Passa ai contenuti principali

👻 Varosha e il vuoto: la città fantasma di Cipro come specchio interiore

Foto della città fantasma di Varosha a Cipro
(Introduzione a Daniela Barone). Varosha non è solo un quartiere abbandonato di Famagosta, ma il simbolo di un trauma storico congelato all'estate del 1974. Tra le sue rovine silenziose e le spiagge un tempo meta del jet set, si nasconde il racconto della violenza e della perdita, ma anche una profonda lezione filosofica. Il suo status di "non luogo" si riflette nel vuoto interiore che, come esseri umani, siamo costretti ad affrontare.

• L'invasione e il trauma congelato

(Daniela Barone) ▪️ Quel giorno, il 20 luglio 1974, la maggior parte delle persone dormivano tranquille nei loro letti. Erano le 5.30 quando Kyrenia e Limassol furono bombardate dall’esercito turco. Immagino lo spavento dei cani e dei gatti di casa, il pianto dei bambini più piccoli e il terrore di uomini e donne destati brutalmente dal sonno. 
I grechi ciprioti, invasi appena prima dell’alba, non ebbero bisogno di coperte: faceva molto caldo ma bisognava pur mettersi qualcosa addosso per scappare chissà poi dove. Penso alle mamme che cercavano di consolare i bimbi in lacrime e ai papà che davano una mano a prepararsi ai genitori anziani e deboli.
Già molte persone erano fuggite in strada, incalzate dai soldati che le strattonavano impedendo loro di raccattare un po’ di soldi, documenti, medicine, cibo e altri indumenti. Quante volte avevo visto in TV scene simili nei film sull’Olocausto: migliaia di ebrei cacciati dalle loro case e depauperati di tutto, anche della loro dignità. 
L’orrore incredibilmente si ripeteva dopo un trentennio.  Persone dai 7 ai 70 anni furono stuprate, torturate, uccise e ben 200 mila sfollate nella parte greco-cipriota. Alberghi, abitazioni e negozi vennero saccheggiati e 500 chiese e monasteri distrutti.  La bella cattedrale gotica di San Nicola a Nicosia che ho potuto ammirare in un mio viaggio a Cipro è stata trasformata in moschea, come   altre 53 chiese.
Nulla resta del culto cristiano-ortodosso perché le mura sono state ripulite da affreschi e quadri di santi e i pavimenti ricoperti da soffici tappeti colorati.
Depredati anche del loro patrimonio culturale, i pochi cittadini greco-ciprioti rimasti assistettero sbigottiti alla trasformazione dei toponimi in turco, la lingua degli invasori.
 L’aviazione turca iniziò poi un violento bombardamento su Famagosta la notte del 14 agosto, dove si trovava la maggior parte degli hotel di lusso e delle strutture turistiche dell’isola.  Immagino la mattina seguente gli ombrelloni e le sedie sdraio ridotti a scheletri sulla spiaggia e un secchiellino di qualche bambino prodigiosamente integro sulla battigia. Il mare blu turchese avrà continuato a infrangersi sui lidi devastati, indifferente alle atrocità degli uomini.

