Passa ai contenuti principali

Ettore

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro non è l’unico luogo-simbolo delle città moderne. Certo particolare. In uno spazio piccolo e super affollatosi ritrova un’umanità eterogenea. Persone sconosciute con destinazioni diverse. Difficile scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Ogni persona, un mondo a sé. Pensieri, desideri, preoccupazioni.
C’è poi una maschera espressiva che nasconde l’intimità. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Non siamo più abituati a guardarci intorno, non accade di incrociare gli sguardi. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Dopo le storie di Agnese, Sergio, Lucia, Enrico, Roberta, Vincenzo, Vittoria, Benedetta, ecco quella di Ettore

C’è la solita ressa nella metro a quest’ora, nessun posto a sedere. Siamo stretti come sardine. Sono angosciato da ieri, ho la testa piena di conti. Cose su cui risparmiare, ma è tutto così difficile. Il mio coinquilino se ne va, non ce la fa più con le spese.
L’affitto è aumentato, e se non trovo un’altra persona con cui dividerlo sarà un bel problema. Un grande problema. La vita costa sempre di più, la ditta è in crisi e taglierà dei costi. Se i tagli riguarderanno me, sarà la fine. Se i soldi finiscono dovrei tornare a casa. Qualcuno dirà compiaciuto “te l’avevo detto”.
Volevo andare via dalla mia città, cominciare un’altra vita. C’erano dei problemi, a casa. Mio padre è un uomo all’antica, tutto d’un pezzo, per lui ogni cosa è bianca o nera, non ci sono colori sfumati. Mia madre è debole, un po’ succube di lui, e non si è esposta più di tanto quando l’ha saputo.
Potevano dire una parola, i miei, e tutto sarebbe cambiato. Invece il silenzio iniziale, di sbigottimento, e poi le frasi pesanti che sono volate hanno incrinato il rapporto che c’era fra di noi. Non è vero che le famiglie sono un luogo dove ci si ama, ci si comprende. A volte la famiglia è un insieme di persone che non conosce nulla dell’altro, non sa cosa pensi, cosa provi, i suoi disagi, quello che hai dentro.
È solo una famiglia di facciata, in cui il conformismo incolla le persone come fossero figurine, la brava madre, il padre lavoratore, il figlio bravo ed ubbidiente, la nonna tanto affettuosa. Invece c’è anche altro, sotto le apparenze. Incomprensione, prima di tutto.
La gente in provincia mormora, condanna facilmente, e come diceva Pirandello poi un berretto a sonagli non te lo leva nessuno. L’identità degli altri diventa la tua identità, e quasi ci credi di essere quello lì, una figura presa a prestito che fa quasi ridere. Parlano di te fino a spellarti la pelle, fino a farti morire dentro. 
Milano mi ha salvato. Ricordo i primi tempi, il nuovo lavoro. Un ambiente sereno, raro da trovare, gente avanti anni luce rispetto al luogo dove sono nato io. Ricordo le serate in pizzeria, c’era sempre gente nuova che mi veniva presentata, era tutto uno scoprire persone di città diverse, anche di nazioni diverse.
Ecco, qui mi sono sentito a casa. Il luogo dove sentire la vita scorrere, provando un sottile piacere. La gioia di un concerto di sera, in un’estate calda ed afosa, ma piena di cose da fare, interessanti. Amici con cui parlare, alcuni in maniera profonda, altri in maniera più scanzonata. Non sentirsi più soli.
Alla fine, l’armonia su tutto. L’amore che è arrivato, Giacomo. Il cuore che sussulta e senti una sensazione di pienezza, forse quella metà della mela raccontata da Platone che si cerca tutta la vita. E quella metà l’hai trovata, dopo averla cercata invano a lungo. Niente allora ti fa più paura, tutto si colora di leggerezza, del piacere di stare insieme alla persona amata.
Non posso tornare a casa, e far finire tutto questo. Non posso tornare da mio padre, da mia madre, ed anche da mia nonna. Sarebbe un fallimento. La mia vita personale legata ai costi di un’azienda, alla crisi del mercato, al costo dell’affitto.
Un nuovo lavoro da cercare disperatamente, avrei poco tempo se le cose nella ditta vanno male. Potrei andare per un po’ in cassa integrazione, usufruire di un periodo di Naspi, poi se non trovo un lavoro decente non riuscirei a mantenermi, in questa città. 
No, a casa non posso tornarci. Mi ammalerei, non ce la faccio. Potrei cercare lavoro qui come cameriere, ci sono dei lavori che nessuno vuole fare, no? 
In questa città nessuno mi giudica. Dici che non sei etero, e chi hai davanti sorride. Una collega, Ilaria, diventa la tua migliore amica, ti comprende a fondo come fosse tua sorella. Le dici cose che non hai rivelato a nessuno. Dice che ha altri amici come te, e per loro la vita non è stata facile, molto è dipeso dalla famiglia, se ha capito o no, se ha condannato il figlio.
Io sono stato condannato, o meglio non compreso, dalla mia famiglia. Hanno detto un giorno che si vergognano di me, e questo è bastato per scavare un solco profondo, difficile da colmare. A nessuno è interessata la mia sofferenza, quello che mi sono portato dentro da anni, in silenzio. Un peso terribile.
Milano è bella di sera. C’è vita, è bello ritrovarsi con degli amici. Stasera c’è anche la sorella di Giacomo in pizzeria. I suoi genitori gli sono sempre stati accanto, la prima cosa che hanno detto è stata “basta che tu sia felice.” Se solo l’avesse detto mio padre... Ci siamo, devo scendere. Porta Romana. 

