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La luce smarrita

di Laura Bonfigli
(Commento a Brondi, La fede in mano a Satana, PL 19/2/16)

Come è possibile che nel XXI secolo la cultura della morte abbia pervaso e travolto parti di società, eredi di civiltà millenarie ricche di saperi letterari, filosofici, scientifici che hanno contaminato, con esiti artistici felicissimi, anche l'occidente cristiano?
Questo mi chiedo in qualità di lettrice ingenua dopo la lettura del testo "La fede in mano a Satana". Forse una risposta si può trovare solo se si torna a riflettere sul concetto di sacro, ormai decisamente affievolito nella nostra cultura occidentale, laicizzata e consumistica. Il sacro, infatti, ha molto a che fare con la violenza, come suggerisce Renè Girard nel suo affascinante saggio "La violenza e il sacro" (Adelphi, 1992).
E' proprio la violenza, profondamente radicata nelle viscere dell'uomo e di cui l'uomo tragicamente avverte tutta la forza incontenibile e devastante, che espulsa e proiettata all'esterno ha bisogno di essere venerata, idolatrata, nutrita ed alimentata dal sacrificio rituale. Ma se nell'antichità greco-romana si sacrifica a qualcuno o a qualcosa e la funzione del sacrificio è quello di placare la violenza intestina, di impedire lo scoppio dei conflitti all'interno della comunità, attualmente nel mondo arabo prevale piuttosto il sacrificio di sé, spinto fino al martirio in nome di un Dio a cui è delegata la propria redenzione e quella dell'intera comunità. Paradossalmente questo Dio ha il volto della stessa violenza di chi lo adora.
Ed è qui che, a mio avviso, il confine tra Dio e Satana si restringe, si confonde fino ad annullarsi in quel demone oscuro che agita la parte più magmatica dell'essere umano, dove luce ed ombra lottano e si contrappongono come nel caos primordiale e dove in assenza della parola-logos non c'è costruzione di sé e dell'altro da sé. All'inizio della creazione, oltre al logos, “fu la luce” (Genesi), ma questa luce, che la nostra cultura occidentale, fortemente laicizzata, rivendica e riconosce ormai prevalentemente come luce della ragione, torna spesso a vacillare là dove la parola si è arresa e non riesce più a sublimare le pulsioni in emozioni, perché sedotta e trascinata nel gorgo buio e profondo del nulla, dell'indifferenziato, del nostro stesso male, ovvero della violenza cieca e muta che brancola e si divincola in una danza macabra che mai avrà tregua.

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