Passa ai contenuti principali

Il futuro, mosaico da ricostruire

Mosaico di Alessandro Magno, II sec. d.C., Napoli

Il futuro richiede lucidità, progetti, fiducia. Senza dimenticare ciò che abbiamo perduto con la pandemia


(Angelo Perrone) È stato inevitabile, con la pandemia, immaginare forme diverse per rimanere in contatto, per non rinunciare agli incontri.
La necessità è stata quella di supplire alle assenze, perciò abbiamo cercato soluzioni, percorsi, rimedi. Di ogni tipo. A volte solo espedienti, oppure meccanismi più articolati e complessi.
La ricaduta maggiore è avvenuta nel mondo del lavoro, dove tempi, ritmi e modalità sono stati stravolti creando difficoltà sociali e disorientamento personale. Ma soprattutto i cambiamenti hanno investito le relazioni umane, sublimate malamente da una finzione: l’interlocuzione tecnologica.
Le chat sulle piattaforme web, la messaggistica individuale, le videochiamate. Al posto di una stretta di mani, di un incontro personale, di un dialogo a quattr’occhi. Facciamo ancora i conti con il ribaltamento delle abitudini.
Non potevamo evitarlo né fare diversamente. Il sovvertimento delle routine, soprattutto la crisi del lavoro e dell’economia (un milione di posti di lavoro perduti), ha provocato, non a torto, lamentele e proteste. Alcune categorie sono state più colpite e penalizzate, impossibilitate a sopravvivere, a reggere il peso delle restrizioni.
Ma il pericolo del contagio, sempre incombente a causa delle vaccinazioni a rilento, ha imposto la prudenza in ogni passo, per evitare che la situazione, già precaria, peggiorasse e sfiorasse la tragedia, come sta accadendo in India (quasi 400.000 contagi al giorno) o in Brasile (quasi 90.000). Anzi le insidie dell’infezione, mai neutralizzate, sono diventate ovunque più aggressive a causa delle varianti (inglese, sudafricana, brasiliana e indiana).
Le restrizioni e la riduzione degli spostamenti ci hanno fatto assistere ad un cambiamento più profondo di quello esteriore: è mutato il volto delle città e il modo di interagire tra le persone. Difficile dimenticarlo. Si sono svuotate le piazze, le strade. La rarefazione della presenza umana ha cambiato i luoghi.
Con le attività da remoto, gli uffici e le fabbriche si sono devitalizzati, gli ambienti si sono trasformati in spazi deserti. È mutato il rapporto tra generazioni, e si è incrinato il modello educativo conosciuto. Il silenzio è subentrato alla parola.
Ora che migliora la situazione sanitaria, la vita riprende lentamente. È impetuoso il bisogno di tornare a vedersi (non importa lo scopo, utilitaristico o effimero, necessario o superfluo), travolgente la richiesta di tornare a comunicare normalmente, ma le immagini di desolazione continuano a tormentarci. Sono memoria di un pericolo recente, non superato né metabolizzato, tuttora incombente. 
La trasformazione della socialità, fonte di angoscia e preoccupazione, suona anche come avvertimento dell’entità dello sforzo necessario per recuperare il tempo perduto. Il ritorno alla normalità è più difficile del previsto, per la contraddittorietà delle visioni politiche e per motivi economici.
Le risorse dovranno essere imponenti, il rischio è che le conseguenze di questi impegni ricadano sui giovani rendendone più incerto il cammino. E non basta. Serve recuperare la fiducia nel futuro. Il bene più prezioso e anche più fragile.
Le chiusure hanno creato danni e fatto vittime in molti settori. È diventata incerta, ben oltre la crisi dell’occupazione specie femminile e giovanile, la sopravvivenza di quelle attività che sono sempre state espressione di cultura e socialità.
La perdita di carica vitale ha riguardato la materialità dei luoghi, e ha investito la funzione stessa (etica, formativa, civile) di quegli ambienti. Ne ha incrinano lo spirito e la ragion d’essere.
Teatri, musei, circoli, fondazioni, per esempio, ma anche scuole, ambienti lavorativi, associazioni, sono “luoghi” dove nascono conoscenze, si scambiano opinioni, si costruiscono relazioni. La pandemia ha segnato uno spartiacque tra il prima e il dopo: la novità è l’evaporazione della presenza.
Questi ambiti offrono pur sempre alle idee e ai progetti la possibilità di formarsi e di evolvere. Sono un terreno prezioso di coltura dei fermenti intellettuali. Che necessitano anche di processi di confronto diretto e condivisione. È la creatività umana che ha bisogno di spazi, e forme dialogiche personali, per generare frutti.

