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Il processo e l'orrore

Filippo Turetta, le parole impossibili per raccontare l’abisso

(Il testo con altre riflessioni su Critica liberale-Non Mollare 3.11.24)

(Angelo Perrone) «L’ho uccisa perché non voleva tornare con me. Avevo progettato di rapirla, ammazzarla e poi suicidarmi. Scusarsi sarebbe ridicolo, dovrei sparire.» Sotto gli occhi del padre Gino Cecchettin, l’imputato Filippo Turetta, occhi bassi, dimesso, racconta, risponde, spiega, si dilunga e si contraddice, come accade in questi casi. Giunge infine al punto.
È il processo, nella fase centrale: il confronto decisivo con l’imputato, il momento dell’incontro-scontro con le prove. Ecco allora domande, risposte, obiezioni e contestazioni, e poi approfondimenti, divagazioni tortuose. Passaggi – si dirà - scontati, e in fondo ci sono poche sorprese.
Quali mai avrebbero potuto esserci? Forse si intravede la carta disperata: il buon comportamento processuale, la confessione, l’incensuratezza. Strappare le attenuanti generiche, magari. Si ripete il canovaccio di ogni processo, in specie per un fatto di sangue, dove ciascuno fa il suo, ha una responsabilità e cerca il meglio. Non ci sono varianti.
Ma l’eccezione è lì, un macigno, davanti agli occhi di tutti; il caso di Giulia Cecchettin sfugge alla normalità. Sono in azione i ruoli che servono ad accertare la verità, e decidere, certo. Lo chiamano il giusto processo. Il pubblico ministero che ha svolto le indagini ne rende conto e usa le cose che sa e che ha accertato. La difesa in casi del genere contrasta, solleva dubbi, mostra aspetti, insegue ambizioni varie se possibile e se ci riesce, e, talvolta spericolata, anche verità alternative. 
Ma qui nulla sembra praticabile, davvero verosimile e credibile. E lui, l’imputato, è al centro di tutto, alla prova della vita e, stavolta, la strada è davvero in salita, non solo perché di mezzo c’è la vita stessa, così giovane, davanti all’ergastolo. Lo schermo dell’apparente normalità del processo si frantuma di fronte all’orrore, le 75 coltellate inferte a Giulia. 
Poi c’è il seguito, non meno singolare: la fuga impossibile in Germania, l’arresto e il ritorno in Italia. Prima: la lunga, meticolosa e sconvolgente, preparazione per stabilire come fare. Poi: il memoriale di 81 pagine, scritte fitte fitte a mano. Ricordare. Esporre. Per chi dovrà giudicare, forse anche per sé. Ma scavare nell’insensatezza, è possibile? 
Se le coltellate sono il simbolo dell’inspiegabile, le parole qui sono uno specchio di una missione impossibile. Per iscritto e a voce. Spiegare, semplicemente dire, solo dire, parlare. Non c’è linguaggio possibile per l’orrore, almeno non ora, non adesso, non in questo modo. Chissà domani, diversamente. 
Le risposte a domande inevitabili («perché l’ha uccisa?», «perché cercare su internet?» questo o quello: la terribile “lista della spesa”) stridono, appaiono stonate, e non sappiamo neppure perché. Provocano smarrimento, e sembrano senza senso. Le parole toccano a volte l’insensatezza, durante le cinque ore di confronto, non in sé, per lo scopo.
Si assiste ad una sorta di sdoppiamento, la logica inevitabile del processo da un lato, con i suoi motivi anche giustificati, e l’efferatezza del gesto dall’altro. Un doppio registro per dare ordine e razionalità, evidenza di prova, a ciò che è difficile da raccontare, tanto è – dovrebbe essere – lacerante.
Una scissione forse analoga a quella presente nella vita di troppi ragazzi davanti alla crescita, alle esperienze della vita, infine al dramma ingovernabile quando la realtà sfugge e non corrisponde a pensieri ed aspettative. 
C’è una mancanza di risorse psichiche e strumenti culturali nel prima e si avverte nel dopo. Ora si traduce in un’inadeguatezza. Il compito è addirittura descrivere, con parole che dovrebbe essere appropriate l’abisso. Il buio inguardabile. Non sappiano proprio cosa sarebbe meglio in certi casi, forse non c’è un meglio. Però rimane lo stupore.
È come se la vita si adeguasse al nuovo corso, e continuasse senza che nulla fosse accaduto a generare sconforto e lacerazione, il senso devastante della colpa. La sensazione che prende alla gola. Il tormento indicibile avvertito da Raskol'nikov, il protagonista di Delitto e castigo di Fëdor Dovstoevskij, per la legge violata. Etica oltre che giuridica. Una forma di vergogna davanti all’orrore, da lasciare interdetti. Forse proprio senza parole.

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