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Piero

di Marina Zinzani
(Introduzione di Angelo Perrone)

(Tratto da “Racconti della metro”)

(Angelo Perrone) La metro non è l’unico luogo-simbolo delle città moderne. Certo particolare. In uno spazio piccolo e super affollatosi ritrova un’umanità eterogenea. Persone sconosciute con destinazioni diverse. Difficile scambiarsi sguardi, rivolgersi parole. Ogni persona, un mondo a sé. Pensieri, desideri, preoccupazioni.
C’è poi una maschera espressiva che nasconde l’intimità. Il viso è chino sullo smartphone, sedotto dalla magia dello schermo. Un ripiegamento fisico, oltre che mentale. Non siamo più abituati a guardarci intorno, non accade di incrociare gli sguardi. Ciascuno conserva la sua diversità, persino il mistero.
Marina Zinzani prova ad immaginare pensieri e sentimenti di qualcuno dei viaggiatori. Dietro ogni volto, può esserci una storia da conoscere, tutta da scoprire. E in cui ritrovare qualcosa di noi. Dopo le storie di Agnese, Sergio, Lucia, Enrico, Roberta, Vincenzo, Vittoria, Benedetta, Ettore, Francesca, Annalisa, Miriam, ecco quella di Piero

“Umanità dolente...” Come diceva quella poesia? “Umanità dolente, divisa fra il sogno e un pezzo di pane”. Ho un cerchio alla testa stamattina, per forza, non ho quasi dormito stanotte. C’è un posto a sedere, quella signora si è appena alzata. 
Ieri il gran capo mi ha spiegato molto bene qual è la situazione: i costi eccessivi, il bisogno di tagliare, altrimenti l’azienda non sta a galla, c’è concorrenza, c’è la crisi, è da una vita che c’è la crisi ma questa volta è diverso, il discorso è serio. Certo, stringe il cuore sentire questo tipo di discorsi, il gran capo è sceso dal suo paese lontano per annunciare questa novella, non tanto buona, anzi, buona per niente.
Eravamo in tre nel suo ufficio, quelli della direzione, e tutti e tre siamo impalliditi. Mi sono sentito mancare il terreno sotto i piedi, questo genere di discorsi l’ho sentito anni fa nell’azienda dove lavoravo, che poi è fallita. Adesso li sento anche qui. 
Non ho avuto il tempo di pensare troppo, perché il gran capo ha spiegato la strategia. Non vuole sindacati in mezzo, non vuole pubblicità negativa, dobbiamo tacere sul fatto che l’azienda naviga in cattive acque. Noi siamo sempre stati fedeli all’azienda, ha ribadito, e confida nella nostra discrezione. Far trapelare certe voci è l’ultima cosa che vuole.
“Quindi?” stavo per chiedere. I sindacati interverranno se si parla di licenziamenti, questo volevo dire, ma il gran capo mi ha anticipato, come se mi leggesse nel pensiero. I sindacati stanno fuori, non si parla di licenziamenti. Io ero un po’ confuso, e non capivo quel suo sguardo misterioso, quel mezzo sorriso di chi ha una sua strategia, di chi ha letto romanzi di spie, quelle storie tanto arzigogolate in cui alla fine non si capisce nulla, ma dove vince il più furbo. 
Ecco perché non ho dormito stanotte. Alle tre ero ancora sveglio, mi giravo continuamente nel letto. Enrica dormiva, non si è accorta di niente. Neanche ieri sera si è accorta del mio stato d’animo, ero taciturno, provato da una notizia simile. Sono sempre stato uno che le cose se le tiene dentro, faccio fatica a condividerle. E poi non posso raccontarle quello che succede in ufficio, si sa. 
Stavo in silenzio quando mio padre si era ammalato, e se ne stava andando a poco a poco, io apparivo distaccato, quasi freddo, anche razionale, ma era solo un’armatura, il dolore invece era così presente, un dolore da rendermi amaro il giorno, dolente la notte. Ecco, sembrano i versi di un poeta. Rendermi amaro il giorno, dolente la notte.
Da ragazzo amavo la poesia, la letteratura. Mi piacque così tanto quel film... O capitano, mio capitano... “L’attimo fuggente”, con quell’attore che poi si è tolto la vita, Robin Williams. Peccato. Aveva una malattia terribile, ha preferito suicidarsi per non soffrire.
La poesia nella metro, come un racconto di vite, di persone, di gente che sale e scende, hanno lo smartphone in mano, hanno contatti con amici, con qualcuno. O forse siamo tutti soli.
Cosa dirò oggi a Marta? Come la tratterò? Lei è sempre stata brava, gentile, puntuale. Una segretaria dolce, un metro e cinquanta di efficienza, precisione. Più di una volta mi ha dato una mano quando ero in difficoltà, rimanendo fino a tardi senza segnare lo straordinario. Ha un marito che lavora, ma c’era crisi anche nella sua ditta, me ne aveva accennato. Ha un figlio di dieci anni. Lo stipendio le serve.
E come mi dovrei comportare con quegli operai che hanno fatto il loro dovere finora e non hanno mai creato problemi? Hanno un’età in cui è difficile ricollocarsi. Ci sono delle famiglie, dietro a tutto questo.
Ho nausea, dovevo restare a letto stamattina, darmi malato. Ma non si va in malattia nell’azienda, nessuno ci va, a meno che non sia una cosa grave o contagiosa. Umanità dolente... E io che dovrei fare questa parte, questo è l’ordine, come nei film di spie in cui ti danno un compito. Devi uccidere quello. Devi farlo fuori. Ma non con una pistola. Devi ucciderlo con un veleno più sottile, quasi impercettibile, ma potentissimo. Devi creare un clima sfavorevole.
Così ha detto il gran capo, sfavorevole. Dite ai dipendenti che le cose sono cambiate, rendete loro la vita difficile, cambiate mansioni, orari, contestate il loro lavoro. Basta toni buoni, accondiscendenti, c’è la casa madre a cui rispondere, sono stati imposti dei tagli e così deve essere. In un clima sfavorevole è probabile che un dipendente si guardi attorno e si dimetta.
Tutto questo giro di parole ieri, il pensiero furbo del gran capo che si palesava sotto i nostri occhi, alle nostre orecchie. Noi tre abbiamo ricevuto il nostro compito: procurare mobbing, indurre alle dimissioni. Tutto senza clamore. Spostare l’orario di una madre che ha un bambino, dire che l’azienda ha queste necessità ora, prendere o lasciare.
Creare un clima di sospetti, dare lavori da svolgere all’ultimo minuto e in fretta, spremere il più possibile i lavoratori, sfiancarli. Qualcuno si guarderà attorno, alcuni se ne andranno, e l’obiettivo di riduzione dei costi sarà realizzato. Io un artefice di questo, un soldato che deve eseguire ordini, se non vuole finire anche lui in mezzo alla strada. 
Una volta Ilaria mi parlò di un caso simile, una donna appena rientrata dalla maternità e la vita in ufficio improvvisamente difficile. C’era come un ordine dall’alto di sabotarla. Un vero schifo, una cosa oscena, pensai. Alla fine questa se n’era andata, ma aveva trovato di meglio, si era salvata dal mobbing. 
E se contattassi il cugino di Enrica, diceva che si stava liberando un posto nella sua ditta... Il mobbing è una cosa schifosa. Come mi guardo poi allo specchio? Cosa mi vuol far diventare quel bastardo?  Una telefonata la devo fare, devo provarci. Giornata terribile. Lambrate.

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