Marina Zinzani. Un padre, una madre, cinque figli, una città, Rio de Janeiro, anni 70. È questo lo scenario in cui si racconta la storia vera di “Io sono ancora qui”. La felicità di una famiglia descritta nella quotidianità, nei rapporti fra sorelle, nei bagni al mare, in un cane sperduto portato a casa, nei cantanti in voga che invitano a ballare, negli amici invitati a cena, nel rapporto profondo ma anche leggero fra un marito e una moglie. Quel marito è Rubens Paiva, ex deputato laburista, e un giorno verrà portato via da imprecisati individui, dovrebbe rispondere solo a qualche domanda. Anche la moglie Eunice e una delle figlie saranno portate in un luogo segreto, con un cappuccio in testa. La donna, a differenza della ragazza, vi rimarrà molti giorni, in condizioni indecenti, fra urla strazianti che arrivano fino la sua cella. Perché quello è un luogo di torture, in cui la gente muore. La felicità raccontata all’inizio del film ha qualcosa di fastidioso, di insopportabi...
(Introduzione ad a.p.) Attraversare la soglia della dimora romana di Giacomo Balla non è soltanto una visita a un luogo simbolo della storia dell'arte del Novecento: è un’esperienza intima, un corpo a corpo tra lo sguardo del visitatore e l'anima discreta delle cose. È suggestiva la scoperta di un’arte totale che non grida, ma vive nel dettaglio quotidiano. La casa dell'artista si trasforma da spazio museale a luogo di risonanza interiore. (a.p.) Un appuntamento che si teme un poco Ci sono voluto arrivare da solo, senza dirlo a nessuno, come si va a un appuntamento che si teme un poco. Via Oslavia, Roma: una porta qualunque, tra le tante di un quartiere borghese, dietro cui per quasi sessant'anni ha vissuto e lavorato Giacomo Balla. Salendo le scale, mi sono chiesto cosa cercassi davvero. Forse solo di stare, per un'ora, dentro lo sguardo di un uomo che aveva creduto che il mondo intero potesse essere ridisegnato dalla velocità. Le linee di forza, oltre la tela L...