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La scuola al bivio

Fare scuola, tra Dad e presenza. Il senso dell’educare, oltre gli strumenti 


(Angelo Perrone) C’è un’ambivalenza di fondo in questa fase, che si riflette sui rimedi. Basta guardarsi intorno. Il domani è altrettanto impegnativo del presente perché si devono fare i conti con la rivoluzione che il virus ha imposto.
Serve un confronto, occorre una riflessione fuori dall’emergenza. Cosa mantenere? Quanto cambiare? Quello della scuola e della formazione è il campo più meritevole di approfondimento.
Nell’istruzione, il doppio volto delle soluzioni digitali introdotte è evidente. Accanto all’indiscutibile utilità (però la tecnologia non può essere un surrogato, inevitabilmente inferiore alla qualità garantita dalla presenza), emergono molti limiti.
La didattica a distanza è preferibile negli “ambiti strutturati”, cioè in quei contesti frequentati da soggetti che, per età, esperienze, preparazione, abbiano acquisito un certo livello di maturità e siano dunque in grado di sfruttare al massimo le potenzialità del mezzo senza subirne condizionamenti e insufficienze.
Nelle università o nelle scuole di specializzazione, per esempio, questa soluzione è una risorsa per superare i limiti dei “numeri chiusi” nell’accesso alle facoltà, dovuti alla scarsità di strutture e personale. Il digitale però non può servire solo a superare difficoltà pratiche. 
Questa metodologia deve permettere anche di sperimentare tipi differenti di insegnamento e di confronto studente-insegnante, o altri meccanismi di analisi e trattamento dei dati. Come spesso è richiesto nella vita professionale.
È altrettanto evidente invece che, in altri contesti scolastici, il digitale è utile solo in modo residuale, perché contrasta con le caratteristiche proprie dell’attività formativa. Esclude il rapporto personale studente-insegnante. Inaridisce l’apprendimento. Provoca distrazione. È un fattore eccentrico rispetto al dinamismo dell’insegnamento.
Gli studenti hanno protestato in strada contro questa metodologia reclamando il rientro in classe, il ritorno alle lezioni in presenza. È una manifestazione di insofferenza critica verso la prassi imposta dal Covid. Significativa la loro traduzione dell’acronimo Dad, tradotto in “Distanti, Analfabeti, Depressi”.
Nell’uso della didattica sostitutiva, la scarsa digitalizzazione del paese e la povertà hanno un peso importante, perché non tutte le famiglie sono dotate di mezzi adeguati, e la connessione non è uniforme. Questo rende la diffusione della Dad insufficiente e limitata, solo alla portata di una parte della popolazione scolastica.
Spesso ci si deve arrangiare per seguire le lezioni da casa, dividendosi i dispositivi e gli spazi con i fratelli e gli stessi genitori, tutti all’opera da remoto. A parte ciò, è la filosofia di fondo della didattica a distanza inadeguata nelle prime fasi dell’istruzione.
Il mondo della scuola, nonostante le promesse, è troppo trascurato. Occuparsene, oltre che utile ai singoli, è un investimento sul futuro di tutti. Perciò è indispensabile non fare troppi errori nella scelta degli strumenti e tenere presente l’obiettivo da perseguire in un campo tanto delicato.
Ci sono molti modi di perdere per strada i ragazzi, il più rovinoso è credere che la scuola sia un mondo di vite separate, dedito alla sterile ripetizione del vecchio. A quello spazio vitale, è affidato invece il più importante dei compiti: accendere e alimentare il desiderio di scoprire cose nuove.

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