Commenti

Post popolari in questo blog

"Move to Heaven", il potere delle cose che restano

(Introduzione a Daniela Barone). Lasciare andare le persone amate è uno dei passi più complessi dell'esistenza, un percorso in cui gli oggetti materiali cessano di essere semplici cose per trasformarsi in custodi di memorie, segreti ed emozioni taciute.  Qui, l'esperienza dolorosa dello sgombero della casa genitoriale diventa la chiave di lettura per esplorare Move to Heaven, celebre serie televisiva coreana targata Netflix. Il racconto ci invita a superare il tabù occidentale della morte, mostrandoci come il ricordo e la cura verso chi non c'è più possano diventare uno straordinario strumento di rinascita per chi resta. (Daniela Barone). Il doloroso addio Una persona amata ci lascia, le sue cose rimangono. Arriva per tutti il momento doloroso di svuotare la casa dei propri cari; c’è chi preferisce svolgere autonomamente l’incombenza e chi preferisce condividerla con qualcuno.  Io dovetti farlo da sola per entrambi i miei genitori, morti a distanza di sette mesi l’una dall’...

La rotta del mare: viaggio interiore oltre il passato

(Introduzione a Maria Cristina Capitoni. Una potente allegoria sulla consapevolezza e sul libero arbitrio interiore. Come muoversi tra il rischio di rimanere imprigionati nella nostalgia e l'atto coraggioso di correggere lo sguardo? Un componimento che invita al silenzio e all'attesa attiva, ricordandoci che per tornare a navigare verso il futuro occorre smettere di guardare indietro. (Maria Cristina Capitoni) Abbagli e richiami improvvisi disturbano il flusso leggero un filo sottile conduce al sentiero  correggi lo sguardo  che guarda all’indietro  immagini e voci passate son solo riflessi e il fiato non basta per tutti  conviene aspettare  finché non riaffiora la rotta del mare.

Un eroe silenzioso: recensione di “Piccole cose come queste”

(Introduzione a Marina Zinzani). Cosa spinge un uomo comune a trasformarsi in un eroe? Non servono gesti eclatanti: a volte la grandezza risiede nell'incapacità di voltarsi dall'altra parte di fronte all'ingiustizia. Nella recensione, il film “Piccole cose come queste” (disponibile su RaiPlay) diventa una profonda riflessione sul coraggio individuale, la coscienza morale e le cicatrici storiche lasciate dalle Case Magdalene in Irlanda. (Marina Zinzani) Chi è davvero un eroe? Cos’è un eroe? E’ una persona che mette a rischio la sua persona e quella dei suoi cari, il suo inserimento sociale, il suo lavoro, in nome di qualcosa di elevato: un ideale, il senso di giustizia, ciò che è giusto fare. Nel film “Piccole cose come questa”, disponibile su RaiPlay, l’eroe è un carbonaio, padre di cinque figlie, che porta il carbone nelle case.  Anche nel convento della sua città. Siamo negli anni ‘80, in Irlanda, e lui, per caso, si imbatte in alcune cose che lo turbano all’interno della...

Il mio mondo in una tazzina di caffè: ricordi di una donna

(Introduzione a Daniela Barone). Ci sono gesti quotidiani che scandiscono la nostra esistenza. Il profumo di una moka che sale, il rumore del macinino di legno, la schiuma calda di un espresso al bar: per la protagonista di questo racconto, il caffè non è soltanto una bevanda, ma una mappa emotiva. Attraverso il suo aroma, l'autrice ci riaccompagna nei ricordi della prima infanzia, tra le ombre delle relazioni passate e le prime scintille di una sofferta emancipazione, fino alla conquistata serenità della maturità.  (Daniela Barone). Il profumo dei primi anni e il rituale della moka Il primo caffè che assaggiai fu quello di Carlotta, la mia anziana vicina di casa. Io avevo solo quattro anni ma accettavo con piacere di mettere i grani lucenti e profumati nel macinino di legno che faceva un rumore simpatico.  Data la mia tenera età mi era concesso di berne solo un cucchiaino ma devo ammettere che non ne ero entusiasta. Imparai ad apprezzarlo da ragazzina, al ritorno dal liceo; a...

"Il raggio verde": la definizione di sé nel film di Rohmer

(Introduzione a Marina Zinzani). In una società che spesso ci impone ritmi frenetici, socialità forzata ed etichette immediate, cosa significa rimanere fedeli alla propria sensibilità? L’autrice ci guida nel cuore di uno dei capolavori più intimi di Éric Rohmer: Il raggio verde. Attraverso lo sguardo malinconico e incompreso della protagonista Delphine, il testo esplora il peso delle definizioni altrui e la ricerca ostinata di un luogo dell'anima.  (Marina Zinzani) Il cinema di Rohmer tra verbosità e autenticità Il film “Il raggio verde” (disponibile su RaiPlay, Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia nel 1986) riporta immediatamente ai temi del suo regista, Eric Rohmer: il mondo dei giovani, i loro problemi e le contraddizioni. Con il passare degli anni, la realtà vista dagli occhi di Rohmer può sembrare rappresentata in modo troppo verboso, o con storie semplici e senza temi forti, rispetto ai film di oggi.  La solitudine nella Parigi estiva “Il raggio vede” è forse il...