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👩‍🏫 La prima supplenza: tra pugno di ferro e cuore degli alunni

Immagine di Daniela Barone autrice del testo nella sua classe.

(Introduzione a Daniela Barone). C'è una foto che ritrae Daniela Barone tra i suoi primi studenti: capelli biondi, sguardo deciso e quel misto di orgoglio e apprensione che accompagna ogni esordio. Quella foto, che oggi pubblichiamo, è il fermo immagine di una battaglia vinta. In questo racconto, Daniela ci riporta indietro a una quinta classe di un Istituto Professionale per Odontotecnici, tra lanci di palline di carta e sguardi di sfida, svelando il segreto di quel mestiere difficile che non si impara sui libri: la capacità di trovare la "chiave giusta" per aprire il cuore degli alunni.

Il sogno del registro e l'esordio agli Odontotecnici

(Daniela Barone) ▪️ Quando ero una bambina di nove anni mi piaceva giocare a fare la maestra scribacchiando su un quadernetto a righe a mo’ di registro scolastico. Quest’attività tanto gradita faceva presagire che da grande sarei diventata un’insegnante, magari d’inglese, la mia materia preferita.
Dopo il liceo fu il mio fidanzato a consigliarmi d’iscrivermi all’università per diventare una professo-ressa. A suo parere avrei potuto facilmente conciliare quel lavoro con il mestiere di sposa e mamma. Anche i miei genitori approvarono il suo suggerimento e devo ammettere che non rimpiansi mai quella decisione.
Il reclutamento dei supplenti era sempre stato complesso, un vero percorso ad ostacoli. Tuttavia mi iscrissi con entusiasmo alle graduatorie d’inglese nelle medie superiori. Che gioia quando fui convocata all’Istituto professionale per odontotecnici! Si trattava di una sostituzione per maternità sino alla fine dell’anno, oltretutto in una scuola facilmente raggiungibile dalla mia abitazione.
La mamma aveva arricciato il naso: avrebbe sicuramente preferito sapermi in un liceo, scuola più pre-stigiosa ai suoi occhi. Io non le feci caso e mi apprestai a lavorare con impegno e a superare le difficol-tà legate alla mia inesperienza.

La lotta per l'autorità: tra palline di carta e pianti

La stessa vicepreside mi aveva messo in guardia dagli studenti di quinta che, secondo lei, non avrebbero esitato a rendermi la vita impossibile, osando magari corteggiarmi senza ritegno. Io ero una ventiseienne attraente, portavo pantaloni aderenti e lunghi capelli biondi ma ero fermamente convinta di riuscire a tenerli a bada. Mantenni fin dall’inizio un atteggiamento distaccato che avrebbe dovuto scoraggiare qualsiasi confidenza.
In realtà i ragazzi, indisciplinati e insofferenti alle materie di studio, avevano cominciato a ridacchiare e ogni qualvolta mi voltassi verso la lavagna, ne approfittavano per lanciarmi palline di carta. I più sfrontati addirittura esprimevano ad alta voce commenti inappropriati sul mio didietro.
Pur non avendo di natura un carattere forte, avevo ingaggiato con loro una lotta senza pietà: di sicuro non ero disposta a farmi mancare di rispetto da mocciosi spavaldi, né a dar loro la soddisfazione di scoppiare in lacrime, come accadeva a certe colleghe alle prime armi.
Il pugno di ferro non diede però i risultati sperati: i ragazzi continuavano a deridermi e a sfidarmi in molte lezioni. La stessa vicepreside non approvava il mio metodo, pur comprendendo la mia inesperienza. A suo parere dovevo trovare la chiave giusta, chissà quale, per farmi accettare dalla classe che, mi aveva confessato, dava problemi disciplinari solo a me.

Il 15 febbraio: il cambio di rotta

Ogni volta che uscivo da scuola davo finalmente sfogo alla mia frustrazione: piangevo sconsolata fino alla fermata dell’autobus, ricomponendomi a fatica dopo qualche minuto. Che il mio superiore avesse ragione? Come potevo acquisire l’auspicabile autorevolezza senza cadere in uno sterile autoritarismo? Ritenevo sbagliato diventare loro amica ma un cambio di rotta era indispensabile.
La settimana seguente decisi di sperimentare un nuovo approccio. Al suono della campanella entrai in classe con un sorriso smagliante. Prima di procedere all’appello, chiesi loro che giorno fosse. Prima che mi rispondessero, estrassi dalla borsa un calendario.
«Cari ragazzi, oggi 15 febbraio si celebrano i santi Faustino e Giovita.» annunciai solennemente.
Vidi le loro facce brufolose aprirsi ad un sorriso canzonatorio. Si udì anche qualche sghignazzo dal fondo dell’aula dove sedevano i più sfrontati. Stavo per reagire duramente alle loro reazioni ma mi resi conto che avrei inasprito ancora di più la situazione. Che modalità avrei dovuto tentare?

