Il mantra dell’estate potrebbe essere quello di tentare una strategia diversa. Staccare ogni tanto da internet, e non solo da mail o messaggi di lavoro. Connettersi meno per connettersi meglio.
Il rimedio non è il luogo isolato, la giungla, dove la tecnologia non arriva, rispetto all’iperconnessione. Troppo facile e sbagliato. Se così fosse, avremmo già perso la nostra scommessa sul futuro.
L’avventura è vivere in maniera diversa anche dove c’è campo ed è possibile la connessione. La vita non è un’emoticon, il buono delle relazioni sociali e sentimentali va oltre quelle faccine. Possiamo sempre caricare le nostre foto preferite al termine delle vacanze senza la frenesia di farlo all’istante.
I nostri parenti e amici si faranno una ragione se non vedranno la nostra ennesima fotografia in costume sulla spiaggia. La "Gioia di Perdersi Qualcosa", potrebbe essere il buon consiglio da mettere in pratica. Lo dicono persino Google e Facebook.
Una disconnessione felice. L’apparecchio lasciato per un po’ a riposo, tranquillo. Ci siamo interrogati anni sull’origine del Grande fratello di George Orwell temendo l’arrivo dall’esterno di un mondo altamente tecnologico e perciò disumano, senza renderci conto che il Grande fratello siamo noi stessi, per esempio con il nostro uso compulsivo della tecnica e la continua cessione della nostra attenzione e dei nostri dati. Sarebbe proprio una sorpresa alla fine scoprire che ci può essere anche la «gioia di perdersi qualcosa»?

Foto: persone che stanno insieme ma ognuno intenta a scrollare il proprio telefonino.

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