Commenti

Post popolari in questo blog

La ciabatta sepolta e l'inquilino fantasma: un’estate a Genova 🩴 ⛱️ 🚣‍♀️

(Introduzione a Daniela Barone). Il trasloco in un nuovo quartiere, un nonno dai capelli di neve che domina i campi di bocce e una notte movimentata da un ospite inatteso. In questo racconto, l’autrice ci riporta nell'Italia dei "musicarelli" e delle estati nel quartiere San Giuliano di Genova, dove i piccoli dispetti infantili diventano i ricordi più nitidi di un mondo che non c'è più. (Daniela Barone) ▪️ 🟢  Il trauma del quarto piano Era estate e ci eravamo appena trasferiti dalla casa popolare di Via Montanari a quella situata al quarto piano in Via Paolo della Cella. Pur trattandosi dello stesso quartiere, il cambiamento fu per tutti noi piuttosto traumatico. Il nuovo alloggio si trovava infatti in uno stabile che dava su una via rumorosa e trafficata.  Per di più non c’era neppure un poggiolino ove porre dei vasi di fiori e stendere comodamente il bucato. La mamma usava una lunga carrucola per appendere i panni sulla corda e ogni volta aveva il timore di cadere ...

Madre Arrighi: Il velo tolto e la danza segreta ⛪

(Introduzione a Daniela Barone). Cosa resta degli anni di collegio? Spesso le sensazioni: il fruscio di una tunica, l'odore di un giardino o un sorriso che sapeva di libertà. In questo racconto, la memoria torna all’Istituto del Sacro Cuore di Castelletto, a Genova, per ritrovare il volto di Madre Arrighi, una figura che ha saputo trasformare il rigore della clausura nella leggerezza di una danza. (Daniela Barone) ▪️ Un sorriso tra le tuniche nere La suora che prediligevo nel maestoso Istituto liberty del Sacro Cuore che frequentai per cinque anni si chiamava Madre Arrighi. Non so quale fosse il suo nome di battesimo. Per tutte le piccole e grandi allieve del collegio lei era Madre Arrighi e basta. Com’era diversa dalle sue consorelle! Pur indossando la medesima tunica nera, si distingueva per il marcato accento emiliano, i lineamenti perfetti e la dentatura candida ma soprattutto per il sorriso disarmante. Nulla le faceva mai corrugare la fronte. Madre Arrighi era il ritratto dell...

Votare è un diritto, capire le conseguenze del proprio voto è un dovere verso la Costituzione ✍️ 🗳️

(a.p.). Il 22 e 23 marzo non saremo chiamati solo a barrare una casella, ma a decidere se e come modificare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Un tema così denso merita uno spazio di riflessione laica, tecnica e civile. Per questo abbiamo deciso di confrontarci apertamente, analizzando le implicazioni reali di questa riforma sulla vita dei cittadini e sull'indipendenza della magistratura. Un'occasione per trasformare il dubbio in opinione consapevole. Vi aspettiamo. Ne parliamo a Pisa, in un luogo di ascolto e dialogo: • Dove: Chiesa Valdese di Pisa, Via Derna 13. • Quando: Lunedì 16 marzo, ore 18:30. • Con chi: L’Avv. Eunice Ng Pak e il Dott. Angelo Perrone (Giurista, già magistrato). ❇️ Postilla Letture per arrivare preparati all’incontro ℹ️ Riforma costituzionale: i 4 punti critici per i cittadini 📦  ℹ️ Referendum: la delega in bianco e il “salto nel buio” 🤸‍♂️

Innamoratevi! La lezione di poesia e amore di Roberto Benigni

(a.p. – Introduzione) ▪️ Attilio De Giovanni è lo stralunato docente di letteratura italiana, impersonato da Roberto Benigni, che in una celebre sequenza del film La tigre e la neve (2005) si lancia, davanti a una platea di alunni, in un sorprendente elogio della poesia, dell’amore e del coraggio. Con immagini visionarie e intuizioni comiche, il docente cerca di trasmettere ai ragazzi la sua passione per l'arte e per la gioia di vivere. Una passione umana destinata a rimanere nella dimensione dell’impossibile e incrociare una cocente delusione? Nulla è impossibile. Per questo motivo, l'intervento di Benigni che segue non è solo un omaggio alla poesia, ma un vero progetto di vita e il contesto essenziale per comprendere a fondo la bellezza e la forza del testo tratto dal film. Roberto Benigni: «Innamoratevi!» (Roberto Benigni – Testo) ▪️ «Su, su, svelti, veloci, piano, con calma, non vi affrettate. Non scrivete subito poesie d’amore che sono le più difficili, aspettate almeno un...

Il bambino blu: cronaca della psicosi post-partum e di una rinascita 👦 🔵

(Introduzione a Daniela Barone). I silenzi possono pesare più delle grida. Il silenzio di una madre che non riconosce più sé stessa, quello di un neonato che sembra attendere che la tempesta passi, e quello di una società che spesso confonde il disagio profondo con una passeggera malinconia. In questo racconto, entriamo nel cuore di una condizione psicologica post-partum: una condizione rara, violenta e alienante. Attraverso gli occhi della protagonista, viviamo il crollo delle certezze domestiche e la faticosa risalita verso la luce, ricordandoci che la guarigione non è un colpo di spugna, ma un lento ricucire ferite che lasciano cicatrici, ma smettono di fare male. (Daniela Barone) ▪️ 🔵 L'attesa e il miracolo di aprile Eravamo sposati da quattro anni quando si era affacciato prepotente nella nostra coppia il desiderio di avere un figlio. Già da tempo avevamo dovuto far fronte alla curiosità della gente che non capiva come mai non avessimo ancora un bambino.  In realtà io mi ero ...