• Il non-luogo dell'anima

Penso alle spiagge incantevoli di Varosha che ho intravisto dal pullman e scorgo due persone, probabilmente turisti, che passeggiano come altri, inevitabilmente intrigati dalla città fantasma. Qui, più di cinquant’anni fa, parte del jet set internazionale era solita prendere il sole e tuffarsi nelle acque cristalline.
Oggi, ho saputo, qualcuno ha ottenuto di poter noleggiare ai rari turisti qualche ombrellone a un prezzo super modico. Ma come bagnarsi spensieratamente in questo mare che è stato testimone di tanto orrore?
Tutto a Varosha è rimasto congelato all’estate del 1974. I semafori spenti, le insegne sgangherate di marchi internazionali, le case ridotte a ruderi pericolanti, qualche rara tenda che svolazza dalle finestre di un hotel malandato, tutto ispira una sensazione sinistra che dà i brividi.
Solo una minima parte è accessibile: i presidi grotteschi dei turchi sono ancora presenti qua e là a vigilare sul nulla. E’ il vuoto, ciò che gli esseri umani aborriscono. Ho provato un senso di vuoto diverse volte nella mia vita anch’io, quando ero oppressa dalla depressione.
Ho realizzato dopo tanti anni di aver speso gran parte della mia vita a cercare di riempire questo vuoto, forse affiorato sin dalla mia infanzia; tante le strategie attuate per colmarlo, dai numerosi amori, alle maternità, ai viaggi, all’amato lavoro d’insegnante, alle amicizie. Ma forse anche quello è parte di noi e bisogna accoglierlo come si fa con le giornate di pioggia. 
La natura, come l’uomo, tende a riempire il vuoto. A Varosha cespugli ed erbacce invadono gli inutili marciapiedi, oleandri e buganvillee ricoprono le strade in parte assurdamente asfaltate e l’edera invade le facciate di quelli che erano edifici, negozi, alberghi.
In lontananza una gru spunta dal piano di un edificio rimasto grottescamente sospeso nella sua incompletezza. Qualcuno deve essersi illuso di una ripresa sventolata ma mai realmente attuata.

• Accettare la perdita, riscoprire l'identità

Le stagioni si succedono imperterrite a Varosha come in qualsiasi altro posto. Gli unici esseri che hanno via libera sono le tante tartarughe marine che nidificano sulle spiagge di una bellezza abbacinante e angosciante nel contempo. Si vorrebbe rifuggire da questo ‘non luogo’ e tuttavia continuare ad esplorarlo, chissà perché.
Se non fosse proibito, oltre che rischioso, addentrarsi negli appartamenti vuoti dei palazzi, osceni come bocche sdentate, ci si imbatterebbe magari in qualche foto ingiallita, in oggetti consumati di vita quotidiana, in giochi malandati di bimbi, forse persino in qualche succhietto dalla tettarella a ciliegina, come si usava negli anni Settanta. 
Nessun ex abitante della parte conquistata dai Turchi ha potuto fare ritorno nella sua casa, nemmeno per un improbabile ritrovamento di oggetti o ricordi. Il tempo continuerà a disgregare tutto e nulla sarà più recuperabile.
Persino 1500 persone sono scomparse con l’occupazione e chissà mai se si potranno ritrovare. Mi immedesimo nel sessantenne sfollato che ha perso i suoi soldatini, il suo meccano e provo pena per lui e per tutti i bambini d’allora. 
Varosha non è solo un quartiere abbandonato di Famagosta, demarcato sulle cartine politiche dalla linea verde dell’invasione turca; è un pezzettino dei nostri ricordi, i nostri lutti, i nostri vuoti. Una musica nostalgica, una nenia tenera che mi fa compagnia, uno spazio che non voglio più ostinatamente colmare. È uno spiraglio, un piccolo nucleo, uno spicchio di luce che forse mi lega a chi ho amato e non c’è più, una parte di me da accettare.
Varosha siamo tutti noi.

(Foto Daniela Barone: la città fantasma di Varosha)

Commenti

Post popolari in questo blog

Diventare donna negli anni Settanta: il coraggio di rompere il silenzio 💃

(Introduzione a Daniela Barone). Tra i tabù degli anni Settanta e la trasparenza dei giorni nostri, il corpo femminile ha percorso un lungo viaggio verso la consapevolezza. In questo racconto, Daniela Barone ripercorre il delicato passaggio dall'adolescenza alla maturità: un tempo in cui il silenzio dei genitori e l’imbarazzo sociale trasformavano eventi naturali in segreti da nascondere o trofei da esibire. Una riflessione preziosa su come l'educazione affettiva sia diventata, oggi, il ponte indispensabile per costruire il rispetto e la libertà delle nuove generazioni. (Daniela Barone) ▪️ L'attesa e il primo reggiseno Erano mesi che spiavo ansiosamente sotto la mia canottiera. Frequentavo ormai la terza media ma il seno non ne voleva sapere di crescere. Invidiavo le mie coetanee che esibivano un petto rigoglioso e si truccavano già un po’. Siccome la mamma si era accorta che ero prossima allo sviluppo, mi aveva proposto di acquistare un bel reggipetto, come diceva lei. Per...

