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Perché donne di potere lasciano la leadership


(Angelo Perrone) L’addio alla leadership di donne di potere, come la scozzese Nicola Sturgeon e la neozelandese Jacinda Arden, sembra, in un mondo di uomini aggrappati alle poltrone, una rara eccezione. 
La politica non è l’unico campo. Nella culla della tecnologia americana, Susan Wojciki, alla guida di You Tube dopo aver fondato Google, si è appena dimessa: «motivi personali». Lo avevano già fatto altre “regine” degli affari, Sandberg (Facebook), Whitman (Hewlett-Packard), Mayer (Yahoo). 
L’uscita di scena nella vita pubblica è fragorosa. Le ragioni richiamano la pesantezza dei compiti e la difficoltà di farvi fronte. C’è sollievo per il ritorno alla normalità. Nessuna nostalgia per la perdita della ribalta. Motivazioni personali, a cui devono aver contribuito sollecitazioni politiche.
Lo scettro del potere pesa di più sul femminile? Il logorio è più faticoso per le donne? Interrogativi di questo tipo tradiscono il pregiudizio di genere, l’idea che la donna non sia diversa, ma abbia una fragilità congenita che, insieme a minori doti di adattamento, la renda inadatta al comando. 
Il confronto con il genere maschile è terreno improprio quando non mette in discussione i presupposti. Il sistema politico nel quale le donne farebbero fatica ad operare è disegnato per gli uomini, ma il punto è che l’ordine diffuso ha generato disumanità. 
Andrebbe aperto un altro registro. La riduzione della donna a funzione e il mancato apprezzamento della sua diversità ha provocato una menomazione della visuale generale. 
Le regole correnti importano l’impossibilità di leggere il mondo in modo equilibrato, l’incapacità di stabilire giuste priorità, di scandire il tempo del proprio fare. 
Le dimissioni spontanee di due leader di successo non sono un cedimento allo stress, una debolezza femminile di fronte alle responsabilità. Difetti superabili con la maschilizzazione del femminile. Quelle decisioni mostrano il lato in ombra della politica e della vita sociale, il divieto di rallentare il ritmo, pena l’esclusione dal potere. È l’altra faccia, la più insidiosa, dello sviluppo moderno, incentrato su smaterializzazione della realtà e disumanizzazione delle relazioni.

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