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Giubileo, e il corno d'ariete

di Laura Maria Di Forti

Roma è abituata ai pellegrini. Da sempre essi sono, almeno in parte, l’anima della città.
Nel Medioevo scendevano dai vari paesi europei, ma talvolta giungevano anche dall’Africa e dall’Asia, per venerare i luoghi di culto, il sepolcro di Pietro e le sacre reliquie e meritare il Paradiso.
Erano viaggi che duravano mesi, se non addirittura anni.
I più andavano a piedi, altri trovavano mezzi di trasporto come carri o cavalli ma, sempre, il pericolo di non ritornare a casa per la fatica, le malattie, gli incidenti, era il prezzo da pagare. I più ricchi, prima di partire, facevano testamento.
Poi, dal 1300, il papa Bonifacio VIII indisse il Giubileo per la remissione dei peccati con l‘intento che venisse ripetuto ogni 100 anni. Successivamente, Clemente VI ne fissò la scadenza ogni 50 anni: la vita era breve e tutti dovevano avere la possibilità di vivere almeno un anno giubilare per espiare i peccati e riconciliarsi con il Cristo, portatore di grazia all’intera umanità.
Le origini del giubileo risalgono al tempo di Mosè che aveva dichiarato santo ogni cinquantesimo anno: non ci sarebbe stato né semina né mietitura, sarebbe stato possibile raccogliere solo ciò che spontaneamente i campi avrebbero prodotto, gli schiavi sarebbero stati liberati e i debitori avrebbero visto azzerati i propri debiti. La tromba che avrebbe annunciato l’anno santo era un corno d’ariete: in ebraico Jobel, da cui la parola Giubileo.
E noi, siamo veramente pronti a vivere l’Anno Santo?

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