Il risveglio delle aule, dopo la pandemia
di Cristina Podestà
Ho sognato la mia vecchia scuola, ormai non più mia. Il prato verde che la circonda, i pini secolari che la proteggono. Nostalgica qual sono ho avuto un colpo al cuore: era sbiadita e più chiara, silenziosa e triste come tutte le scuole del mondo quando mancano gli alunni, povera di luce nonostante il sole mattutino. Nell’erba viaggiava un gatto, mesto pure lui, solitario e lento forse a causa dell’età.
Mi sono alzata e sono dovuta correre a salutarla perché il sogno mi aveva lasciato una certa mestizia. Invece appena arrivata, proprio fuori dai cancelli dove sono rimasta, ho sentito le voci squillanti di ragazzi e professori, e l’edificio risplendeva bello al sole, con ombre che ne tracciavano i contorni imponenti.
Sarei potuta entrare e salutare qualcuno, ma ho temuto che l’assenza irrimediabile di qualcun altro mi avrebbe nuovamente rattristato. Così ho deciso di tornare a casa, ormai rassicurata che ancora vive festosa e allegra.
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