Il caso Rogoredo: perché la giustizia non può essere emotiva ⚖️

(Introduzione ad a.p.). Da caso scolastico di legittima difesa a indagine per omicidio volontario: la vicenda di Rogoredo scuote le coscienze e mette a nudo i rischi delle riforme giudiziarie in discussione. Tra il dovere della temperanza politica e la necessità di una magistratura indipendente, la ricerca della verità non può essere sacrificata sull'altare del consenso mediatico o della fretta legislativa. (a.p.) Il fatto: la realtà oltre l'apparenza La vicenda prende le mosse da un controllo antidroga notturno nel bosco di Rogoredo, terminato con l'uccisione di uno spacciatore da parte di un agente di Polizia. Inizialmente, il caso era stato presentato come un esempio "scolastico" di legittima difesa: un poliziotto costretto a sparare davanti a un'arma puntata (rivelatasi poi a salve). Tuttavia, il lavoro silenzioso della Procura e della Squadra Mobile ha ribaltato il quadro iniziale: l'analisi dei video e le incongruenze nei racconti hanno portato a ipo...

Tra rigore del velo e libertà del cuore: il mio viaggio nella fede ⛪

(Introduzione a Daniela Barone). Crescere nell'Istituto del Sacro Cuore di Genova negli anni Sessanta significava abitare un universo di simboli austeri e silenzi carichi di attesa, dove la fede veniva impartita come un dovere tra divise blu e velette nere. In questo racconto, l'autrice ripercorre il sentiero tortuoso che l’ha portata da una formazione basata sul timore alla riscoperta di una spiritualità libera, capace di curare le ferite del passato e scoprire che Dio abita altrove rispetto alla paura. (Daniela Barone) ▪️ L'Istituto del Sacro Cuore: un mondo in bianco e nero Era stato mio nonno a volermi mandare all’Istituto del Sacro Cuore che frequentai per due anni di ‘asilo’, come si diceva allora, e tre di elementari. Ricordo ancora quanta insofferenza provavo per quella scuola prestigiosa e severa. Mio padre, all’epoca autista dei mezzi pubblici, non avrebbe potuto certamente permettersi di pagare quelle rette elevate. Però la Madre Superiora, Suor Platania, dagli s...

La voce di Dio ai tempi del terrore

di Marina Zinzani (Commento di Angelo Perrone) (ap) È dedicato a padre Daniele Badiali, da Faenza, questo racconto. Il terrore attraversa il nostro tempo, fa strage di vite innocenti, violenta le anime di tanti, e insieme rapina il diritto ad una esistenza serena ed operosa. Non solo a Parigi e Bruxelles, ma in tante parti del mondo.  Ovunque l’uomo è barbaramente ucciso, perseguitato, umiliato od offeso. Pone interrogativi che lasciano sgomenti e rimangono senza risposte. Come è possibile? Cosa spinge l’uomo (perché anche i terroristi lo sono, nonostante tutto) al male atroce, assurdo, intollerabile, incomprensibile per la mente umana?

La fantasia smarrita

di Cristina Podestà   (Commento a Brondi, Magia del regolo, tra fiaba e tecnologia, PL, 12/6/16) Regolo è termine che riconduce a molte realtà: alla stella della costellazione del Leone, ad un calcolatore meccanico, ad un tipo di uccello protetto. Il mondo contadino di un tempo era davvero ricco, non di pane, bensì di tutto ciò che manca al giorno d'oggi, in cui abbiamo in abbondanza pane e companatico.