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Milva, il ricordo

Dalla canzone al teatro, il segreto della vita


di Marina Zinzani

Quando si parla di Milva, si pensa subito ad una parola: trasformazione.  E anche ad altre, come miglioramento di sé, voglia di crescere, curiosità, il mettersi in gioco, attingendo alle proprie, enormi, capacità. Certo, un’altra parola che tanto si addice alla sua storia artistica è evoluzione.
Perché la sua è una storia di evoluzione che l’ha portata da quella canzone, “La filanda” a Strehler, a Bertolt Brecht, ad essere ammirata nei teatri di tutto mondo, riuscendo ad incantare con la sua voce, la sua figura, il suo talento che la rendeva così versatile. Una grande perdita la sua, ci ha affascinato tante volte, come nell’indimenticabile “Alexander Platz”. Era semplicemente grandiosa.
Massimo Giletti, all’Arena, l’ha ricordata con queste parole: "Lei aveva questo senso di andare oltre, di sperimentare anche mondi paralleli, ma mi diceva che la cultura rende liberi".
Una frase che ha toccato, che sintetizza il valore di questa artista. La cultura rende veramente liberi?
Può considerarsi una chiave che apre le porte, questo sì, che apre porte che danno su mondi, del passato e del presente, su persone e storie e tragedie e grandiosità e dolori, che permette di ascoltare un notturno di Chopin e di risentire le sue emozioni, o di mangiare un timballo sentendone quasi i sapori leggendo “Il gattopardo”, o di conoscere la condizione della donna di un Paese lontano attraverso un film. Avvicinarsi a storie di altri riporta ad ampliare la visione del presente, una sorta di empatia che alla fine arricchisce.
Ecco, la cultura plasma, muta di continuo le idee, gli sguardi, le sensazioni, è una porta da cui entrano rivoli di altre vite. È un percorso, anche difficile. È bello spesso farlo con altri, ma a volte si è costretti a percorrerlo da soli. Non fa niente: ci si sente comunque parte del mondo. Un cammino di curiosità, che in fondo è il segreto della vita stessa.

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