Oltre il manuale: costruire ponti (e denti)

Decisi d’impeto che non avrei assegnato il solito esercizio sul manuale di Dental Technology, franca-mente noioso e poco efficace. Suddivisi invece i ragazzi in gruppi di cinque: individuai per ognuno un Project Manager, un Facilitator per garantire la partecipazione di tutti, anche dei più deboli e un Presenter. Oggetto del lavoro di squadra era la costruzione della struttura dentale più resistente con materiali limitati.
Chiarii alla classe che la discussione sulle fasi di lavorazione e le potenziali problematiche connesse doveva avvenire in inglese. Io avrei fornito loro il supporto necessario in qualsiasi momento, sia per la grammatica sia per il lessico specifico.
Ci vollero diverse settimane per portare a termine i vari lavori di gruppo ma i risultati furono confortanti. La motivazione degli studenti era cresciuta e conseguentemente anche la loro competenza. Con sollievo e soddisfazione mi resi conto di aver trovato la via giusta con la classe. Nei giorni successivi all’impegnativo team-work, furono i ragazzi stessi a chiedermi quali santi si festeggiassero.
Mantenemmo sino alla fine dell’anno quella consuetudine bizzarra che, assieme ad un mio atteggia-mento meno algido, aveva migliorato molto l’atmosfera in classe. Pur chiamandoli sempre di cognome, instaurai finalmente con loro un rapporto collaborativo e rispettoso.

L'invaghimento silenzioso e l'addio

Ricordo ancora oggi un ragazzo biondastro che, appena diciassettenne, era padre di una bambina di due anni. Stentavo a credergli quando motivava alcune assenze con la dicitura ‘vaccinazione della figlia’ ma i colleghi mi confermarono la sua insolita situazione famigliare. In prossimità dell’esame di maturità quasi tutti gli alunni ottennero la sufficienza apprendendo senza troppa fatica i nomi in inglese di molari, ponti, carie e gengiviti, insomma, tutto il glossario d’ortodonzia che serviva alla loro futura professione.
Attesi la cena di fine d’anno, momento tanto caro a docenti e discenti, per comunicare il mio imminen-te trasferimento a Pavia. Uno dei miei alunni, Carmine, ragazzo timido dai lineamenti delicati, aveva atteso la fine del convivio per chiedermi il nuovo indirizzo.
Solo allora mi resi conto che il mite adolescente si era invaghito di me. Esaudii la sua richiesta pensando che con il passare del tempo mi avrebbe dimenticata. In ogni caso, che c’era di male se un giorno fosse venuto a trovarmi? Non fui francamente lusingata dal suo interesse ma apprezzai che l’avesse dignitosamente serbato per sé tutto l’anno.

L'incontro inaspettato: Carmine e il sogno infranto

I mesi della mia prima supplenza, le prese in giro degli studenti, i miei pianti sconfortati e rabbiosi di-ventarono ormai sfocati come una vecchia foto. Ad un anno dal mio trasferimento, mentre insegnavo con più disinvoltura in un istituto tecnico di Lodi, rimasi incinta della seconda bambina. Un caldo pomeriggio di settembre, al settimo mese di gestazione, mi sorprese il suono del citofono.
Aprii il portone domandandomi chi potesse essere. Francesco, il primo figlio, era alla scuola materna, mio marito al lavoro ed io non conoscevo ancora nessuno. Incuriosita, mi ero affacciata al balcone: un giovane dinoccolato dal ciuffo castano stava entrando dal cancelletto del condominio.
Sobbalzai quando riconobbi Carmine, il mio ex alunno della scuola odontotecnica. Che diavolo ci faceva a Pavia? Accidenti, non aveva rinunciato all’idea bislacca di venirmi a trovare! Con grande imbarazzo lo accolsi a casa nel mio abito premaman sentendomi gonfia come una mongolfiera. Quanto avrei desiderato scomparire…
Colsi un’ombra di delusione nel suo sguardo posato sul mio pancione; mi sedetti imbarazzata cercando di rendere meno evidente il mio stato. Carmine mi aveva spiegato che faceva il servizio militare non lontano da Pavia, così aveva avuto la bella idea di venire a trovarmi.

Insegnare e imparare: un ciclo che continua

Accaldato quanto me, bevve tutto d’un fiato una bibita fresca e poco dopo si congedò. Lo salutai dal balcone condividendo il suo disagio. Povero Carmine. Di sicuro avevo infranto il suo sogno e me ne dispiacevo. Un calcetto di Elisabetta mi riportò alla realtà; mi accarezzai il ventre, trasognata al pensiero di lei, raggomitolata dentro di me. Fra due mesi pianti, pannolini e notti in bianco mi avrebbero al-lontanato dal mondo della scuola, anche se solo per pochi mesi.
Sarei presto tornata in nuove classi di ragazzi allegri, musoni, diligenti, riottosi che mi avrebbero fatto sentire parte viva della loro crescita, a cui avrei insegnato per molti anni con passione e da cui avrei anche imparato, strano ma tanto vero.

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